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Raymond Carver (1938-1988) 

Il consigliere del Papa e la passione per Carver: di cosa parliamo quando parliamo di letteratura

Antonio Spadaro, consigliere di papa Francesco, dedica un libro a Raymond Carver. “Perché c’è bisogno di parole poetiche per suscitare immagini piene di significato e capire la realtà”
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A un certo punto la conversazione fa un salto e l'uomo al di là dello schermo, con una camicia azzurra button down, gli occhiali e la solita parete di libri alle spalle delle nostre scenografie ai tempi di skype, sorride. Il salto è alla domanda: "Padre Spadaro, ma stiamo ancora parlando di letteratura o stiamo parlando d'altro?". La risposta è una citazione dal titolo di un'opera di Raymond Carver, l'occasione per questa intervista: "Di cosa parliamo quando parliamo di letteratura?", dice.

Infatti parliamo soprattutto d'altro con Antonio Spadaro, messinese, direttore di Civiltà Cattolica, entrato nella Compagnia di Gesù a 22 anni e, ora che ne ha 54, uno dei più ascoltati consiglieri di papa Francesco, anima di un'enciclica dirompente - anche se più apprezzata dai laici che da molti ecclesiastici - alla quale, nell'edizione critica da lui curata per Marsilio, ha anteposto un'introduz…
A un certo punto la conversazione fa un salto e l'uomo al di là dello schermo, con una camicia azzurra button down, gli occhiali e la solita parete di libri alle spalle delle nostre scenografie ai tempi di skype, sorride. Il salto è alla domanda: "Padre Spadaro, ma stiamo ancora parlando di letteratura o stiamo parlando d'altro?". La risposta è una citazione dal titolo di un'opera di Raymond Carver, l'occasione per questa intervista: "Di cosa parliamo quando parliamo di letteratura?", dice.

Infatti parliamo soprattutto d'altro con Antonio Spadaro, messinese, direttore di Civiltà Cattolica, entrato nella Compagnia di Gesù a 22 anni e, ora che ne ha 54, uno dei più ascoltati consiglieri di papa Francesco, anima di un'enciclica dirompente - anche se più apprezzata dai laici che da molti ecclesiastici - alla quale, nell'edizione critica da lui curata per Marsilio, ha anteposto un'introduzione tanto rigorosa quanto, appunto, laica.

E dunque la prima domanda all'uomo che sussurra al Papa non poteva che essere, parlando d'altro, questa: ha ascoltato il nuovo album di Bruce Springsteen, A Letter to You? "Velocemente, è appena uscito, ma la tentazione è stata forte. Mi hanno colpito molto due brani, The Power of Prayer e If I Was The Priest".

"Il potere della preghiera" e "Se io fossi il prete": in effetti ognuno fa il suo mestiere.
"Mi ricordano i testi di Nebraska, forse il mio album preferito. Le badlands sconfinate, i losers, gli sconfitti, la ricerca della frontiera. E quella tensione fortissima, religiosa. Sa, ho sempre pensato che le donne di cui parla il Boss nelle sue canzoni, così disperate e trasfigurate, siano una raffigurazione della Madonna".

Stiamo parlando di un'America molto diversa da quella che abbiamo sotto gli occhi ultimamente.
"Stiamo parlando dell'America di Whitman, di Flannery O'Connor, l'America che ho conosciuto quando nel 2002 ho vissuto in Ohio, in the middle of nowhere, nel mezzo del nulla. Esiste un legame fortissimo tra dimensione geografica e spirituale. Un paesaggio esteriore è anche interiore. L'unico modo per parlare di quello interiore è raccontare quello esteriore".

Ama gli scrittori americani perché riescono a farlo?
"Arrivai a Civiltà Cattolica come critico letterario negli anni '90, anni di grande stanchezza creativa: quando leggevo vedevo lo scrittore, ma non la realtà. Poi scoprii gli americani e il loro rapporto diretto, fresco con la realtà, qualcosa di ustionante, capace di contenere la vita. Ha presente le canzoni di Tom Waits?".

Sì, Jersey Girl, se è come dice lei, forse è un'altra immagine nascosta della Madonna. Dovremmo parlare di Carver e della nuova edizione del suo libro, "Creature di caldo sangue e nervi".
"Carver mi ha insegnato che sono le storie a generare le immagini, è un processo di incarnazione. Non a caso, nell'ultimo discorso pubblico prima della sua morte, cita Teresa d'Avila: "Le parole muovono ai fatti, preparano l'anima, la rendono pronta e la portano alla tenerezza". Certo Santa Teresa si riferiva alle parole di dio, ma il discorso resta".

Le immagini sono il linguaggio dell'anima, diceva Platone.
"E per questo generano un legame forte tra parola e azione. In Carver diventa commozione. Ci si commuove perché si è vulnerabili. Si sente la propria fragilità. Si sente il bisogno di salvezza".

Sentimento oggi piuttosto diffuso al di là delle sue implicazioni religiose. Lei che cosa direbbe a un laico riguardo a questo?
"La realtà viene vissuta veramente soltanto quando passa dalla mediazione del racconto. Ma non è detto che racconto e realtà corrispondano, anzi. In questo momento storico c'è una visione alterata della realtà, fatta di paure, angosce, di mancanza di immaginazione. La letteratura offre un'intelligenza narrativa che permette di comprendere la realtà in modo superiore. È un condensato di esperienza e un orizzonte di possibilità. Senza questo si rischia di plasmare la realtà in modo sbagliato. C'è bisogno di una lettura spirituale della realtà".

Padre Spadaro stiamo parlando di letteratura o stiamo parlando d'altro?
"Di che cosa parliamo quando parliamo di letteratura? Oggi siamo abituati a vivere il lockdown con le parole della scienza. Ci è mancata l'elaborazione del simbolo. Pensi all'immagine del Papa da solo in piazza San Pietro il Venerdì santo durante il primo lockdown. Quella piazza non è mai stata così piena perché quell'immagine ha interpretato il sentimento del mondo, la solitudine. Ma c'è bisogno di parole poetiche per suscitare immagini piene di significato. Le parole sono come conchiglie, per sentire quello che dicono bisogna accostarle all'orecchio e in quel momento si sente il mare. Altrimenti si rischia, solo con le parole della scienza, di perdersi nell'oggettività del referto".

Facciamo un esempio di quello che sta dicendo tratto da Carver: una delle sue ultime poesie che è anche l'epitaffio sulla sua tomba, citata nel suo libro: "Hai ottenuto quello che volevi da questa vita, nonostante tutto? / Sì / E che cosa volevi? / Potermi dire amato, sentirmi amato sulla terra".
"Nella versione inglese della poesia si nota l'uso delle consonanti: l'impertinenza della domanda è ricca di suoni duri, ci sono molte d e t (did, get, what, wanted). Nella risposta c'è tutta la dolcezza e la liquidità delle elle (call, beloved, feel). In questo contrasto tra durezza e dolcezza è racchiusa tutta la vicenda umana. E nell'ultima parola, earth, c'è il respiro finale della lettera h, l'indeterminatezza, l'apertura verso l'infinito".

La famosa lingua minimalista di Carver in cui tutto, anche la musica, è racchiuso nell'infinitamente piccolo, per usare un'espressione francescana.
"Carver usa i sostantivi, fa quasi a meno degli aggettivi. Dovremmo cominciare a ridiscutere quali aggettivi ci servono davvero nelle nostre vite, quali riabilitare. Oggi viviamo una vita povera, deragliata e - per tornare alla poesia di Carver - priva d'amore. Viviamo in solitudine. Viviamo un lockdown esistenziale che era cominciato prima di quello fisico e dal quale si alza un urlo".

È un urlo di preghiera o di protesta perché non si vuole accettare che il nostro stile di vita è cambiato radicalmente?
"Facciamo fatica a distinguere. Il grido di battaglia del self made man, dell'uomo che ha costruito da solo il proprio successo, che diffonde il messaggio sulle strategie per raggiungerlo, soffoca la forza delle parole che, come quelle di Carver, ci schiaffano in faccia la verità che non è questa la strada. Il bisogno di successo chiude le porte alla possibilità dell'intervento della grazia".

Ma è difficile restare immuni al desiderio di successo, alle tentazioni narcisistiche, al consumismo, in attesa delle grazia.
"Il senso della nostra vita non è a nostra disposizione. A nostra disposizione è il senso della penuria, della mancanza. Di questo possiamo cantare, continuare a cantare e, riga dopo riga, scoprire come va a finire. Attendere la grazia cantando. Ha presente l'arte di Hopper? È un'arte di attesa. Quello che ci manca è l'orizzonte di un'attesa profonda".

Nel racconto più famoso di Carver, "Cattedrale", un uomo guida con gli occhi chiusi la mano di un cieco e insieme disegnano una cattedrale. Quando il cieco chiede all'altro di aprire gli occhi, lui non lo fa.
"Ecco, abbiamo bisogno del "Metodo Cattedrale": capire una cosa disegnandola con gli occhi chiusi. Capire le cose guidando la mano di un cieco".

Non crede che oggi le parole siano svilite da un altro minimalismo, quello dei social, dove, limitati dalla brevità, si finisce col dire cose banali quando non slogan pieni di astio o di odio?
"L'alternativa che la parola ha davanti è tra potenza e potere. La parola si è fatta strumento di potere che ormai usa chiunque, dai social ai giornali. La potenza della parola è un'altra cosa. Le parole non devono essere influenti come le intendono sui social appunto gli influencer, ma avere la potenza di dire tanto con poco. Il linguaggio dei tweet offre quindi anche una grande sfida: concentrare significati in poche battute, affilarsi. È l'esigenza mistica: non multa sed multum, diceva Sant'Ignazio, molto con poco".