Noir a un metro di distanza
di Paolo Di Paolo , di Paolo di PaoloWalter Veltroni ambienta la nuova indagine del commissario Buonvino nella Roma di quest’anno con il lockdown e il tempo sospeso dal virus. Tra realtà e finzione
Il protagonista di questa storia, dal balcone di casa, osserva la città – «una Roma deserta come non era mai stata nel corso della storia». Dal rumore di piatti e stoviglie delle abitazioni accanto si staccano le note di una chitarra e la voce di una ragazza che canta Hey Jude. Il protagonista di questa storia avverte una commozione profonda, è sul punto di piangere. «Non per sé stesso, ma per quel mondo ieri reboante e spavaldo e ora fragile come un anziano indifeso, impaurito come un bambino abbandonato». È spaventato dal vuoto; l’ansia («l’unica sua malattia congenita») lo punge. Eppure non smette di cercare un senso.
Nelle prime pagine di Buonvino e il caso del bambino scomparso (Marsilio), Walter Veltroni sceglie per fondale la sconcertante stagione che abbiamo vissuto, che stiamo tornando a vivere: il tempo del distanziamento sociale («un ossimoro devastante»), dei vernissage su Zoom; …
Nelle prime pagine di Buonvino e il caso del bambino scomparso (Marsilio), Walter Veltroni sceglie per fondale la sconcertante stagione che abbiamo vissuto, che stiamo tornando a vivere: il tempo del distanziamento sociale («un ossimoro devastante»), dei vernissage su Zoom; …
Il protagonista di questa storia, dal balcone di casa, osserva la città – «una Roma deserta come non era mai stata nel corso della storia». Dal rumore di piatti e stoviglie delle abitazioni accanto si staccano le note di una chitarra e la voce di una ragazza che canta Hey Jude. Il protagonista di questa storia avverte una commozione profonda, è sul punto di piangere. «Non per sé stesso, ma per quel mondo ieri reboante e spavaldo e ora fragile come un anziano indifeso, impaurito come un bambino abbandonato». È spaventato dal vuoto; l’ansia («l’unica sua malattia congenita») lo punge. Eppure non smette di cercare un senso.
Nelle prime pagine di Buonvino e il caso del bambino scomparso (Marsilio), Walter Veltroni sceglie per fondale la sconcertante stagione che abbiamo vissuto, che stiamo tornando a vivere: il tempo del distanziamento sociale («un ossimoro devastante»), dei vernissage su Zoom; racconta anche l’illusione estiva – quella voglia di respirare, quella fame di vita che ci ha spinti a rimettere il naso fuori come dovessimo riscoprire il mondo daccapo. Anche il commissario Buonvino, prudente, guardingo, si gode Villa Borghese, ritrova sé stesso nei riti quotidiani (il più importante è il primo caffè della giornata, al bancone del chiostro di via Raimondi), incontra i suoi simili avendo ormai introiettato il metro di sicurezza. Perciò lascia che una ragazza, che da un po’ lo sta fissando, gli si avvicini, ma non troppo. E che gli dica, con la bocca coperta dalla mascherina: «Le devo parlare di una cosa grave, molto grave, avvenuta qui, qualche anno fa».
Inizia così la nuova indagine del commissario Giovanni Buonvino. Che ama Camilleri, evoca la Luisona – la tipica brioche da bar italiano immortalata da Stefano Benni –, ripensa a C’era una volta il West, a Indovina chi viene a cena?, ai film di Kusturica e di Nanni Moretti, a Nik Novecento. Ed è travolto dall’ansia – «quella che lo portava a balbettare, un’inezia quasi impercettibile, quando qualcosa lo agitava, e che gli faceva passare ore in compagnia di brutti pensieri e previsioni ancora peggiori». Inizia così la seconda “puntata”, dopo Assassinio a Villa Borghese, del Veltroni giallista. Che sembra divertirsi parecchio, scrivendo queste storie, pedinando Buonvino che pedina a sua volta qualcuno.
Le pagine hanno la leggerezza talvolta comica che – come sanno bene gli amanti del genere, su carta e al cinema – può accordarsi perfettamente anche alla più sinistra delle vicende. È questione di ingredienti. E Veltroni, per raccontare gli agenti del commissariato di Villa Borghese, che non sono gli Avengers, non hanno «il look degli eroi invincibili», mescola al senso di allarme ironia e tenerezza, rovescia sul tavolo del lettore oggetti che funzionano come talismani, indizi tangibili, passioni cifrate. Fa un po’ come Daniela, la ragazza che Buonvino ha incontrato a Villa Borghese. Seduta nell’ufficio del commissario, rovista freneticamente nella borsa, e ne estrae «un pacchetto di fazzoletti di carta, il nécessaire per il trucco, un portacarte, una copia del libro di Carrère Facciamo un gioco, dei biglietti per la metropolitana e l’autobus, degli scontrini vintage rilasciati da negozi probabilmente chiusi dalla crisi, e dei disegni che sembravano fatti da un bambino». Ciascuno di questi elementi, buttati lì alla rinfusa, potrebbe rivelarsi il MacGuffin decisivo. Ogni trascurabile oggetto, che secondo la proverbiale teoria di Hitchcock, peraltro evocato nel romanzo di Veltroni, diventa motore narrativo. Attenzione ai quadri!
Al commissario Buonvino Daniela racconta un pomeriggio di maggio del 2009. Una giornata spensierata a zonzo per Villa Borghese, in famiglia. Il più piccolo, il bambino Aldo, si mette a giocare con un gatto. Qualche minuto dopo, il sussurro atterrito della mamma: «Dov’è Aldo?». Daniela, la sorella ormai cresciuta, non si dà pace: dopo anni – senza avere saputo più niente di Aldo – sente che la sua vita è rimasta ancorata lì, «come se lembi di me fossero stati inchiodati al muro, quel giorno di maggio del 2009». Buonvino e i suoi agenti prendono subito a cuore la storia di questa ragazza, rimasta nel frattempo sola nella sua ricerca – la madre malata, indurita dall’Alzheimer, il padre suicida – e schiacciata dal senso di colpa.
Più a fondo Buonvino indaga, più a fondo, in parallelo, Daniela rilegge la propria esistenza: tornano frasi taglienti, ombre sulla felicità di una famiglia della buona borghesia romana. Se dalle dichiarazioni dei redditi e dai conti bancari non affiora – almeno sulle prime – granché, da certi silenzi, da certe risate inquietanti, da fotocopie di fotografie oscene affiorano invece domande dolorose. Scuotono quel piccolo mausoleo che è la camera di Aldo senza Aldo. «Anni di vita giacevano sospesi nella libreria. Erano nei quaderni e nei libri della scuola elementare, nei giochi per la PlayStation, nei vestiti depositati nell’armadio. Sotto il cuscino c’era ancora il pigiama». Veltroni sa leggere e animare questo spazio di vita; e forse l’infanzia interrotta – l’infanzia che comunque perdiamo o qualcuno ci strappa – è davvero il suo grande tema, circola nei suoi romanzi e nei suoi film, che sono sempre storie di padri e di figli. Penso a Senza Patricio, forse il suo più bello, dove una scritta su un muro – «Patricio, ti amo. Papà» – basta a suscitare cinque storie diverse, cinque ipotesi sull’amore di quel padre sconosciuto.
Anche qui, mentre Buonvino combatte con le piste sbagliate, con le sue crisi d’ansia e i suoi micidiali mal di testa, si sviluppa sottotraccia una meditazione sui legami familiari: quando si ammalano, si aggrovigliano, si storcono, quando diventano un viluppo soffocante. E forse anche perché avrebbe desiderato essere padre, ma non lo è diventato, il commissario prende la vicenda del bambino scomparso come un fatto personale. Una questione privata. Come volesse, dovesse restituirgli un futuro – «la vita davanti, luminosa o buia che fosse».
Nelle prime pagine di Buonvino e il caso del bambino scomparso (Marsilio), Walter Veltroni sceglie per fondale la sconcertante stagione che abbiamo vissuto, che stiamo tornando a vivere: il tempo del distanziamento sociale («un ossimoro devastante»), dei vernissage su Zoom; racconta anche l’illusione estiva – quella voglia di respirare, quella fame di vita che ci ha spinti a rimettere il naso fuori come dovessimo riscoprire il mondo daccapo. Anche il commissario Buonvino, prudente, guardingo, si gode Villa Borghese, ritrova sé stesso nei riti quotidiani (il più importante è il primo caffè della giornata, al bancone del chiostro di via Raimondi), incontra i suoi simili avendo ormai introiettato il metro di sicurezza. Perciò lascia che una ragazza, che da un po’ lo sta fissando, gli si avvicini, ma non troppo. E che gli dica, con la bocca coperta dalla mascherina: «Le devo parlare di una cosa grave, molto grave, avvenuta qui, qualche anno fa».
Inizia così la nuova indagine del commissario Giovanni Buonvino. Che ama Camilleri, evoca la Luisona – la tipica brioche da bar italiano immortalata da Stefano Benni –, ripensa a C’era una volta il West, a Indovina chi viene a cena?, ai film di Kusturica e di Nanni Moretti, a Nik Novecento. Ed è travolto dall’ansia – «quella che lo portava a balbettare, un’inezia quasi impercettibile, quando qualcosa lo agitava, e che gli faceva passare ore in compagnia di brutti pensieri e previsioni ancora peggiori». Inizia così la seconda “puntata”, dopo Assassinio a Villa Borghese, del Veltroni giallista. Che sembra divertirsi parecchio, scrivendo queste storie, pedinando Buonvino che pedina a sua volta qualcuno.
Le pagine hanno la leggerezza talvolta comica che – come sanno bene gli amanti del genere, su carta e al cinema – può accordarsi perfettamente anche alla più sinistra delle vicende. È questione di ingredienti. E Veltroni, per raccontare gli agenti del commissariato di Villa Borghese, che non sono gli Avengers, non hanno «il look degli eroi invincibili», mescola al senso di allarme ironia e tenerezza, rovescia sul tavolo del lettore oggetti che funzionano come talismani, indizi tangibili, passioni cifrate. Fa un po’ come Daniela, la ragazza che Buonvino ha incontrato a Villa Borghese. Seduta nell’ufficio del commissario, rovista freneticamente nella borsa, e ne estrae «un pacchetto di fazzoletti di carta, il nécessaire per il trucco, un portacarte, una copia del libro di Carrère Facciamo un gioco, dei biglietti per la metropolitana e l’autobus, degli scontrini vintage rilasciati da negozi probabilmente chiusi dalla crisi, e dei disegni che sembravano fatti da un bambino». Ciascuno di questi elementi, buttati lì alla rinfusa, potrebbe rivelarsi il MacGuffin decisivo. Ogni trascurabile oggetto, che secondo la proverbiale teoria di Hitchcock, peraltro evocato nel romanzo di Veltroni, diventa motore narrativo. Attenzione ai quadri!
Al commissario Buonvino Daniela racconta un pomeriggio di maggio del 2009. Una giornata spensierata a zonzo per Villa Borghese, in famiglia. Il più piccolo, il bambino Aldo, si mette a giocare con un gatto. Qualche minuto dopo, il sussurro atterrito della mamma: «Dov’è Aldo?». Daniela, la sorella ormai cresciuta, non si dà pace: dopo anni – senza avere saputo più niente di Aldo – sente che la sua vita è rimasta ancorata lì, «come se lembi di me fossero stati inchiodati al muro, quel giorno di maggio del 2009». Buonvino e i suoi agenti prendono subito a cuore la storia di questa ragazza, rimasta nel frattempo sola nella sua ricerca – la madre malata, indurita dall’Alzheimer, il padre suicida – e schiacciata dal senso di colpa.
Più a fondo Buonvino indaga, più a fondo, in parallelo, Daniela rilegge la propria esistenza: tornano frasi taglienti, ombre sulla felicità di una famiglia della buona borghesia romana. Se dalle dichiarazioni dei redditi e dai conti bancari non affiora – almeno sulle prime – granché, da certi silenzi, da certe risate inquietanti, da fotocopie di fotografie oscene affiorano invece domande dolorose. Scuotono quel piccolo mausoleo che è la camera di Aldo senza Aldo. «Anni di vita giacevano sospesi nella libreria. Erano nei quaderni e nei libri della scuola elementare, nei giochi per la PlayStation, nei vestiti depositati nell’armadio. Sotto il cuscino c’era ancora il pigiama». Veltroni sa leggere e animare questo spazio di vita; e forse l’infanzia interrotta – l’infanzia che comunque perdiamo o qualcuno ci strappa – è davvero il suo grande tema, circola nei suoi romanzi e nei suoi film, che sono sempre storie di padri e di figli. Penso a Senza Patricio, forse il suo più bello, dove una scritta su un muro – «Patricio, ti amo. Papà» – basta a suscitare cinque storie diverse, cinque ipotesi sull’amore di quel padre sconosciuto.
Anche qui, mentre Buonvino combatte con le piste sbagliate, con le sue crisi d’ansia e i suoi micidiali mal di testa, si sviluppa sottotraccia una meditazione sui legami familiari: quando si ammalano, si aggrovigliano, si storcono, quando diventano un viluppo soffocante. E forse anche perché avrebbe desiderato essere padre, ma non lo è diventato, il commissario prende la vicenda del bambino scomparso come un fatto personale. Una questione privata. Come volesse, dovesse restituirgli un futuro – «la vita davanti, luminosa o buia che fosse».