Black Lives matter anche nell’arte
Laura Montanari , Laura MontanariL’afroamericano McArthur Binion è a Firenze con i suoi nuovi lavori. Ma il progetto che gli sta più a cuore, ora, è aiutare i giovani di Detroit: “Il mercato è ancora dei bianchi, ma qualcosa sta cambiando”
Firenze
Un panino e una coca cola consumati in piedi sono il suo pasto, mentre riguarda l’allestimento della mostra e si racconta: «Ho cominciato negli anni ’70 coi pastelli a olio che venivano usati nell’industria del legno e nelle acciaierie, non dagli artisti. L’ho fatto perché volevo rompere con la tradizione». McArthur Binion, 74 anni e fisico atletico, si siede su una poltroncina affacciata al chiostro del Museo Novecento che ospita a Firenze la mostra Modern Ancient Brown, prima personale in una istituzione europea di questo artista afroamericano impegnato sul fronte dei diritti.
La mostra, voluta dal direttore del museo, Sergio Risaliti, e curata da Lorenzo Bruni, è organizzata in collaborazione con la galleria Massimo De Carlo. Andrà avanti fino all’11 febbraio e propone in tre sale 28 opere create per l’occasione e una grande pala d’altare con quei reticolati che hanno reso Binion famoso e in cui lui…
Un panino e una coca cola consumati in piedi sono il suo pasto, mentre riguarda l’allestimento della mostra e si racconta: «Ho cominciato negli anni ’70 coi pastelli a olio che venivano usati nell’industria del legno e nelle acciaierie, non dagli artisti. L’ho fatto perché volevo rompere con la tradizione». McArthur Binion, 74 anni e fisico atletico, si siede su una poltroncina affacciata al chiostro del Museo Novecento che ospita a Firenze la mostra Modern Ancient Brown, prima personale in una istituzione europea di questo artista afroamericano impegnato sul fronte dei diritti.
La mostra, voluta dal direttore del museo, Sergio Risaliti, e curata da Lorenzo Bruni, è organizzata in collaborazione con la galleria Massimo De Carlo. Andrà avanti fino all’11 febbraio e propone in tre sale 28 opere create per l’occasione e una grande pala d’altare con quei reticolati che hanno reso Binion famoso e in cui lui…
Firenze
Un panino e una coca cola consumati in piedi sono il suo pasto, mentre riguarda l’allestimento della mostra e si racconta: «Ho cominciato negli anni ’70 coi pastelli a olio che venivano usati nell’industria del legno e nelle acciaierie, non dagli artisti. L’ho fatto perché volevo rompere con la tradizione». McArthur Binion, 74 anni e fisico atletico, si siede su una poltroncina affacciata al chiostro del Museo Novecento che ospita a Firenze la mostra Modern Ancient Brown, prima personale in una istituzione europea di questo artista afroamericano impegnato sul fronte dei diritti.
La mostra, voluta dal direttore del museo, Sergio Risaliti, e curata da Lorenzo Bruni, è organizzata in collaborazione con la galleria Massimo De Carlo. Andrà avanti fino all’11 febbraio e propone in tre sale 28 opere create per l’occasione e una grande pala d’altare con quei reticolati che hanno reso Binion famoso e in cui lui stratifica il suo tempo con vecchi documenti, pagine di agende con gli indirizzi cancellati, corretti, sottolineati: «Sono pezzi della mia vita, quell’agenda l’ho usata per anni».
La mostra ha lo stesso titolo della sua fondazione: che cosa le lega?
«Le iniziali e le affinità: moderno antico e marrone, M.A.B. sono io ed è la fondazione che ho creato a Detroit. Da adesso in poi voglio intitolare tutte le mie mostre così. Ho sviluppato questa idea 40 anni fa a New York, cercavo un approccio alternativo al minimalismo bianco fatto da uomini bianchi in un mondo occidentale-centrico: volevo cambiare visione e allo stesso tempo non mi piaceva essere etichettato come artista afroamericano».
La sua fondazione aiuta i giovani artisti di Detroit.
«Cerco di dare loro un’opportunità, non è assistenzialismo. Offro borse di studio e formazione, non solo nelle arti visive, ma anche nella scrittura perché ho cominciato come poeta. Tenni una lezione alla Cranbrook Academy of Art e subito dopo pensai che volevo aiutare i giovani creativi. Così è nata la fondazione: per selezionare alcuni di loro e dare borse di studio o residenze, aiutarli nell’esporre le loro opere».
Lo fa perché ritiene che quello dell’arte sia ancora un mondo in cui gli artisti neri sono discriminati?
«C’è qualche grossa galleria in America che adesso vuole solo artisti di colore, ma il resto del mercato è appannaggio dei bianchi… è un mondo ancora maledettamente malato il nostro».
Cosa pensa di un movimento come Black Lives Matter?
«Che chiede libertà e diritti, gli stessi che chiediamo da quarant’anni e più, con movimenti che hanno avuto magari altri nomi. Però, dopo Obama, l’America ha votato Trump, pur sapendo che è razzista, e il 40 per cento lo rivoterà… Sono convinto che nel mio Paese il razzismo sia sistemico».
Ora ci sono nuove elezioni…
«L’America sta soffrendo molto, la gente si è impoverita e nel Paese è cresciuta una forte rabbia. Ma ho visto persone fare la fila per andare a votare e rimanere ore e ore ad aspettare, consapevoli che il momento è importante».
Come artista si è mai sentito discriminato?
«No, ma la mia è una storia particolare. Frequentavo la Cranbrook Academy of Art e lì venivano spesso gli artisti newyorchesi, per esempio Dan Flavin comprò un mio lavoro. Quando mi trasferii a New York, fu facile entrare in contatto con quel mondo, in parte lo conoscevo e poi in quegli anni, se ti mettevi il sabato nelle strade di Soho, incontravi tutti, era un mondo piccolo… Mi offrirono di insegnare in cinque università, mi davano davvero tanti soldi, ma volevo essere un artista a tempo pieno e ho rifiutato».
Ha realizzato dipinti con delle griglie sotto le quali ha messo i suoi documenti, pagine della sua agenda e foto dei linciaggi razziali.
«Non mi piace il termine griglia, preferisco parlare di forma, di base. Inserisco lì la mia autobiografia che è riassunta, per esempio, in una rubrica telefonica che ho tenuto in tasca per anni e che col passare del tempo si riempiva di indirizzi. C’era di tutto, non solo artisti, potevo avere amici come Dan Flavin, Jean-Michel Basquiat, Sol LeWitt o tanti sconosciuti. C’erano cancellature, indirizzi cambiati... guardandola ho pensato: questa è la mia evoluzione, come sono partito, cosa sono oggi».
Al Museo Novecento lei presenta opere realizzate per questi spazi e per il ciclo “Duel” che mette in relazione due artisti: perché ha scelto Marino Marini?
«Un giorno a Detroit vidi una scultura bellissima e pensavo fosse di Marini. Quando sono venuto in Italia per il primo sopralluogo e mi hanno chiesto di scegliere un artista con cui far dialogare le mie opere, non ho avuto esitazione: ho scelto un volto di donna di Marini. Tornato in America, ho scoperto che quella scultura che mi piaceva era di un altro artista, mi ero sbagliato. Nella vita succede, ma un errore non sempre è un errore. Una volta a una mostra, Basquiat mi disse: “Mi piace il tuo cappello, se me lo dai, ti regalo un mio quadro”. Gli dissi che non potevo perché il cappello mi era stato regalato dalla mia fidanzata. Tutti mi presero per pazzo, ma oggi forse quel cappello vale più di quel quadro (ride)».
A Firenze ha realizzato la sua prima pala d’altare.
«Mio padre era un pastore protestante, con la religione non ho mai avuto un gran rapporto, ma quando sono venuto qui e Lorenzo Bruni mi ha proposto questo progetto, davanti all’altare, allora ho pensato a un incrocio della vita tra il mio presente e il passato e così è nato Modern Ancient Brown-Altar».
Un panino e una coca cola consumati in piedi sono il suo pasto, mentre riguarda l’allestimento della mostra e si racconta: «Ho cominciato negli anni ’70 coi pastelli a olio che venivano usati nell’industria del legno e nelle acciaierie, non dagli artisti. L’ho fatto perché volevo rompere con la tradizione». McArthur Binion, 74 anni e fisico atletico, si siede su una poltroncina affacciata al chiostro del Museo Novecento che ospita a Firenze la mostra Modern Ancient Brown, prima personale in una istituzione europea di questo artista afroamericano impegnato sul fronte dei diritti.
La mostra, voluta dal direttore del museo, Sergio Risaliti, e curata da Lorenzo Bruni, è organizzata in collaborazione con la galleria Massimo De Carlo. Andrà avanti fino all’11 febbraio e propone in tre sale 28 opere create per l’occasione e una grande pala d’altare con quei reticolati che hanno reso Binion famoso e in cui lui stratifica il suo tempo con vecchi documenti, pagine di agende con gli indirizzi cancellati, corretti, sottolineati: «Sono pezzi della mia vita, quell’agenda l’ho usata per anni».
La mostra ha lo stesso titolo della sua fondazione: che cosa le lega?
«Le iniziali e le affinità: moderno antico e marrone, M.A.B. sono io ed è la fondazione che ho creato a Detroit. Da adesso in poi voglio intitolare tutte le mie mostre così. Ho sviluppato questa idea 40 anni fa a New York, cercavo un approccio alternativo al minimalismo bianco fatto da uomini bianchi in un mondo occidentale-centrico: volevo cambiare visione e allo stesso tempo non mi piaceva essere etichettato come artista afroamericano».
La sua fondazione aiuta i giovani artisti di Detroit.
«Cerco di dare loro un’opportunità, non è assistenzialismo. Offro borse di studio e formazione, non solo nelle arti visive, ma anche nella scrittura perché ho cominciato come poeta. Tenni una lezione alla Cranbrook Academy of Art e subito dopo pensai che volevo aiutare i giovani creativi. Così è nata la fondazione: per selezionare alcuni di loro e dare borse di studio o residenze, aiutarli nell’esporre le loro opere».
Lo fa perché ritiene che quello dell’arte sia ancora un mondo in cui gli artisti neri sono discriminati?
«C’è qualche grossa galleria in America che adesso vuole solo artisti di colore, ma il resto del mercato è appannaggio dei bianchi… è un mondo ancora maledettamente malato il nostro».
Cosa pensa di un movimento come Black Lives Matter?
«Che chiede libertà e diritti, gli stessi che chiediamo da quarant’anni e più, con movimenti che hanno avuto magari altri nomi. Però, dopo Obama, l’America ha votato Trump, pur sapendo che è razzista, e il 40 per cento lo rivoterà… Sono convinto che nel mio Paese il razzismo sia sistemico».
Ora ci sono nuove elezioni…
«L’America sta soffrendo molto, la gente si è impoverita e nel Paese è cresciuta una forte rabbia. Ma ho visto persone fare la fila per andare a votare e rimanere ore e ore ad aspettare, consapevoli che il momento è importante».
Come artista si è mai sentito discriminato?
«No, ma la mia è una storia particolare. Frequentavo la Cranbrook Academy of Art e lì venivano spesso gli artisti newyorchesi, per esempio Dan Flavin comprò un mio lavoro. Quando mi trasferii a New York, fu facile entrare in contatto con quel mondo, in parte lo conoscevo e poi in quegli anni, se ti mettevi il sabato nelle strade di Soho, incontravi tutti, era un mondo piccolo… Mi offrirono di insegnare in cinque università, mi davano davvero tanti soldi, ma volevo essere un artista a tempo pieno e ho rifiutato».
Ha realizzato dipinti con delle griglie sotto le quali ha messo i suoi documenti, pagine della sua agenda e foto dei linciaggi razziali.
«Non mi piace il termine griglia, preferisco parlare di forma, di base. Inserisco lì la mia autobiografia che è riassunta, per esempio, in una rubrica telefonica che ho tenuto in tasca per anni e che col passare del tempo si riempiva di indirizzi. C’era di tutto, non solo artisti, potevo avere amici come Dan Flavin, Jean-Michel Basquiat, Sol LeWitt o tanti sconosciuti. C’erano cancellature, indirizzi cambiati... guardandola ho pensato: questa è la mia evoluzione, come sono partito, cosa sono oggi».
Al Museo Novecento lei presenta opere realizzate per questi spazi e per il ciclo “Duel” che mette in relazione due artisti: perché ha scelto Marino Marini?
«Un giorno a Detroit vidi una scultura bellissima e pensavo fosse di Marini. Quando sono venuto in Italia per il primo sopralluogo e mi hanno chiesto di scegliere un artista con cui far dialogare le mie opere, non ho avuto esitazione: ho scelto un volto di donna di Marini. Tornato in America, ho scoperto che quella scultura che mi piaceva era di un altro artista, mi ero sbagliato. Nella vita succede, ma un errore non sempre è un errore. Una volta a una mostra, Basquiat mi disse: “Mi piace il tuo cappello, se me lo dai, ti regalo un mio quadro”. Gli dissi che non potevo perché il cappello mi era stato regalato dalla mia fidanzata. Tutti mi presero per pazzo, ma oggi forse quel cappello vale più di quel quadro (ride)».
A Firenze ha realizzato la sua prima pala d’altare.
«Mio padre era un pastore protestante, con la religione non ho mai avuto un gran rapporto, ma quando sono venuto qui e Lorenzo Bruni mi ha proposto questo progetto, davanti all’altare, allora ho pensato a un incrocio della vita tra il mio presente e il passato e così è nato Modern Ancient Brown-Altar».