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Che gioia la Natura!

Con la saga Fairy Oak la scrittrice italiana Elisabetta Gnone ha venduto milioni di copie nel mondo. E ora ci racconta perché ha voluto riportarla in vita: "Ho pensato: se posso fare un regalo, una cosa lieta in mezzo alla pandemia, è riaprire le porte di quel villaggio"
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Dieci anni fa Elisabetta Gnone aveva dato — e noi con lei — l’addio a Fairy Oak: si intitolava proprio così l’ultimo libro della quadrilogia (che seguiva l’iniziale trilogia) dedicata alle gemelle Pervinca e Vaniglia, per tutti Vì e Babù, streghe molto umane che possedevano gli opposti poteri della luce e del buio: un fenomeno editoriale da oltre 4 milioni di copie, tradotto in 23 paesi e amato da più generazioni di lettori. A quindici anni dall’uscita del primo volume, quel Segreto delle gemelle da cui tutto è cominciato, l’autrice — che ci risponde, tramite Zoom, dalla sua casa sulle colline dell’alto Monferrato dove vive isolata col marito, due cani e un po’ di gatti — ci riporta invece al villaggio della Quercia fatata.

Perché?
«Avevo messo la parola fine perché temevo di stuccare e preferivo lasciare il buon sapore del desiderio. Poi ci sono state alcune coinc…
Dieci anni fa Elisabetta Gnone aveva dato — e noi con lei — l’addio a Fairy Oak: si intitolava proprio così l’ultimo libro della quadrilogia (che seguiva l’iniziale trilogia) dedicata alle gemelle Pervinca e Vaniglia, per tutti Vì e Babù, streghe molto umane che possedevano gli opposti poteri della luce e del buio: un fenomeno editoriale da oltre 4 milioni di copie, tradotto in 23 paesi e amato da più generazioni di lettori. A quindici anni dall’uscita del primo volume, quel Segreto delle gemelle da cui tutto è cominciato, l’autrice — che ci risponde, tramite Zoom, dalla sua casa sulle colline dell’alto Monferrato dove vive isolata col marito, due cani e un po’ di gatti — ci riporta invece al villaggio della Quercia fatata.

Perché?
«Avevo messo la parola fine perché temevo di stuccare e preferivo lasciare il buon sapore del desiderio. Poi ci sono state alcune coincidenze: il quindicesimo anniversario innanzitutto e l’insistenza di molte lettrici che mi chiedevano di “tornare a” — non di rileggere — Fairy Oak. E poi quest’anno terribile. Ho pensato: se posso fare un regalo, una piccola cosa lieta in mezzo a tutto ciò, è riaprire le porte di quel villaggio. Mai come ora si ha voglia di tornare lì, e ascoltare questa storia perduta. Perduta in tanti sensi: perché non l’ho raccontata prima, e perché parla proprio di una storia dimenticata. Gli insegnanti di storia sono disperati perché i ragazzi non amano studiare “nomi e date, date e nomi di morti”. Arriva però questa insegnante illuminata e li mette sulle piste di una leggenda che parla di una balena: così per scoprire chi ha fondato il loro villaggio diventano dei “segugi della storia”. E inizia una caccia al tesoro, con tanti personaggi in più che si aggiungono a quelli della banda che già conosciamo».

Cambia però il narratore: non è più Felì, la fata tata a raccontare…
«Non poteva essere lei. Alla fine dell’ultimo libro aveva giurato di non parlare più di Fairy Oak. È qualcun altro qui a raccontare, è una sorpresa che non anticipo troppo. Ci sono due narratrici, e anche la voce di Felì che ogni tanto ritorna...».

Da dove viene l’idea di Fairy Oak? Nasce già come saga?
«Assolutamente no. Ero di ritorno da un viaggio in Bretagna e avevo voglia di parlare di natura: è un argomento che a me piace, ci vivo in mezzo, ci sono cresciuta in mezzo, mia madre è laureata in scienze naturali, mio padre è geologo. Però volevo una natura integra, tornare indietro di due secoli e mostrare una natura vittoriosa, in ottima salute, come si vede ancora per esempio in Scozia. Di qui l’idea di ambientare la storia tra spiagge, scogliere, la brughiera, le colline, metterci dentro un gruppo di ragazzini e raccontare gli equilibri che la governano attribuendo le forze della natura a due squadre: magici della luce che creano e magici del buio che distruggono, né buoni né cattivi ma necessari entrambi. E vedere cosa succede quando questo equilibrio si spezza e un potere prende il sopravvento. Nei miei libri in fondo la magia è sempre metafora dei cicli della natura. Ho vestito le protagoniste dei poteri della natura».
Elisabetta Gnone, 55 anni 


E quale è il messaggio questa volta?
«L’equilibrio è sempre il messaggio, tanto fragile quanto essenziale. Non solo nella natura, ma in tutte le cose. Lo vediamo in un popolo dove convivono non magici, magici, fate, magici del buio e magici della luce. Ciascuno ha portato il meglio di sé — in quest’ultimo libro viene spiegato molto bene — quel che sapeva fare, a prescindere da quale gruppo etnico appartenesse. I ragazzi qui devono scoprire chi ha fondato Fairy Oak e la risposta alla fine è: ciascuno ha fatto la sua parte. Non importa chi, sono stati tutti insieme».

Perché Fairy Oak ha successo?
«Per l’ambientazione prima di tutto. C’è questa natura ancora così viva, rigogliosa, accogliente se la rispetti e se la conosci, ma anche selvaggia e pericolosa se l’affronti senza essere preparato. Sono le atmosfere che piacciono. Quando ho finito la trilogia sono stata sommersa da lettere di ragazzine che chiedevano: “E adesso dove vado?”. Non: “Adesso cosa leggo”. Avevo fatto centro, le avevo portate con me, erano state lì. Ancora adesso da adulte mi scrivono che per sfuggire all’ansia, a un mondo a volte difficile da decifrare e da affrontare, si rifugiano in Fairy Oak, lo rileggono per ritrovare la calma. La calma che ti dà la natura, con i tempi che decide lei».

E lei che conforto vi ha trovato, soprattutto nei mesi del lockdown?
«Per me la natura è stata salvifica: un po’ perché ho continuato a fare la vita di prima, isolati eravamo, qui lontano dalla civiltà, e isolati siamo rimasti. Ma abbiamo continuato a uscire con i nostri cani, a occuparci delle nostre piante. E quando attraverso la tv, la radio, arrivava la sofferenza che c’era fuori, la natura m’aiutava a calmarmi. Ti insegna tanto, anche se non vuoi prendi i suoi ritmi, il suo respiro. E cambi. Impari ad accettarti, a guardarti dentro. Occuparsi delle piante vuol dire avere pazienza: noti le piccole cose e inizi a notarle nelle persone, diventi più accogliente».

Torniamo a Fairy Oak: lo definirebbe un fantasy?
«Io lo definisco più una favola. Penso che i puristi del fantasy non lo riconoscerebbero come tale. Perché del fantasy manca il viaggio da intraprendere, che c’è per esempio in Tolkien, il viaggio catartico. E poi mancano tutti i mostri, c’è un nemico è vero, ma è un nemico emblematico, è la rottura dell’equilibrio».

E quanto ha contato invece l’influenza della Rowling e di Harry Potter: qualcuno la considera la Rowling italiana…
«Mi piacerebbe tantissimo… però Fairy Oak è stato scritto prima che io leggessi Harry Potter. Non lo avrei mai letto se non fossi entrata in questo mondo. Fairy Oak mi è stato chiesto dall’editore perché in quel momento il fumetto Witch che avevo realizzato per la Disney stava avendo un enorme successo. Mi chiedevano un altro Witch. Allora ho pensato: però usciamo da quel mondo di lì, se di magia si vuol parlare… Che poi la magia fine a se stessa, come dicevo, non mi ha mai appassionato».

Come è stato tornare a Fairy Oak dopo Olga di carta?
«Difficile. Olga mi aveva portato fuori da quel mondo. Era un altro modo di scrivere. Ho fatto molta fatica a riprendere le voci di Fairy Oak, dei singoli personaggi, le loro personalità. All’inizio non li vedevo: non li vedevo muoversi, non li sentivo parlare. Poi tutto è tornato naturale».

In quale delle due gemelle, Vaniglia o Pervinca, c’è un po’ più di Elisabetta?
«Credo di essere parecchio ben distribuita, e chi mi conosce bene lo sa. Sembro una persona estremamente accomodante, accogliente, sorridente ma quando perdo le staffe veramente posso incenerire».

Un’ultima domanda: è un addio per sempre questa volta?
«Diciamo che ho lasciato una porticina socchiusa».


Il libro
Fairy Oak. La storia perduta di Elisabetta Gnone (Salani, pagg. 400, euro 18, età: 8+) è in libreria dal 22 ottobre