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Illustrazione di Gabriella Giandelli 

Ci salverà la sorellanza

Nel nuovo romanzo di Donatella Di Pietrantonio due donne ferite dalla stessa maledizione familiare, la fuga negli amori sbagliati, la voglia di resistere: il ritorno dell’autrice de “L’Arminuta”
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Una professoressa italiana di origini pescaresi che vive e lavora a Grenoble — la protagonista dell’ultimo notevole romanzo di Donatella Di Pietrantonio — ha la tentazione al termine di una sua lezione di dire ai suoi ragazzi: guardate che la vera lezione inizia ora, fuori di qui, di fronte al vento e alla grandine della vita. I vostri entusiasmi si schianteranno implacabilmente; «capiterà un incidente, la malattia, il terremoto e i vostri sogni saranno interrotti. Vi perderete». Ma la professoressa si trattiene e sceglie il silenzio. S’infila la sua giacca mentre resta colpita dalla tenerezza della giovinezza che non merita di essere esposta a quella verità crudele. E se la sorte invece risparmiasse i loro sogni?

Il carattere limpidamente tragico della scrittura e della struttura narrativa di Donatella Di Pietrantonio trova in questa scena la sua cifra più propria: sapere che la vita porta con sé una atrocità irr…
Una professoressa italiana di origini pescaresi che vive e lavora a Grenoble — la protagonista dell’ultimo notevole romanzo di Donatella Di Pietrantonio — ha la tentazione al termine di una sua lezione di dire ai suoi ragazzi: guardate che la vera lezione inizia ora, fuori di qui, di fronte al vento e alla grandine della vita. I vostri entusiasmi si schianteranno implacabilmente; «capiterà un incidente, la malattia, il terremoto e i vostri sogni saranno interrotti. Vi perderete». Ma la professoressa si trattiene e sceglie il silenzio. S’infila la sua giacca mentre resta colpita dalla tenerezza della giovinezza che non merita di essere esposta a quella verità crudele. E se la sorte invece risparmiasse i loro sogni?

Il carattere limpidamente tragico della scrittura e della struttura narrativa di Donatella Di Pietrantonio trova in questa scena la sua cifra più propria: sapere che la vita porta con sé una atrocità irredimibile non significa cedere a questa atrocità. È la lezione della più grande letteratura italiana del Novecento: da Elsa Morante a Primo Levi.

Borgo Sud riflette questa temporalità pienamente tragica. Per un primo verso essa anima il conflitto insanabile tra la vita e la morte, la gioia e la distruzione, Eros e Thanatos. Da una parte la vita che pulsa nel suo splendore struggente e che appare però solo in brevi squarci poetici («ho annusato mio nipote. Sapeva di pulito, la testa di pane ancora tiepido»; «la montagna era una basilica accecante davanti ai nostri occhi»; «vivere in mare senza altri padroni che il vento») e, dall’altra, l’orrore insopportabile della violenza brutale, della miseria, della menzogna e della morte.
Per un secondo verso il romanzo appare trafitto dalla lama del destino. È il tema capitale del libro. Nel suo incipit una festa viene turbata da una violenta pioggia. Lo zigomo ferito della protagonista lascia cadere una goccia di sangue sul vestito bianco portato per celebrare il proprio fidanzato appena laureato.

È un segno. Di cosa? Che cosa disturba sempre la festa della vita, la gioia, il sogno pieno di speranze della giovinezza e dell’amore? Il racconto della Di Pietrantonio attraversa le fratture dell’esistenza senza fare sconti. Un rapporto coniugale apparentemente stabile che nasconde il tradimento, un legame — quello della sorella Adriana — con un uomo apparso come una sorta di David di Michelangelo che si rivela invece un concentrato di violenza primitiva e di disperazione, la morte di una madre che era in realtà già morta molto tempo prima, ma che non può non lasciare sgomenti, un padre prigioniero del suo atavico risentimento verso la vita, la sorella che rischia di morire restando in coma.

Ecco emergere la struttura tragica della narrazione: più i protagonisti agiscono per liberarsi dalla loro maledizione originaria, più il cerchio che li imprigiona si serra. È qui che bisogna inserire un altro grande tema della Di Pietrantonio: quello dell’abbandono. Se ne L’Arminuta al centro era l’abbandono visto nella sua traumaticità più evidente (l’abbandono subìto, l’essere lasciati cadere, respinti, allontanati) in questo secondo capitolo l’abbandono emerge come ciò che si vorrebbe evitare a tutti i costi. I feriti d’amore, si sa, non sopportano le separazioni ma restano attaccati ai loro amori anche quando questi appaiono pregni di menzogna e violenza. Le due sorelle si trovano entrambe legate a uomini che anziché dare senso alla loro vita la espongono all’incontro con il suo radicale non senso.

Accade per la sorella Adriana il cui spirito nomade e irrequieto non è sufficiente a salvarla da un legame distruttivo e accade anche alla protagonista che pur riuscendo a costruire autonomamente la sua vita altrove, lontana dalle sue origini, si ritrova sempre ricondotta all’indietro: «Tutto un passato mi ha richiamata indietro, come una molla tesa che si allenta di colpo e torna nella posizione di partenza». È la profezia che anima le parole dei genitori e, in particolare, quelle della madre che cadono come una mannaia sulla testa di Adriana: «Che tu possa essere maledetta per sempre… io ti ho dato il sangue e latte, io ti maledico».

La famiglia non è qui luogo di appartenenza e accoglienza, ma di maledizione e di cieca sopraffazione come già L’Arminuta aveva impietosamente descritto. Una stessa “radice dolorosa” accomuna le due sorelle. La maledizione si incarna proprio nella sorella minore destinata a vivere sempre in bilico tra la vita e la morte. Il tempo greco della tragedia si trasfigura così in quello biblico, la maledizione in salvezza: Adriana è un resto che si salva ogni volta dai colpi mortali che la vita gli impone.

Come ne L’Arminuta la sorellanza suppliva la carenza di rapporti verticali positivi con le due madri e con il padre, in Borgo Sud condensa un nucleo vitale che resiste alla tentazione della morte e della distruzione: «Per ognuna di noi restava la certezza dell’altra». Se il dolore tragico della vita è «cieco e senza scopo», se esso resta senza riscatto perché non c’è nessun Dio sopra le nostre teste e se la violenza non è altro che il riflesso di questa «colpa originale», quello che resta è la sorellanza come capacità di restare vicino alla sorella che soffre. «L’aria impura del mondo» non può togliere al mondo il suo splendore. È questa, secondo Di Pietrantonio, l’«unica preghiera» possibile, limpida e deserta come il cielo di novembre.


Il libro
Borgo Sud di Donatella Di Pietrantonio è pubblicato da Einaudi (pagg. 168, euro 18)