✕
Un particolare dell'installazione L'età dell'oro di Fabrizio Plessi 

Fabrizio Plessi: lo spirituale del digitale

L'artista ha festeggiato i suoi ottant’anni regalando una cascata d’oro a Venezia. Ma l’ispirazione arriva dalle vetrate delle cattedrali
3 minuti di lettura
VENEZIA. Il sogno di un mondo di pace illumina Piazza San Marco, ricoprendola di oro e di luce. Venezia celebra gli 80 anni dell'artista Fabrizio Plessi che omaggia a sua volta la città con un messaggio poetico che entra dritto nel cuore: Pax Tibi, pace a te. Fino al 15 novembre l'installazione L'età dell'oro trasforma le finestre del Museo Correr in cascate di oro, dialogando con i mosaici bizantini della Basilica di San Marco. "Durante la prima fase della pandemia, ho vissuto uno dei periodi più profondi della mia vita perché, non avendo appuntamenti, mi sono concentrato sul lavoro come non mai" racconta l'artista, nato nel 1940 a Reggio Emilia. "È stata una fase molto spirituale che ha cambiato l'installazione prevista. La tragedia delle morti per coronavirus mi ha segnato. Come artista non potevo fare finta di nulla. In quelle cascate di oro appaiono dei riflessi di luce che, piano piano, formano la scritta …
VENEZIA. Il sogno di un mondo di pace illumina Piazza San Marco, ricoprendola di oro e di luce. Venezia celebra gli 80 anni dell'artista Fabrizio Plessi che omaggia a sua volta la città con un messaggio poetico che entra dritto nel cuore: Pax Tibi, pace a te. Fino al 15 novembre l'installazione L'età dell'oro trasforma le finestre del Museo Correr in cascate di oro, dialogando con i mosaici bizantini della Basilica di San Marco. "Durante la prima fase della pandemia, ho vissuto uno dei periodi più profondi della mia vita perché, non avendo appuntamenti, mi sono concentrato sul lavoro come non mai" racconta l'artista, nato nel 1940 a Reggio Emilia. "È stata una fase molto spirituale che ha cambiato l'installazione prevista. La tragedia delle morti per coronavirus mi ha segnato. Come artista non potevo fare finta di nulla. In quelle cascate di oro appaiono dei riflessi di luce che, piano piano, formano la scritta Pax Tibi nella facciata lunga 58 metri del Museo Correr, davanti alla Basilica" prosegue Plessi, che ha all'attivo 540 mostre personali e ha esposto in 138 musei. "È come un'annunciazione che si materializza in modo apparentemente casuale con sole due parole che racchiudono la storia di Venezia, il mio riconoscimento alla città e un messaggio di speranza a chi viene raggiunto da questa rivelazione che rimane alcuni momenti, ritornando poi a scorrere come oro liquido sulle note delle musiche di Michael Nyman".

Siamo nella fucina creativa dell'artista, dove Plessi si ritira quando il vortice di idee che lo possiede ininterrottamente prende forma. Il suo rifugio sorge dove un tempo c'era la birreria dell'isola della Giudecca, a pochi passi dal Mulino Stucky. Qui, in questo ampio spazio bianco, dove la luce entra dirompente, s'incontrano cuore, mani e testa dell'alchimista. L'arredamento è essenziale: in una sala ci sono l'archivio con i suoi sedicimila disegni, i cataloghi delle mostre e la prua di legno di una piroga, regalatagli dalla moglie Carla. Nell'altra una scrivania lunghissima con le bozze delle mostre in arrivo e una più piccola con una fila di decine di pennarelli, pastelli, penne e fogli. L'unico suono che rompe l'assoluto silenzio è quello ripetuto di un sasso gettato in un'acqua rossa che sembra magma. È un'installazione formata da cinque pannelli incastonati tra loro, posizionata all'ingresso di questa sorta di tempio circondato dall'azzurro del cielo e della laguna: "È il mio autoritratto - spiega - . Vivo in una città dove non si può fare moto ondoso, ma io amo smuovere le acque".

Ha compiuto 80 anni. Quando ha disegnato la prima volta?
"È stato grazie a mio zio Alfonso. Lui era sopravvissuto al campo di concentramento di Dachau perché sapeva fare i ritratti. Quando è tornato a casa, avevo cinque anni e mi ha insegnato a disegnare. Non mi rendevo conto di quello che gli era successo, ma con il tempo ho capito che mi ha trasmesso quello che gli aveva permesso di sopravvivere: la sua forza, la sua salvezza. A sette anni disegnavo angeli, chiese, decorazioni barocche, soggetti spirituali, a sedici ero un virtuoso e a Reggio Emilia feci affreschi giganti nella Chiesa di San Gervasio e Protasio".
Fabrizio Plessi 

Quando è sbocciato l'artista?
"A un certo punto ho capito che non bastavano le mani per essere un artista, ma bisognava avere la testa. Per me questo passaggio è stato importantissimo perché la testa è la cosa più importante che un artista possa possedere. Ci sono tanti artisti bravi che non raccontano nulla. Io invece da Reggio Emilia sono venuto qui a Venezia a 14 anni e ho realizzato che ci voleva la testa".

Come mai ha scelto Venezia?
"Sapevo che avrei trovato qualcosa di straordinario. Mia nonna Peppina mi ha dato i soldi e mi ha mantenuto al Liceo artistico. Ho trovato dei professori che mi hanno incoraggiato, come lo spazialista Edmondo Bacci che mi ha introdotto a Ca' Venier dei Leoni, dove abitava Peggy Guggenheim. Tutte le sere andavamo dove oggi c'è la collezione. Ho conosciuto lì tutti gli artisti più importanti ed è lì che mi è venuta l'ossessione".

Quale?
"Esporre al Guggenheim di New York. Questa è stata davvero l'ossessione della mia vita: ci sono riuscito dopo tanto tempo, nel 1998, con What a fire. Avevo già una certa età, 58 anni, forse tardi per me che avrei voluto farlo a 20! Eppure quel giorno è stato come sentire che il sogno di un bambino si stava realizzando".

Come ha realizzato l'opera di Piazza San Marco?
"È stato molto complesso. Mi sono chiuso in casa, ho buttato via tutti i colori e ho tenuto solo l'oro e il nero. Il nero è la profondità, la notte, i miei pensieri, e l'oro è quello che deve emergere da questo. L'oro racchiude tutto quello che ho fatto in passato come l'acqua, il vento o il fuoco e ha una caratteristica: è incorruttibile. Tecnicamente i miei assistenti hanno lavorato tre mesi per rendere l'effetto impalpabile che si vede. Oltre alla parte tecnologica, per creare le cascate d'oro, abbiamo utilizzato dei led luminosi coreani che sono al momento quelli che garantiscono la più alta definizione. Non è acqua dipinta di oro, è proprio oro che scende, realizzato tutto in digitale, un elemento molto vicino a Dio".

In che modo il digitale è spirituale?
"Tutti pensano al digitale collegato alla tecnologia del materiale, quando è l'elemento più immateriale che ci sia. La pittura e la scultura sono materiche. I led luminosi, la luce, sono immateriali. Io disegno continuamente, ogni giorno almeno per tre ore. Disegno la luce, disegno le idee e quello che poi vedremo grazie ai pixel luminosi. Le vetrate delle grandi cattedrali gotiche non sono altro che grandi pixel di luce, non c'era nulla di fisico. In un video vediamo qualcosa che non ha consistenza e che poi si volatilizza. Per questo per me è quanto di più spirituale ci sia".

Lei è credente?
"Credo che ci sia qualcosa al di sopra di tutti noi. Sarebbe squallido se non ci fosse nulla, con tutta la fatica che facciamo, sarebbe una vera ingiustizia, ma chissà...".