Il 18 Ottobre 1997 veniva innaugurato il Guggenheim Bilbao, il museo disegnato dall'architetto Americano Frank Ghery destinato a diventare il simbolo e l'apripista di quella rivoluzione che spingerà molti musei nel mondo ad aprire nuove sedi, ad ingrandirsi, ad espandersi. Diventando giganti culturali e magneti economici per città e nazioni in cerca di turismo e visibilità. La pandemia, fra le tante cose che ha trasformato nella nostra vita, sembra aver portato alla sua naturale ed inevitabile conclusione anche questa forma di bulimia, o di priapismo museale. Il museo gigante, il museo colonialista, il museo senza limiti di spazio, il museo galassia non sembra più essere sostenibile. Non solo per questioni di distanza sociale ma principalmente per questioni economiche dovute a budget di gestione sempre più alti. Fortissimo in termini d'immagine, il Guggenheim Bilbao si è rivelato fragilissimo davanti alla prima vera concreta crisi di pubblico e quindi di incassi.
E' forse arrivato il momento di ritornare a prestare attenzione ai piccoli musei a dimensione umana che il museo-azienda aveva messo in crisi negli ultimi vent'anni. Il piccolo museo torna ad essere un ottimo pretesto per ritornare a riflettere sulla funzione stessa del museo e dell'arte nella società contemporanea. Non solo merchandising e comunicazione ma anche occasione per comprendere I bisogni e i limiti dell'individuo contemporaneo. Per fare questo non c'è luogo migliore del Mishkan Museum, un piccolo edificio nel kibbutz di Ein Harod, un centinaio di chilometri a nord di Tel Aviv. Quattordici stanze di varie dimensioni, con una superficie di poco più di 1000 metri quadri. L'idea di questo museo venne all'artista Haim Atar che in un baracca di legno inaugurò nel 1937 la prima sede museo. Qualche anno dopo Atar commisionò a Samuel Bickers, un architetto che veniva da un altro kibbutz della zona, l'edificio attuale, inaugurato nel 1948, preso ad esempio dai grandi architetti contemporanei per la sua scala perfetta e l'uso della luce naturale per illuminare le sale espositive.
Louis Kahn, Tadao Ando, Renzo Piano saranno ispirati da questa semplice costruzione pensata come centro focale e cardine della vita collettiva della comunità. Proprio Renzo Piano nel 1980, su suggerimento del grande curatore svedese Pontus Hulten, insieme alla mecenate Dominique Menil, visitò il museo di Ein Harod prendendone spunto per l'edificio di quella che sarà poi la Menil Collection a Houston in Texas inaugurata nel 1987. Anche questo museo, costruito in un anonimo sobborgo della città, deve la sua perfetta scala e proporzioni all'idea di prendere come riferimento materiali e dimensioni dei piccoli edifici residenziali del quartiere che gli sta attorno. In tutto 2800 metri quadri di spazi espositivi (il Centro Pompidou a Parigi ne ha quasi ventimila) dove a rotazione viene esposta la collezione di più di diecimila pezzi, che va dall'arte antica all'arte contemporanea.
Un altro edificio storico è quello della collezione privata Goetz a Monaco di Baviera. Il primo museo disegnato dalle ancora sconosciute archistar Herzog e De Meuron nel 1992. Una piccolissima perfetta scatola di 600 metri quadri divisi su tre livelli dedicati tutti all'arte contemporanea. Sempre in Germania, a Berlino, in un vecchio bunker della seconda guerra mondiale, l'architetto britannico John Pawson ha creato 7350 metri quadri di gallerie per la collezione di Désiré Feuerle, un collezionista che ha fatto della distanza sociale la sua filosofia dello spazio, molto prima che diventasse obbligatoria e necessaria. Nel bunker possono infatti entrare pochissime persone alla volta su appuntamento, per fare un serie di esperienze che vanno dall'antichissima cerimonia cinese dell'incenso ad installazioni sonore ad opere di Anish Kapoor e Cristina Iglesias.
Spostandosi in Cina, Ucca, il più importante centro di arte contemporanea di Pechino, ha innaugurato nel 2018 una succursale trecento chilometri a nord dalla città, sulla costa della baia di Bohai. Il Dune Art Museum è stato progettato dallo studio cinese Open Architecture di Li Hu e Huang Wenjung: 930 metri quadri che visti dal cielo sembrano una astronave di Star Wars. L'edificio, ricoperto quasi completamente dalle dune, è al suo interno uno spazio che sembra scavato nella sabbia, con lucernari e pareti curve e scorci sull'oceano. In un dialogo unico con le opere d'arte esposte temporaneamente nel corso dell'anno.
A questo punto viene spontanea la domanda: in Italia quali sono i luoghi dedicati all'arte contemporanea che celebrano il rapporto con l'individuo spettatore più che la propria immagine? Apripista in anticipo sui tempi è stata la Fondazione Sandretto, innaugurata nel 2002 nel quartiere di Borgo San Paolo a Torino . Disegnata dall'architetto minimalista Claudio Silvestrin, ha uno spazio espositivo di più di 1100 metri quadri, con una galleria unica illuminata dall'alto, e dedicata esclusivamente a mostre temporanee di arte contemporanea. E poi la Fondazione Prada a Milano, inaugurata nel 2018. Disegnata da Rem Koolhaas, ha all'incirca 11mila metri quadri di luoghi per esposizione. E' più o meno la stessa superficie del Guggenheim Bilbao. Ma qui lo spazio è frammentato o spalmato in tanti edifici di natura e spirito diverso, in una struttura modulare capace sia di avventurarsi in megamostre blockbuster che di prestarsi a progetti pù intimi. Quelli in cui il visitatore può ritrovare un rapporto più autentico con l'opera d'arte.
E' improbabile comunque che le grandi macchine per il pubblico come il Louvre, il Metropolitan o la Tate Modern, finita l'emergenza pandemica, si trasformino in boutique museums. La loro economia e struttura fisica non è stata immaginata per un gruppo ristretto di buongustai dell'arte. La dieta di folla può essere solo temporanea. Bulimici prima, i grandi musei rischiano l'anoressia culturale. Questa crisi però ha dato a tutti l'opportunita' di capire che l'arte, più che un business, è un'esperienza essenziale all'interno di una comunità civile. Qualcosa di cui la società non potrà mai fare a meno.
E' forse arrivato il momento di ritornare a prestare attenzione ai piccoli musei a dimensione umana che il museo-azienda aveva messo in crisi negli ultimi vent'anni. Il piccolo museo torna ad essere un ottimo pretesto per ritornare a riflettere sulla funzione stessa del museo e dell'arte nella società contemporanea. Non solo merchandising e comunicazione ma anche occasione per comprendere I bisogni e i limiti dell'individuo contemporaneo. Per fare questo non c'è luogo migliore del Mishkan Museum, un piccolo edificio nel kibbutz di Ein Harod, un centinaio di chilometri a nord di Tel Aviv. Quattordici stanze di varie dimensioni, con una superficie di poco più di 1000 metri quadri. L'idea di questo museo venne all'artista Haim Atar che in un baracca di legno inaugurò nel 1937 la prima sede museo. Qualche anno dopo Atar commisionò a Samuel Bickers, un architetto che veniva da un altro kibbutz della zona, l'edificio attuale, inaugurato nel 1948, preso ad esempio dai grandi architetti contemporanei per la sua scala perfetta e l'uso della luce naturale per illuminare le sale espositive.
Louis Kahn, Tadao Ando, Renzo Piano saranno ispirati da questa semplice costruzione pensata come centro focale e cardine della vita collettiva della comunità. Proprio Renzo Piano nel 1980, su suggerimento del grande curatore svedese Pontus Hulten, insieme alla mecenate Dominique Menil, visitò il museo di Ein Harod prendendone spunto per l'edificio di quella che sarà poi la Menil Collection a Houston in Texas inaugurata nel 1987. Anche questo museo, costruito in un anonimo sobborgo della città, deve la sua perfetta scala e proporzioni all'idea di prendere come riferimento materiali e dimensioni dei piccoli edifici residenziali del quartiere che gli sta attorno. In tutto 2800 metri quadri di spazi espositivi (il Centro Pompidou a Parigi ne ha quasi ventimila) dove a rotazione viene esposta la collezione di più di diecimila pezzi, che va dall'arte antica all'arte contemporanea.
Un altro edificio storico è quello della collezione privata Goetz a Monaco di Baviera. Il primo museo disegnato dalle ancora sconosciute archistar Herzog e De Meuron nel 1992. Una piccolissima perfetta scatola di 600 metri quadri divisi su tre livelli dedicati tutti all'arte contemporanea. Sempre in Germania, a Berlino, in un vecchio bunker della seconda guerra mondiale, l'architetto britannico John Pawson ha creato 7350 metri quadri di gallerie per la collezione di Désiré Feuerle, un collezionista che ha fatto della distanza sociale la sua filosofia dello spazio, molto prima che diventasse obbligatoria e necessaria. Nel bunker possono infatti entrare pochissime persone alla volta su appuntamento, per fare un serie di esperienze che vanno dall'antichissima cerimonia cinese dell'incenso ad installazioni sonore ad opere di Anish Kapoor e Cristina Iglesias.
Spostandosi in Cina, Ucca, il più importante centro di arte contemporanea di Pechino, ha innaugurato nel 2018 una succursale trecento chilometri a nord dalla città, sulla costa della baia di Bohai. Il Dune Art Museum è stato progettato dallo studio cinese Open Architecture di Li Hu e Huang Wenjung: 930 metri quadri che visti dal cielo sembrano una astronave di Star Wars. L'edificio, ricoperto quasi completamente dalle dune, è al suo interno uno spazio che sembra scavato nella sabbia, con lucernari e pareti curve e scorci sull'oceano. In un dialogo unico con le opere d'arte esposte temporaneamente nel corso dell'anno.
A questo punto viene spontanea la domanda: in Italia quali sono i luoghi dedicati all'arte contemporanea che celebrano il rapporto con l'individuo spettatore più che la propria immagine? Apripista in anticipo sui tempi è stata la Fondazione Sandretto, innaugurata nel 2002 nel quartiere di Borgo San Paolo a Torino . Disegnata dall'architetto minimalista Claudio Silvestrin, ha uno spazio espositivo di più di 1100 metri quadri, con una galleria unica illuminata dall'alto, e dedicata esclusivamente a mostre temporanee di arte contemporanea. E poi la Fondazione Prada a Milano, inaugurata nel 2018. Disegnata da Rem Koolhaas, ha all'incirca 11mila metri quadri di luoghi per esposizione. E' più o meno la stessa superficie del Guggenheim Bilbao. Ma qui lo spazio è frammentato o spalmato in tanti edifici di natura e spirito diverso, in una struttura modulare capace sia di avventurarsi in megamostre blockbuster che di prestarsi a progetti pù intimi. Quelli in cui il visitatore può ritrovare un rapporto più autentico con l'opera d'arte.
E' improbabile comunque che le grandi macchine per il pubblico come il Louvre, il Metropolitan o la Tate Modern, finita l'emergenza pandemica, si trasformino in boutique museums. La loro economia e struttura fisica non è stata immaginata per un gruppo ristretto di buongustai dell'arte. La dieta di folla può essere solo temporanea. Bulimici prima, i grandi musei rischiano l'anoressia culturale. Questa crisi però ha dato a tutti l'opportunita' di capire che l'arte, più che un business, è un'esperienza essenziale all'interno di una comunità civile. Qualcosa di cui la società non potrà mai fare a meno.