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Dipinto allegorico di Thomas Cole (ispirato molto probabilmente al sacco di Roma da parte dei Vandali nel 455), quarto della serie di cinque Il corso dell’Impero del 1836 

Decadenza e rinascita delle nazioni

Dalla Grande Depressione a Tienanmen, dal New Deal al boom cinese. Dopo una crisi gli uomini hanno sempre ricostruito. È la resilienza dei popoli che l’autore racconta nel suo nuovo saggio "I cantieri della storia"
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Ripartire, ricostruire, rinascere. Ce n’è un gran bisogno. La buona notizia è questa: siamo capaci di farlo. È una delle cose che ci riescono sempre.
Quante città abbiamo rifatto da zero, dopo che un terremoto le aveva distrutte. Civiltà intere sono sopravvissute a eventi terribili. Dopo ogni guerra c’è stata una ricostruzione. Dopo ogni depressione arriva un’età dell’ottimismo e del progresso. Perfino Hiroshima, colpita dalla bomba atomica, oggi è una città gradevole dove vivono bene 1,2 milioni di persone.

Ho voluto andare alla ricerca di queste storie, nel passato. Tragedie collettive, sconfitte, decadenze, seguite da quelli che spesso furono chiamati “miracoli”. Successi costruiti partendo dalle macerie, quando tutto sembrava perduto, e invece stava per sorgere una nuova luce all’orizzonte. I cantieri dove si sono raccolte le energie, le idee, le forze umane, per costruire un …
Ripartire, ricostruire, rinascere. Ce n’è un gran bisogno. La buona notizia è questa: siamo capaci di farlo. È una delle cose che ci riescono sempre.
Quante città abbiamo rifatto da zero, dopo che un terremoto le aveva distrutte. Civiltà intere sono sopravvissute a eventi terribili. Dopo ogni guerra c’è stata una ricostruzione. Dopo ogni depressione arriva un’età dell’ottimismo e del progresso. Perfino Hiroshima, colpita dalla bomba atomica, oggi è una città gradevole dove vivono bene 1,2 milioni di persone.

Ho voluto andare alla ricerca di queste storie, nel passato. Tragedie collettive, sconfitte, decadenze, seguite da quelli che spesso furono chiamati “miracoli”. Successi costruiti partendo dalle macerie, quando tutto sembrava perduto, e invece stava per sorgere una nuova luce all’orizzonte. I cantieri dove si sono raccolte le energie, le idee, le forze umane, per costruire un futuro migliore.

Racconto alcuni casi, con una scelta molto personale, attingendo ai grandi autori di riferimento. Il crollo dell’impero romano è l’archetipo di ogni decadenza: ebbe subito un impatto enorme sui contemporanei che ne vissero tutte le conseguenze disastrose; col passare dei secoli ha acquistato la forza di un mito. Ogni altro impero — oggi diciamo “superpotenza” — prima o poi ha paura di fare quella fine, cerca di capire come accadde, tenta di evitare quel destino. La caduta di Roma è interessante anche perché viene riscoperta di continuo, nuove discipline scientifiche come la genetica o la climatologia aggiungono altri ingredienti: insieme ai barbari ci aggredirono la natura e le pandemie. Le nuove interpretazioni dell’antichità rilanciano il dibattito sugli eventi fatali, decisivi e finali, che possono portare una civiltà a soccombere. E quali speranze sopravvivono a quei disastri epocali.

Con un salto di molti secoli, a metà dell’Ottocento vado nell’America dello schiavismo, della guerra civile, periodo tragico in cui un popolo si è diviso a morte. È interessante per le tracce profonde che rimangono nell’America di oggi, segnata dalla questione razziale. È istruttivo anche perché alla guerra di secessione segue una Reconstruction, così chiamata letteralmente: ambiguo episodio, poco noto fuori dagli Stati Uniti. Anche nei suoi fallimenti, quel periodo ha molto da insegnarci.

La Grande Depressione degli anni Trenta è la madre di tutte le crisi nell’era contemporanea. In mezzo a tante sofferenze provocate dall’impoverimento di massa, genera uno degli esperimenti più audaci di innovazione politica al servizio dei cittadini, il New Deal di Franklin Roosevelt. È un precedente così potente che oggi il termine New Deal viene riproposto di continuo, da chi vuole lanciare riforme progressiste (vedi: Green New Deal). È una storia piena di sorprese, qualche delusione, molti miti da sfatare. Guardare dentro gli ingranaggi di un periodo così drammatico e così ambizioso, aiuta a capire meglio il nostro presente.

Il Piano Marshall lanciato nel 1947 è un altro dei cantieri della storia che mi affascinano. Con quegli aiuti l’Europa cominciò a finanziare la sua ripresa dopo il più distruttivo dei conflitti. Ma chi ricorda come funzionò, a quali condizioni? Nell’epicentro di una catastrofe, quando si vuole auspicare un’azione generosa e coraggiosa, lungimirante e potente, ancora oggi qualcuno invoca un Piano Marshall. Esplorarne la storia reale illumina di una luce nuova il dibattito attuale sul Recovery Fund nell’Unione europea post-pandemia. Il Piano Marshall originario ebbe anche un ruolo decisivo nel favorire la grande novità dell’Europa post-bellica, che ci accompagna tuttora: la nascita di una Germania democratica, civile, pacifista.

Dei “miracoli” europei nel dopoguerra ne isolo uno, quello francese, perché era il più improbabile. La Francia incassa non una ma tre sconfitte in tre guerre ravvicinate — il secondo conflitto mondiale, l’Indocina, l’Algeria — e ha un sistema politico a pezzi, malato d’instabilità, sfiduciato dai cittadini. Eppure si risolleva fino al punto da imprimere un’influenza decisiva sulla costruzione dell’Europa unita.

Il primo dei cantieri asiatici, che preparano la nuova centralità dell’Oriente, è in Giappone. È un caso unico nella storia di nation-building riuscito grazie a una dura occupazione militare. Dopo la terribile sconfitta bellica, i giapponesi mostrano una sconcertante disponibilità a subire i diktat americani, importano la liberaldemocrazia come la prescrive l’invasore. Attecchirà molto meglio di quanto si prevedesse. Le rinascite del Sol Levante hanno continuato a susseguirsi: dall’incidente nucleare di Fukushima alla gestione della pandemia.

Della Cina racconto il riscatto dopo il massacro di Piazza Tienanmen nel 1989. La nazione più grande del mondo si avvita in una decadenza e si condanna all’isolamento internazionale. Pochi scommettevano sulla sua ripresa. È andata ben oltre le aspettative, fino ad avverare in buona parte le previsioni di un “secolo cinese”. Dall’essere una nazione-paria, ai margini della comunità internazionale, è arrivata a occupare il centro della scena. È diventata una presenza ingombrante e inquietante, per la natura autoritaria del suo regime; tuttavia le cose potevano andare molto peggio se non avesse saputo svoltare dopo il 1989. I leader contano ma il vero protagonista è il popolo cinese: per le terribili sofferenze che ha patito, per la tenacia con cui ha ricostruito.

Molto dipende dalla reazione collettiva alla sciagura, per stabilire se una comunità ne esce fiaccata fino allo stremo, oppure purificata e rinvigorita dal trauma, vogliosa di riscatto. Lincoln, Roosevelt, Marshall, De Gaulle, Deng Xiaoping affollano la mia galleria di ritratti. Cerco di non concentrarmi sui leader, però, perché i cantieri della storia sono sempre stati dei progetti condivisi, umile lavoro di tanti esseri dimenticati.

Non sono uno storico ma un lettore avido per necessità. La mia professione di giornalista nomade globale e scrittore da paesi lontani, di osservatore della geopolitica nelle capitali dei due imperi americano e cinese, mi ha consentito di viaggiare molto e di vivere soprattutto all’estero: Bruxelles e Parigi, San Francisco e New York, Pechino più i periodi in Giappone e in India. Per capire i popoli e le civiltà in cui mi sono immerso, per decenni ho divorato le biblioteche degli esperti. Quel che racconto è il concentrato delle mie letture, insieme con ricordi di vita in quei luoghi. Il terribile 2020 ha aggiunto un’urgenza particolare. I cantieri della storia ci siano d’ispirazione.