Il cronista che conosce il potere
di Michele Serra , di Michele SerraNe “L’infedele”, autobiografia tutt’altro che compiaciuta, Gad Lerner ripercorre la sua vita professionale “con divertito disagio”
L'infedele, autobiografia tutt’altro che compiaciuta di Gad Lerner, è un libro appassionato e complicato. Volendo, nella fitta trama, trovare un filo rosso, è il tormentato rapporto dell’autore con il potere, soprattutto il potere economico; e con la fortuna, soprattutto la fortuna economica.
Per un giornalista puro quale egli è, normalmente la confidenza con i potenti — quando la molla sia la curiosità professionale e non il vassallaggio — è un titolo di merito: sono fonti di primo livello, i potenti e i ricchi, e solo se si è bravi e autorevoli si riesce ad attingere direttamente da loro, senza la mediazione dei vari portaborse e portavoce. Da quel giornalista impuro che sono ho sempre invidiato a Gad la conoscenza profonda degli assetti del potere italiano, imputando alla mia deplorevole pigrizia la quasi totale ignoranza di chi è chi, nelle stanze del Capitale.
Né ho mai dubitato del fatto che qu…
Per un giornalista puro quale egli è, normalmente la confidenza con i potenti — quando la molla sia la curiosità professionale e non il vassallaggio — è un titolo di merito: sono fonti di primo livello, i potenti e i ricchi, e solo se si è bravi e autorevoli si riesce ad attingere direttamente da loro, senza la mediazione dei vari portaborse e portavoce. Da quel giornalista impuro che sono ho sempre invidiato a Gad la conoscenza profonda degli assetti del potere italiano, imputando alla mia deplorevole pigrizia la quasi totale ignoranza di chi è chi, nelle stanze del Capitale.
Né ho mai dubitato del fatto che qu…
L'infedele, autobiografia tutt’altro che compiaciuta di Gad Lerner, è un libro appassionato e complicato. Volendo, nella fitta trama, trovare un filo rosso, è il tormentato rapporto dell’autore con il potere, soprattutto il potere economico; e con la fortuna, soprattutto la fortuna economica.
Per un giornalista puro quale egli è, normalmente la confidenza con i potenti — quando la molla sia la curiosità professionale e non il vassallaggio — è un titolo di merito: sono fonti di primo livello, i potenti e i ricchi, e solo se si è bravi e autorevoli si riesce ad attingere direttamente da loro, senza la mediazione dei vari portaborse e portavoce. Da quel giornalista impuro che sono ho sempre invidiato a Gad la conoscenza profonda degli assetti del potere italiano, imputando alla mia deplorevole pigrizia la quasi totale ignoranza di chi è chi, nelle stanze del Capitale.
Né ho mai dubitato del fatto che questa sua dimestichezza sia una qualità, specie perché tutt’altre fonti (sindacali, operaie, politiche) completano ampiamente lo spettro delle voci e delle storie che hanno dato corpo al suo lavoro: Lerner è autore di fondamentali reportage sulla condizione operaia (da Operai, 1988, a Concetta, una storia operaia, 2017). Per non dire della tanta televisione prodotta nel merito. Non un’ombra di dubbio, dunque, sulla sua indipendenza di spirito; con chi si sceglie di andare in vacanza, poi, è affare privato di ciascuno.
Semmai, quello che non invidio a Lerner è che uno sguardo troppo ravvicinato al potere economico rischia di ingigantirne l’impatto e le intenzioni. Magari una giusta distanza gli avrebbe permesso di digerire meglio il cambio di proprietà a Repubblica, risparmiandogli le impetuose e dolorose dimissioni. (Non è un cambio di proprietà, è semmai l’inaudita rivoluzione tecnologica in corso a dirigere i destini dell’editoria e di questo nostro mestiere).
E a proposito del mestiere, colpisce che non una briciola di merito sia disposto a riconoscersi, almeno in questo libro, il giornalista Gad, riguardo alla sua lunga e fruttuosa navigazione professionale. Qualcosa che assomiglia a un divertito disagio, a un sentimento di incongruità — se non a un vero e proprio senso di colpa — accompagna dunque il racconto di una vita di successo partita dal nulla (e dunque dal merito personale). Un giovane ebreo apolide, di famiglia non benestante, cosmopolita e sradicato, rapito dalla passione politica nei travolgenti anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, da quasi subito brillante cronista, ben presto conduttore televisivo molto innovatore (Milano-Italia) e molto attento ai sommovimenti del profondo corpo sociale. Questo, in pillole, è Lerner. Ma non è il Lerner del suo libro.
L’infedele è dominato da una onnipresente e a volte quasi dolorosa percezione del “fuori luogo” come costante di una vita al tempo stesso fortunata e irrequieta. Viene in mente, per contrasto, la placida glorificazione della propria ascesa sociale contenuta in quel vero capolavoro del e sul Boom italiano che è Il provinciale di Gorgio Bocca. Due autobiografie, due giornalisti, due generazioni. Nella generazione dei padri così come la descrive Bocca tutto era rinascita e vigore, e la soddisfazione di essere scampati alla guerra, al fascismo, alla povertà era così densa da non lasciare spazio ad altro. L’autoanalisi, in Bocca, è solo una inconcepibile perdita di tempo.
Lerner invece contraddice in pieno l’idea soddisfatta e viziata dei baby boomers: che sono i nativi del Boom, ma non ne sono gli autori. Il Boom fu tutto dei padri e delle madri. I figli, semmai, hanno provveduto a contraddirlo. La grande frattura del Sessantotto, così decisiva nella formazione di Lerner e di molti altri, mina le basi del consumismo e del benessere, fruga dentro quel sacco pieno e scova le disuguaglianze, le ipocrisie, la contraddizione di classe. Direi che nel libro il Gad sessantottino prevale sul Gad giornalista di successo. Lo critica, lo mette in discussione, non lo lascia vivere in pace. Il Gad ventenne, quello di Lotta Continua, non dà tregua al Gad sessantenne, quello di adesso. Sempre di conflitto tra generazioni, a ben vedere, si tratta.
Una parte decisiva del libro riguarda l’ebraismo. Del quale Lerner è partecipe con uno slancio ben più potente della sua “infedeltà” (i cattolici direbbero: apostasia). Da laico, confesso di avere faticato non poco in mezzo alla fitta schiera di mistici, eruditi, falsi Messia morti e sepolti tra i quali, invece, Gad si muove con dimestichezza ben maggiore di quella che lo lega a questo o quel riccone contemporaneo. La cultura ebraica è la sua prima fonte. A essa fa risalire la natura messianica del marxismo rivoluzionario («non avevamo cercato forse anche noi, un tempo, di far camminare sulle gambe di un messia collettivo la speranza rivoluzionaria di tempi migliori? Perché non riconoscere che abbiamo attribuito un significato religioso alla classe operaia?»). Molte pagine dell’Infedele sono un potente, lungo viaggio, anche fisico, nelle parole e nei luoghi della millenaria vicenda dell’ebraismo. Inducendo l’autore a collegare il mito della classe operaia, che ebbe in carico la liberazione dell’umanità (carico un po’ eccessivo, con il senno di poi), con l’attesa del Messia.
Mi astengo dal giudizio su questa parte, pure così importante e per molti versi affascinante, del libro. Il mio razionalismo è un impedimento micidiale. Ma devo al mio amico Gad un ringraziamento non superficiale e non sarcastico. Ho capito, leggendo questo libro, che se non sono mai stato un fervente rivoluzionario (a parte un paio di mesi, attorno ai diciassette anni) è perché non aspettavo, e tanto meno aspetto, alcun Messia. Sia detto con il massimo rispetto, e fratellanza, per chi lo aspetta.
Il libro
L’infedele di Gad Lerner (Feltrinelli, pagg. 256, euro 16)
Per un giornalista puro quale egli è, normalmente la confidenza con i potenti — quando la molla sia la curiosità professionale e non il vassallaggio — è un titolo di merito: sono fonti di primo livello, i potenti e i ricchi, e solo se si è bravi e autorevoli si riesce ad attingere direttamente da loro, senza la mediazione dei vari portaborse e portavoce. Da quel giornalista impuro che sono ho sempre invidiato a Gad la conoscenza profonda degli assetti del potere italiano, imputando alla mia deplorevole pigrizia la quasi totale ignoranza di chi è chi, nelle stanze del Capitale.
Né ho mai dubitato del fatto che questa sua dimestichezza sia una qualità, specie perché tutt’altre fonti (sindacali, operaie, politiche) completano ampiamente lo spettro delle voci e delle storie che hanno dato corpo al suo lavoro: Lerner è autore di fondamentali reportage sulla condizione operaia (da Operai, 1988, a Concetta, una storia operaia, 2017). Per non dire della tanta televisione prodotta nel merito. Non un’ombra di dubbio, dunque, sulla sua indipendenza di spirito; con chi si sceglie di andare in vacanza, poi, è affare privato di ciascuno.
Semmai, quello che non invidio a Lerner è che uno sguardo troppo ravvicinato al potere economico rischia di ingigantirne l’impatto e le intenzioni. Magari una giusta distanza gli avrebbe permesso di digerire meglio il cambio di proprietà a Repubblica, risparmiandogli le impetuose e dolorose dimissioni. (Non è un cambio di proprietà, è semmai l’inaudita rivoluzione tecnologica in corso a dirigere i destini dell’editoria e di questo nostro mestiere).
E a proposito del mestiere, colpisce che non una briciola di merito sia disposto a riconoscersi, almeno in questo libro, il giornalista Gad, riguardo alla sua lunga e fruttuosa navigazione professionale. Qualcosa che assomiglia a un divertito disagio, a un sentimento di incongruità — se non a un vero e proprio senso di colpa — accompagna dunque il racconto di una vita di successo partita dal nulla (e dunque dal merito personale). Un giovane ebreo apolide, di famiglia non benestante, cosmopolita e sradicato, rapito dalla passione politica nei travolgenti anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, da quasi subito brillante cronista, ben presto conduttore televisivo molto innovatore (Milano-Italia) e molto attento ai sommovimenti del profondo corpo sociale. Questo, in pillole, è Lerner. Ma non è il Lerner del suo libro.
L’infedele è dominato da una onnipresente e a volte quasi dolorosa percezione del “fuori luogo” come costante di una vita al tempo stesso fortunata e irrequieta. Viene in mente, per contrasto, la placida glorificazione della propria ascesa sociale contenuta in quel vero capolavoro del e sul Boom italiano che è Il provinciale di Gorgio Bocca. Due autobiografie, due giornalisti, due generazioni. Nella generazione dei padri così come la descrive Bocca tutto era rinascita e vigore, e la soddisfazione di essere scampati alla guerra, al fascismo, alla povertà era così densa da non lasciare spazio ad altro. L’autoanalisi, in Bocca, è solo una inconcepibile perdita di tempo.
Lerner invece contraddice in pieno l’idea soddisfatta e viziata dei baby boomers: che sono i nativi del Boom, ma non ne sono gli autori. Il Boom fu tutto dei padri e delle madri. I figli, semmai, hanno provveduto a contraddirlo. La grande frattura del Sessantotto, così decisiva nella formazione di Lerner e di molti altri, mina le basi del consumismo e del benessere, fruga dentro quel sacco pieno e scova le disuguaglianze, le ipocrisie, la contraddizione di classe. Direi che nel libro il Gad sessantottino prevale sul Gad giornalista di successo. Lo critica, lo mette in discussione, non lo lascia vivere in pace. Il Gad ventenne, quello di Lotta Continua, non dà tregua al Gad sessantenne, quello di adesso. Sempre di conflitto tra generazioni, a ben vedere, si tratta.
Una parte decisiva del libro riguarda l’ebraismo. Del quale Lerner è partecipe con uno slancio ben più potente della sua “infedeltà” (i cattolici direbbero: apostasia). Da laico, confesso di avere faticato non poco in mezzo alla fitta schiera di mistici, eruditi, falsi Messia morti e sepolti tra i quali, invece, Gad si muove con dimestichezza ben maggiore di quella che lo lega a questo o quel riccone contemporaneo. La cultura ebraica è la sua prima fonte. A essa fa risalire la natura messianica del marxismo rivoluzionario («non avevamo cercato forse anche noi, un tempo, di far camminare sulle gambe di un messia collettivo la speranza rivoluzionaria di tempi migliori? Perché non riconoscere che abbiamo attribuito un significato religioso alla classe operaia?»). Molte pagine dell’Infedele sono un potente, lungo viaggio, anche fisico, nelle parole e nei luoghi della millenaria vicenda dell’ebraismo. Inducendo l’autore a collegare il mito della classe operaia, che ebbe in carico la liberazione dell’umanità (carico un po’ eccessivo, con il senno di poi), con l’attesa del Messia.
Mi astengo dal giudizio su questa parte, pure così importante e per molti versi affascinante, del libro. Il mio razionalismo è un impedimento micidiale. Ma devo al mio amico Gad un ringraziamento non superficiale e non sarcastico. Ho capito, leggendo questo libro, che se non sono mai stato un fervente rivoluzionario (a parte un paio di mesi, attorno ai diciassette anni) è perché non aspettavo, e tanto meno aspetto, alcun Messia. Sia detto con il massimo rispetto, e fratellanza, per chi lo aspetta.
Il libro
L’infedele di Gad Lerner (Feltrinelli, pagg. 256, euro 16)