Le librerie resteranno aperte anche nelle zone rosse ripiombate nel lockdown più severo, quello che lascia aperti solo i negozi di prima necessità. I libri dunque, stando al nuovo Dpcm, sono beni essenziali, come il pane e le medicine. Festeggiano i librai che temevano di ripiombare nel buio dello scorso marzo. E festeggiano i lettori che potranno uscire di casa per andare a comprare non solo scorte di cibo per cucinare nelle lunghe ore di noia casalinga ma anche giornali e libri che fanno compagnia più dei carboidrati e bruciano più lentamente. A Parigi, dove le cose sono andate diversamente e i libri non hanno goduto di privilegi, è successo qualcosa di inaspettato, con file davanti ai negozi alle quali non siamo abituati se non quando esce un nuovo Harry Potter.
Le reazioni
"Ringraziamo il governo per aver tenuto conto dei nostri appelli consentendo l'apertura delle librerie anche nelle zone rosse, e in particolare il ministro Dario Franceschini, sempre attento alle esigenze del mondo del libro". I primi a ringraziare sono gli editori e i librai in un comunicato congiunto dell'Aie e dell'Ali, le due associazioni di categoria. Ci speravano certo ma sono stati sulle spine fino a ieri, fino a quando il Dpcm è stato reso noto. Ora il presidente dell'Associazione editori italiani Ricardo Franco Levi, che è anche vice presidente della Federazione europea degli editori, commenta a caldo e fa notare che "stavolta l'Italia è stata all'avanguardia in Europa". Così mentre la Francia abbassa le serrande, editori e librai italiani possono sperare negli incassi del periodo natalizio. "Non è solo questo - dice Levi -. Oltre agli interessi economici del mondo del libro si è riconosciuto che un libro aiuta a vivere meglio, soprattutto in questo periodo difficile. I libri sono pezzi importanti di una vita intelligente e divertente. Con un libro non si è mai soli". Dall'altra parte del telefono il presidente dell'Associazione librai italiani è indaffaratissimo. Proviamo a contattarlo, ma Paolo Ambrosini è anche un libraio attivissimo, gestore di una libreria storica a San Bonifacio, in provincia di Verona. Sta lavorando, la voce è pimpante. "Per noi era importante veder riconosciuta la scelta di aprile, è l'indicazione di una politica culturale. Ora però sta a noi librai non prenderla sotto gamba". Insomma, la fiducia ricevuta va contraccambiata, "bisogna essere scrupolosi nell'applicare le regole di sicurezza. Io sto qui a fare il carabiniere, controllo che i clienti entrino uno alla volta, che abbiano la mascherina, che si disinfettino le mani".
La campagna della vigilia
Negli ultimi giorni l'Associazione librai italiani (Ali) e L'Associazione degli editori italiani (Aie) avevano fatto squadra chiedendo al governo e al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini di riconoscere al libro il ruolo di bene primario. La campagna lanciata alla vigilia del decreto governativo, è stata l'ultima pressione del mondo del libro alla politica. C'è un Babbo Natale con un sacco pieno di libri e l'invito ad andare in libreria per i regali fin senza aspettare dicembre: "Pensaci subito, non fare le code". Ma soprattutto un appello preciso alle istituzioni: "Il libro non può essere considerato alla stregua di un semplice oggetto di consumo il cui acquisto è rinviabile, ma va ritenuto un bene essenziale, come già aveva indicato il governo nei decreti di aprile". I decreti che avevano riaperto le librerie dopo la serrata. L'appello è stato firmato anche da singoli editori, tra cui Stefano Mauri (gruppo Mauri Spagnol), Sandro Ferri (e/o), Alessandro e Giuseppe Laterza, Renata Gorgani (Il Castoro). Si è poi aggiunto con un proprio appello anche il Salone del Libro di Torino: "Le librerie non possono non essere inserite nelle categorie considerate essenziali". Tutti d'accordo stavolta, senza quelle distinzioni che spesso hanno inquinato le battaglie più meritorie del mondo culturale. "Abbiamo parlato come un coro a più voci", dice Levi, "noi, i librai, singoli editori. Ci siamo mossi insieme e siamo stati ascoltati".
Verso la ripresa
Dopo l'urto devastante del primo lockdown rimettersi in carreggiata non è stato facile. C'è voluta la pazienza e la tenacia dei librai per cercare di riconquistare passo dopo passo il terreno eroso. Soffrono ancora le grandi catene e Amazon ha mangiato il mangiabile. Se nel 2019 rappresentava il 27% del mercato, oggi divora spazi e sale al 47%. Ma da aprile le perdite, con un'accelerazione incredibile, sono state sempre meno, passando dal -11% al -7%, dimostrando che il libro è capace di notevoli scatti di reni. Ambrosini però ricorda le difficoltà delle librerie di catena, le più penalizzate, in particolare quelle degli aeroporti e delle stazioni deserti di viaggiatori e di turisti: "Accogliamo con gioia e spirito di servizio il decreto governativo, consapevoli che non è risolutore di ogni tipo di problema". Edoardo Scioscia, amministratore e socio fondatore delle librerie Libraccio (51 punti vendita da nord a sud), conferma le difficoltà nei punti di maggior traffico turistico e di maggiori dimensioni. Oggi però tira un sospiro di sollievo: "In questo momento di difficoltà del Paese abbiamo accolto come un segnale positivo la decisione del governo di considerare i libri 'beni essenziali' e di consentire l'apertura dei negozi anche in eventuali zone rosse. Non sono stati mesi facili per il commercio librario e non lo saranno i prossimi ma così onoriamo il mestiere e rendiamo un servizio".
L'appello per teatri, cinema e musei
Ma se le librerie potranno rimanere aperte, i teatri, i cinema e i musei dovranno chiudere. E' probabile che nelle prossime ore assisteremo a un levarsi di spade e appelli per capire la logica di un decreto che divide il mondo della cultura e rischia di far apparire un film o uno spettacolo meno "essenziali" di un libro. Shakespeare letto a letto più nutriente di quello rappresentato su un palco. "Non credo sia questo il punto dirimente", ragiona Ambrosini. "Penso si tratti di motivi di sicurezza. In libreria il flusso dei clienti è costante e cadenzato nella giornata, al teatro forse è più facile che si crei una concentrazione di pubblico. In una sala si è in tanti, in libreria si entra in pochi. Detto questo, tifiamo comunque per la riapertura delle sale che completano l'offerta culturale del paese".
Stefano Massini, da scrittore e uomo di scena, si augura che la chiusura dei teatri sia a breve termine e "non si protragga troppo in là". In effetti, nota lo scrittore, "prima di chiuderli si poteva valutare se inasprire le regole, se pensare a spettacoli pomeridiani a pubblico ridotto. Avrei prima cercato altre vie. Lo dico pur comprendendo la serietà della situazione epidemiologica". Massini fa comunque un appello per aiutare il settore dello spettacolo dal vivo: "Abbiamo preso una batosta pazzesca. Si punti ora sul potenziamento dello streaming. In genere non credo che il teatro possa rendere al meglio in video ma in condizioni di emergenza si può pensare anche a questa via alternativa". Va ricordato che Dario Franceschini si è impegnato in realtà a percorrere la strada del potenziamento del digitale. In ogni caso non sarà la stessa cosa, perché al di là di ogni retorica una sala col pubblico in carne e ossa non può essere sostituita da un video: "E' forse anche questo che ha penalizzato il teatro", dice Massini. "Al teatro si ride, si applaude, si parla a voce alta. Il teatro è fragile, è fin troppo umano. Forse è il più umano di tutti i generi espressivi". Dunque il più esposto.
Le reazioni
"Ringraziamo il governo per aver tenuto conto dei nostri appelli consentendo l'apertura delle librerie anche nelle zone rosse, e in particolare il ministro Dario Franceschini, sempre attento alle esigenze del mondo del libro". I primi a ringraziare sono gli editori e i librai in un comunicato congiunto dell'Aie e dell'Ali, le due associazioni di categoria. Ci speravano certo ma sono stati sulle spine fino a ieri, fino a quando il Dpcm è stato reso noto. Ora il presidente dell'Associazione editori italiani Ricardo Franco Levi, che è anche vice presidente della Federazione europea degli editori, commenta a caldo e fa notare che "stavolta l'Italia è stata all'avanguardia in Europa". Così mentre la Francia abbassa le serrande, editori e librai italiani possono sperare negli incassi del periodo natalizio. "Non è solo questo - dice Levi -. Oltre agli interessi economici del mondo del libro si è riconosciuto che un libro aiuta a vivere meglio, soprattutto in questo periodo difficile. I libri sono pezzi importanti di una vita intelligente e divertente. Con un libro non si è mai soli". Dall'altra parte del telefono il presidente dell'Associazione librai italiani è indaffaratissimo. Proviamo a contattarlo, ma Paolo Ambrosini è anche un libraio attivissimo, gestore di una libreria storica a San Bonifacio, in provincia di Verona. Sta lavorando, la voce è pimpante. "Per noi era importante veder riconosciuta la scelta di aprile, è l'indicazione di una politica culturale. Ora però sta a noi librai non prenderla sotto gamba". Insomma, la fiducia ricevuta va contraccambiata, "bisogna essere scrupolosi nell'applicare le regole di sicurezza. Io sto qui a fare il carabiniere, controllo che i clienti entrino uno alla volta, che abbiano la mascherina, che si disinfettino le mani".
La campagna della vigilia
Negli ultimi giorni l'Associazione librai italiani (Ali) e L'Associazione degli editori italiani (Aie) avevano fatto squadra chiedendo al governo e al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini di riconoscere al libro il ruolo di bene primario. La campagna lanciata alla vigilia del decreto governativo, è stata l'ultima pressione del mondo del libro alla politica. C'è un Babbo Natale con un sacco pieno di libri e l'invito ad andare in libreria per i regali fin senza aspettare dicembre: "Pensaci subito, non fare le code". Ma soprattutto un appello preciso alle istituzioni: "Il libro non può essere considerato alla stregua di un semplice oggetto di consumo il cui acquisto è rinviabile, ma va ritenuto un bene essenziale, come già aveva indicato il governo nei decreti di aprile". I decreti che avevano riaperto le librerie dopo la serrata. L'appello è stato firmato anche da singoli editori, tra cui Stefano Mauri (gruppo Mauri Spagnol), Sandro Ferri (e/o), Alessandro e Giuseppe Laterza, Renata Gorgani (Il Castoro). Si è poi aggiunto con un proprio appello anche il Salone del Libro di Torino: "Le librerie non possono non essere inserite nelle categorie considerate essenziali". Tutti d'accordo stavolta, senza quelle distinzioni che spesso hanno inquinato le battaglie più meritorie del mondo culturale. "Abbiamo parlato come un coro a più voci", dice Levi, "noi, i librai, singoli editori. Ci siamo mossi insieme e siamo stati ascoltati".
Verso la ripresa
Dopo l'urto devastante del primo lockdown rimettersi in carreggiata non è stato facile. C'è voluta la pazienza e la tenacia dei librai per cercare di riconquistare passo dopo passo il terreno eroso. Soffrono ancora le grandi catene e Amazon ha mangiato il mangiabile. Se nel 2019 rappresentava il 27% del mercato, oggi divora spazi e sale al 47%. Ma da aprile le perdite, con un'accelerazione incredibile, sono state sempre meno, passando dal -11% al -7%, dimostrando che il libro è capace di notevoli scatti di reni. Ambrosini però ricorda le difficoltà delle librerie di catena, le più penalizzate, in particolare quelle degli aeroporti e delle stazioni deserti di viaggiatori e di turisti: "Accogliamo con gioia e spirito di servizio il decreto governativo, consapevoli che non è risolutore di ogni tipo di problema". Edoardo Scioscia, amministratore e socio fondatore delle librerie Libraccio (51 punti vendita da nord a sud), conferma le difficoltà nei punti di maggior traffico turistico e di maggiori dimensioni. Oggi però tira un sospiro di sollievo: "In questo momento di difficoltà del Paese abbiamo accolto come un segnale positivo la decisione del governo di considerare i libri 'beni essenziali' e di consentire l'apertura dei negozi anche in eventuali zone rosse. Non sono stati mesi facili per il commercio librario e non lo saranno i prossimi ma così onoriamo il mestiere e rendiamo un servizio".
L'appello per teatri, cinema e musei
Ma se le librerie potranno rimanere aperte, i teatri, i cinema e i musei dovranno chiudere. E' probabile che nelle prossime ore assisteremo a un levarsi di spade e appelli per capire la logica di un decreto che divide il mondo della cultura e rischia di far apparire un film o uno spettacolo meno "essenziali" di un libro. Shakespeare letto a letto più nutriente di quello rappresentato su un palco. "Non credo sia questo il punto dirimente", ragiona Ambrosini. "Penso si tratti di motivi di sicurezza. In libreria il flusso dei clienti è costante e cadenzato nella giornata, al teatro forse è più facile che si crei una concentrazione di pubblico. In una sala si è in tanti, in libreria si entra in pochi. Detto questo, tifiamo comunque per la riapertura delle sale che completano l'offerta culturale del paese".
Stefano Massini, da scrittore e uomo di scena, si augura che la chiusura dei teatri sia a breve termine e "non si protragga troppo in là". In effetti, nota lo scrittore, "prima di chiuderli si poteva valutare se inasprire le regole, se pensare a spettacoli pomeridiani a pubblico ridotto. Avrei prima cercato altre vie. Lo dico pur comprendendo la serietà della situazione epidemiologica". Massini fa comunque un appello per aiutare il settore dello spettacolo dal vivo: "Abbiamo preso una batosta pazzesca. Si punti ora sul potenziamento dello streaming. In genere non credo che il teatro possa rendere al meglio in video ma in condizioni di emergenza si può pensare anche a questa via alternativa". Va ricordato che Dario Franceschini si è impegnato in realtà a percorrere la strada del potenziamento del digitale. In ogni caso non sarà la stessa cosa, perché al di là di ogni retorica una sala col pubblico in carne e ossa non può essere sostituita da un video: "E' forse anche questo che ha penalizzato il teatro", dice Massini. "Al teatro si ride, si applaude, si parla a voce alta. Il teatro è fragile, è fin troppo umano. Forse è il più umano di tutti i generi espressivi". Dunque il più esposto.