Alla ricerca di un vaccino intellettuale
di Simonetta Fiori , di Simonetta FioriDopo l’appello del sottosegretario Andrea Martella su Repubblica abbiamo chiesto ad alcuni rappresentanti dell’élite culturale di rispondere alla sua domanda: che fare per le coscienze dei cittadini?
La pandemia ha resuscitato un termine, “intellettuale”, e un genere retorico, l’“appello”, che sembrano appartenere a un lessico novecentesco. È accaduto domenica sulle pagine di Repubblica. Andrea Martella, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’editoria, s’è rivolto ai maîtres à penser perché ci aiutino a leggere la complessità e a ritrovare la bussola perduta nei giorni neri del Covid.
Ma attenzione, avverte Martella: spetta agli intellettuali ricucire un tessuto sociale lacerato, non sulla base di un vecchio ordito, piuttosto grazie a una nuova trama che ci viene indicata dalle novità radicali introdotte dal virus. Perché la pandemia ci sta cambiando — nel lavoro, nella società, nell’intimità — e sarebbe dannoso far finta di nulla.
Il sottosegretario non lo scrive esplicitamente, ma forse la lettera è rivolta anche a quella…
Ma attenzione, avverte Martella: spetta agli intellettuali ricucire un tessuto sociale lacerato, non sulla base di un vecchio ordito, piuttosto grazie a una nuova trama che ci viene indicata dalle novità radicali introdotte dal virus. Perché la pandemia ci sta cambiando — nel lavoro, nella società, nell’intimità — e sarebbe dannoso far finta di nulla.
Il sottosegretario non lo scrive esplicitamente, ma forse la lettera è rivolta anche a quella…
La pandemia ha resuscitato un termine, “intellettuale”, e un genere retorico, l’“appello”, che sembrano appartenere a un lessico novecentesco. È accaduto domenica sulle pagine di Repubblica. Andrea Martella, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’editoria, s’è rivolto ai maîtres à penser perché ci aiutino a leggere la complessità e a ritrovare la bussola perduta nei giorni neri del Covid.
Ma attenzione, avverte Martella: spetta agli intellettuali ricucire un tessuto sociale lacerato, non sulla base di un vecchio ordito, piuttosto grazie a una nuova trama che ci viene indicata dalle novità radicali introdotte dal virus. Perché la pandemia ci sta cambiando — nel lavoro, nella società, nell’intimità — e sarebbe dannoso far finta di nulla.
Il sottosegretario non lo scrive esplicitamente, ma forse la lettera è rivolta anche a quella parte del ceto pensante che in questi giorni ha protestato contro la chiusura di cinema, teatri, sale da concerto: nell’emergenza, sembra suggerire Martella, bisogna esercitare un ruolo di responsabilità a cui i savants — soprattutto loro — non devono mai venire meno.
Abbiamo chiesto a sei intellettuali di rispondere all’appello. Non tutti si identificano in questo termine, qualcuno ne contesta le premesse, tutti però collaborano alla ricerca di una strada che ci porti fuori dal caos.
Giuseppe Laterza
Abbiamo esagerato nella protesta contro la chiusura dei teatri, dei cinema e delle sale musicali? Io non credo: il primo dovere degli intellettuali è esercitare una funzione critica. Per il resto concordo con il sottosegretario Martella: in tempo di crisi non occorrono solo competenze ma visioni del mondo. Ascoltare gli epidemiologi è utile, ma affidare a loro la risposta politica è gravissimo. Lo stiamo vedendo in questi giorni in modo clamoroso. Posso fare io un appello a Martella? Vorrei chiedergli perché da anni la classe politica non legge un libro e non frequenta un festival culturale. Lo dico per esperienza: i politici vengono quando devono parlare, mai stanno seduti in platea ad ascoltare. Mi piacerebbe che Martella si facesse parte attiva per promuovere un Forum delle Idee, da convocare prima della fine dell’anno. Dovrebbero parteciparvi alcuni suoi colleghi di governo e i maggiori intellettuali del nostro Paese: sarebbe bello se la classe politica ascoltasse suggerimenti argomentati su come e dove spendere i fondi europei. Io sogno un Paese dove i politici si mettano all’ascolto. Potremmo ripartire proprio da qui, per disegnare la mappa di un mondo migliore.
Editore
Marino Sinibaldi
In queste settimane abbiamo assistito a un vero tradimento da parte degli intellettuali. Quando ho osato scrivere su Internazionale che per tutelare la salute pubblica era giusto chiudere teatri e cinema, sono stato crocefisso. Come se non avessi a cuore le ragioni dette da Nicola Lagioia o da Alessandro Baricco: è ovvio che senza il teatro la polis si disgrega, ma bisogna avere il coraggio di essere impopolari suggerendo strade realistiche. A me pare che il ceto pensante abbia rinunciato a una funzione fondamentale che è l’assunzione di responsabilità. È prevalsa la strada più facile della retorica e della lamentazione. Nessuno ha detto quello che tutti sappiamo e cioè che cinema e teatri erano semideserti. Parlo anche da ex presidente del Teatro di Roma: gli scrittori non vengono a teatro neppure gratis. E lo scoprono solo ora che lo perdono? Oggi dobbiamo chiedere risorse e investimenti per un mondo che ha sempre vissuto ai margini della povertà. E dobbiamo sforzarci di inventare nuove piattaforme. È sempre più necessario che la Rai dia spazio a esperienze, scene e suoni che non trovano ospitalità altrove. Ma sopra ogni cosa deve restare un principio: il senso di responsabilità è più importante della difesa del “particulare”. Altrimenti è difficile venirne fuori.
Direttore di Radiotre
Marta Cartabia
La pandemia sta portando alla luce, accentuandoli, punti di forza e di debolezza dei nostri sistemi democratici. A tratti si lamenta e si teme un accentramento del potere in capo all’esecutivo. A tratti si lamenta il rischio opposto: l’inerzia o la mancanza di una tempestiva assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni. Accanto a questi due rischi, sempre insiti nell’esercizio del potere, sta emergendo anche quello della frammentazione nella regolazione della vita sociale, a scapito della chiarezza delle regole, della fiducia nelle istituzioni e dell’efficacia stessa delle decisioni. Le Costituzioni sono una risorsa a cui attingere per affrontare queste tre grandi sfide delle democrazie: esse determinano a un tempo il fondamento e l’allocazione del potere, i limiti al suo esercizio, ma prevedono anche — e questo è l’aspetto più trascurato — gli strumenti di connessione e di cooperazione tra i poteri. Oggi occorre riscoprire e valorizzare questi strumenti. Il tempo della pandemia amplifica la dimensione relazionale del nostro vivere comune. Nessuno si salva da solo: è una affermazione che vale per gli individui e vale per le istituzioni. Questo è, dunque, il tempo della leale cooperazione: il volto istituzionale della solidarietà.
Ex presidente della Consulta
Giuseppe De Rita
Non mi piace rispondere a un appello rivolto ai maîtres à penser. Chi sono oggi gli intellettuali? Non ne vedo più tanti in circolazione. E mi risulta difficile indicare la nuova trama del mondo che verrà. Posso però dire qualcosa sulla lunga notte che stiamo attraversando, un momento opaco dettato dall’incontro di due incertezze. Da una parte c’è l’incertezza della classe dirigente che non sa come gestire la pandemia: neppure il tampone è in grado di fornire risposte sicure. E dall’altra parte c’è l’incertezza dei cittadini: nei loro occhi leggo solo smarrimento e un’unica invocazione: “Dateci pace”. Sono due incertezze — quella delle élite e della collettività — che non si mescolano, restano parallele e probabilmente sono destinate ad accentuarsi. Due anni fa il Censis diceva: aspettiamo l’uomo forte. Ma oggi neppure quella fase è riproducibile. Che vuol dire l’uomo forte? Più di così non potevano concentrare il potere: dieci decreti della presidenza del consiglio in dieci mesi. La verticalizzazione delle scelte non è servita a darci la sicurezza che cerchiamo. Non voglio esagerare, ma mi sembra che tra la gente comune sia diffuso il desiderio inconscio di andare in letargo. Chiudere gli occhi e aspettare che passi.
Presidente del Censis
Melania Mazzucco
Non sappiamo ancora se questa pandemia ci cambierà davvero. In passato vi sono state epidemie devastanti, che hanno sterminato popolazioni e desertificato città, eppure una volta estinte hanno riconsegnato ai superstiti il mondo di prima. Altre al contrario hanno talmente sconvolto demografia ed economia da innescare sovvertimenti epocali (penso alla peste “gotica” del VI secolo, che ha segnato il vero passaggio al Medioevo). Non so perciò se gli scricchiolii al nostro sistema siano avvisaglie di un crollo o semplici assestamenti. Mi pare che il Covid stia funzionando da acceleratore di tendenze già in atto, che semmai lo usano come “vettore”. La prima è senz’altro l’ampliamento delle diseguaglianze. La seconda la delega al digitale. Che per ora non è una rivoluzione culturale ma una traslazione. Cioè non si stanno esplorando le potenzialità di un universo in espansione, ma ci si limita a spostare in esso quello preesistente — in ogni senso, il supercapitalismo, il controllo sociale etc. L’altra minaccia riguarda l’attacco del virus ai fondamenti stessi della nostra cultura: la comunità, la mobilità, l’apertura, la libertà. Questi sono i valori fondanti della società che abbiamo ereditato e che dobbiamo trasmettere, e non sono negoziabili. Difenderli e ripristinarli mi pare prioritario e, perciò stesso, rivoluzionario.
Scrittrice
Silvia Ronchey
Gli esseri umani tendono all’irrazionalità, ma in una pandemia il sonno della ragione è inammissibile. Il compito dell’intellettuale è evitare che questo accada, sollecitando nel prossimo la razionalità. In che modo? Noi viviamo in una civiltà mediatica, ma il problema è che oggi nella comunicazione tecnologica domina l’ego con la difesa del “particulare”. Così come prevale una sorta del “tutto è dovuto”, generato dalla società dei consumi. La sfida del ceto pensante è quella di trasformare questo individualismo sfrenato in senso di responsabilità verso gli altri. E i primi a esercitare responsabilità dovrebbero essere gli intellettuali: vedo circolare nel mondo colto troppi atteggiamenti negazionisti o anche l’idea complottista secondo la quale il virus sarebbe pretesto per una gestione autoritaria del potere. Tucidide, per restare nel palcoscenico primario della politica, sosteneva che la prima cosa che la peste produce nell’animo umano è il rovesciamento della legge, del nomos. E il nomos non sono i dpcm di Conte, ma il senso stesso della giustizia: guardare a ciò che il comportamento produce verso la polis. Oggi anche le persone più intelligenti sembrano trasportate da empiti di irrazionalità. Il nostro dovere è di riportarle alla Dea Ragione.
Storica
Ma attenzione, avverte Martella: spetta agli intellettuali ricucire un tessuto sociale lacerato, non sulla base di un vecchio ordito, piuttosto grazie a una nuova trama che ci viene indicata dalle novità radicali introdotte dal virus. Perché la pandemia ci sta cambiando — nel lavoro, nella società, nell’intimità — e sarebbe dannoso far finta di nulla.
Il sottosegretario non lo scrive esplicitamente, ma forse la lettera è rivolta anche a quella parte del ceto pensante che in questi giorni ha protestato contro la chiusura di cinema, teatri, sale da concerto: nell’emergenza, sembra suggerire Martella, bisogna esercitare un ruolo di responsabilità a cui i savants — soprattutto loro — non devono mai venire meno.
Abbiamo chiesto a sei intellettuali di rispondere all’appello. Non tutti si identificano in questo termine, qualcuno ne contesta le premesse, tutti però collaborano alla ricerca di una strada che ci porti fuori dal caos.
Giuseppe Laterza
Abbiamo esagerato nella protesta contro la chiusura dei teatri, dei cinema e delle sale musicali? Io non credo: il primo dovere degli intellettuali è esercitare una funzione critica. Per il resto concordo con il sottosegretario Martella: in tempo di crisi non occorrono solo competenze ma visioni del mondo. Ascoltare gli epidemiologi è utile, ma affidare a loro la risposta politica è gravissimo. Lo stiamo vedendo in questi giorni in modo clamoroso. Posso fare io un appello a Martella? Vorrei chiedergli perché da anni la classe politica non legge un libro e non frequenta un festival culturale. Lo dico per esperienza: i politici vengono quando devono parlare, mai stanno seduti in platea ad ascoltare. Mi piacerebbe che Martella si facesse parte attiva per promuovere un Forum delle Idee, da convocare prima della fine dell’anno. Dovrebbero parteciparvi alcuni suoi colleghi di governo e i maggiori intellettuali del nostro Paese: sarebbe bello se la classe politica ascoltasse suggerimenti argomentati su come e dove spendere i fondi europei. Io sogno un Paese dove i politici si mettano all’ascolto. Potremmo ripartire proprio da qui, per disegnare la mappa di un mondo migliore.
Editore
Marino Sinibaldi
In queste settimane abbiamo assistito a un vero tradimento da parte degli intellettuali. Quando ho osato scrivere su Internazionale che per tutelare la salute pubblica era giusto chiudere teatri e cinema, sono stato crocefisso. Come se non avessi a cuore le ragioni dette da Nicola Lagioia o da Alessandro Baricco: è ovvio che senza il teatro la polis si disgrega, ma bisogna avere il coraggio di essere impopolari suggerendo strade realistiche. A me pare che il ceto pensante abbia rinunciato a una funzione fondamentale che è l’assunzione di responsabilità. È prevalsa la strada più facile della retorica e della lamentazione. Nessuno ha detto quello che tutti sappiamo e cioè che cinema e teatri erano semideserti. Parlo anche da ex presidente del Teatro di Roma: gli scrittori non vengono a teatro neppure gratis. E lo scoprono solo ora che lo perdono? Oggi dobbiamo chiedere risorse e investimenti per un mondo che ha sempre vissuto ai margini della povertà. E dobbiamo sforzarci di inventare nuove piattaforme. È sempre più necessario che la Rai dia spazio a esperienze, scene e suoni che non trovano ospitalità altrove. Ma sopra ogni cosa deve restare un principio: il senso di responsabilità è più importante della difesa del “particulare”. Altrimenti è difficile venirne fuori.
Direttore di Radiotre
Marta Cartabia
La pandemia sta portando alla luce, accentuandoli, punti di forza e di debolezza dei nostri sistemi democratici. A tratti si lamenta e si teme un accentramento del potere in capo all’esecutivo. A tratti si lamenta il rischio opposto: l’inerzia o la mancanza di una tempestiva assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni. Accanto a questi due rischi, sempre insiti nell’esercizio del potere, sta emergendo anche quello della frammentazione nella regolazione della vita sociale, a scapito della chiarezza delle regole, della fiducia nelle istituzioni e dell’efficacia stessa delle decisioni. Le Costituzioni sono una risorsa a cui attingere per affrontare queste tre grandi sfide delle democrazie: esse determinano a un tempo il fondamento e l’allocazione del potere, i limiti al suo esercizio, ma prevedono anche — e questo è l’aspetto più trascurato — gli strumenti di connessione e di cooperazione tra i poteri. Oggi occorre riscoprire e valorizzare questi strumenti. Il tempo della pandemia amplifica la dimensione relazionale del nostro vivere comune. Nessuno si salva da solo: è una affermazione che vale per gli individui e vale per le istituzioni. Questo è, dunque, il tempo della leale cooperazione: il volto istituzionale della solidarietà.
Ex presidente della Consulta
Giuseppe De Rita
Non mi piace rispondere a un appello rivolto ai maîtres à penser. Chi sono oggi gli intellettuali? Non ne vedo più tanti in circolazione. E mi risulta difficile indicare la nuova trama del mondo che verrà. Posso però dire qualcosa sulla lunga notte che stiamo attraversando, un momento opaco dettato dall’incontro di due incertezze. Da una parte c’è l’incertezza della classe dirigente che non sa come gestire la pandemia: neppure il tampone è in grado di fornire risposte sicure. E dall’altra parte c’è l’incertezza dei cittadini: nei loro occhi leggo solo smarrimento e un’unica invocazione: “Dateci pace”. Sono due incertezze — quella delle élite e della collettività — che non si mescolano, restano parallele e probabilmente sono destinate ad accentuarsi. Due anni fa il Censis diceva: aspettiamo l’uomo forte. Ma oggi neppure quella fase è riproducibile. Che vuol dire l’uomo forte? Più di così non potevano concentrare il potere: dieci decreti della presidenza del consiglio in dieci mesi. La verticalizzazione delle scelte non è servita a darci la sicurezza che cerchiamo. Non voglio esagerare, ma mi sembra che tra la gente comune sia diffuso il desiderio inconscio di andare in letargo. Chiudere gli occhi e aspettare che passi.
Presidente del Censis
Melania Mazzucco
Non sappiamo ancora se questa pandemia ci cambierà davvero. In passato vi sono state epidemie devastanti, che hanno sterminato popolazioni e desertificato città, eppure una volta estinte hanno riconsegnato ai superstiti il mondo di prima. Altre al contrario hanno talmente sconvolto demografia ed economia da innescare sovvertimenti epocali (penso alla peste “gotica” del VI secolo, che ha segnato il vero passaggio al Medioevo). Non so perciò se gli scricchiolii al nostro sistema siano avvisaglie di un crollo o semplici assestamenti. Mi pare che il Covid stia funzionando da acceleratore di tendenze già in atto, che semmai lo usano come “vettore”. La prima è senz’altro l’ampliamento delle diseguaglianze. La seconda la delega al digitale. Che per ora non è una rivoluzione culturale ma una traslazione. Cioè non si stanno esplorando le potenzialità di un universo in espansione, ma ci si limita a spostare in esso quello preesistente — in ogni senso, il supercapitalismo, il controllo sociale etc. L’altra minaccia riguarda l’attacco del virus ai fondamenti stessi della nostra cultura: la comunità, la mobilità, l’apertura, la libertà. Questi sono i valori fondanti della società che abbiamo ereditato e che dobbiamo trasmettere, e non sono negoziabili. Difenderli e ripristinarli mi pare prioritario e, perciò stesso, rivoluzionario.
Scrittrice
Silvia Ronchey
Gli esseri umani tendono all’irrazionalità, ma in una pandemia il sonno della ragione è inammissibile. Il compito dell’intellettuale è evitare che questo accada, sollecitando nel prossimo la razionalità. In che modo? Noi viviamo in una civiltà mediatica, ma il problema è che oggi nella comunicazione tecnologica domina l’ego con la difesa del “particulare”. Così come prevale una sorta del “tutto è dovuto”, generato dalla società dei consumi. La sfida del ceto pensante è quella di trasformare questo individualismo sfrenato in senso di responsabilità verso gli altri. E i primi a esercitare responsabilità dovrebbero essere gli intellettuali: vedo circolare nel mondo colto troppi atteggiamenti negazionisti o anche l’idea complottista secondo la quale il virus sarebbe pretesto per una gestione autoritaria del potere. Tucidide, per restare nel palcoscenico primario della politica, sosteneva che la prima cosa che la peste produce nell’animo umano è il rovesciamento della legge, del nomos. E il nomos non sono i dpcm di Conte, ma il senso stesso della giustizia: guardare a ciò che il comportamento produce verso la polis. Oggi anche le persone più intelligenti sembrano trasportate da empiti di irrazionalità. Il nostro dovere è di riportarle alla Dea Ragione.
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