L'Homo Sapiens – la specie animale alla quale apparteniamo – è il ramo più evoluto del grande albero formato da varie specie di scimmie che gli scienziati chiamano antropomorfe, cioè che nella forma assomigliano molto agli esseri umani. Alcuni di questi rami si estinsero, altri invece continuarono a svilupparsi via via aumentando le loro capacità e il numero di azioni che gli individui erano capaci di compiere. Fondamentale fu imparare a camminare utilizzando solo gli arti inferiori, cioè le gambe.
Assumere una posizione eretta rispetto alle altre scimmie che si spostano utilizzando tutti e quattro gli arti presenta una serie di vantaggi. Le braccia, libere dall’impegno del movimento, possono essere utilizzate per una quantità di altre funzioni molto importanti non solo per l’immediata sopravvivenza ma anche come premessa di un’evoluzione ulteriore. Stando dritti sulle gambe, per esempio, si può arrivare più in alto per cogliere frutti da un albero, si hanno maggiori possibilità nelle attività quotidiane: la caccia, accendere un fuoco, cucinare, difendersi da un attacco. Si scoprì che proprio per proteggersi la forza delle braccia poteva essere potenziata impugnando un bastone, una pietra, lanciando un oggetto per allontanare un nemico, cioè un animale o un altro Sapiens con intenzioni ostili.
A poco a poco le braccia diventarono lo strumento principale per lo sviluppo anche intellettuale degli individui nel gruppo di cui erano parte: la famiglia, la tribù. Ma l’utilizzo delle braccia perfezionò anche l’uso delle mani dotate di quel meraviglioso congegno anatomico rappresentato dal pollice opponibile. Contrapponendo il pollice alle altre quattro dita, i Sapiens possono impugnare, sorreggere, utilizzare non solo grossi strumenti come una pietra o un bastone ma anche strumenti delicati e sottili come un pezzetto di legno carbonizzato in grado di tracciare un segno su una parete, oppure uno stecco bagnato con una sostanza colorata in grado di dare diverse sfumature a quella semplice linea.
La raggiunta abilità manuale si unì a un’altra prerogativa dei Sapiens: la meraviglia, ovvero lo stupore davanti a una scoperta, da lì il desiderio di averne memoria, conservare in qualche modo e tramandare ad altri l’effetto di quelle conoscenze. Senza andare troppo lontano dalla verità possiamo dire che il bisogno di dipingere, cioè di rappresentare in qualche modo la realtà così come si presenta davanti allo sguardo, nacque da questa doppia necessità. L’arte della rappresentazione portava però con sé un paradosso: la realtà ha tre dimensioni ma su una superficie piatta se ne possono dipingere solo due. Per dare l’illusione che ce ne sia una terza bisogna usare una tecnica raffinata che si chiama prospettiva. È una delle conquiste di cui la pittura si avvarrà.
Il desiderio di tramandare la scoperta del mondo comincia con gli animali: quelli dalle grandi corna, quelli dal lunghissimo collo, quelli veloci nella corsa, quelli capaci di volare, quelli spaventosi nella collera. Furono questi i primi soggetti a essere ritratti: erano le creature che dividevano lo spazio, e si contendevano il cibo, con l’animale Sapiens.
Per questa ragione la magnifica antologia di opere d’arte contenute in questo libro comincia con le figure parietali delle Grotte di Lascaux, una località della Francia sud-occidentale nel dipartimento di Dordogna. Da alcuni decenni quelle grotte sono state inserite tra i patrimoni dell’umanità censiti dall’Unesco, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dell’educazione, la scienza e la cultura. È stata giusta la decisione di riconoscere la loro originalità e grandezza, sono disegni che risalgono al Paleolitico superiore, ovvero a un periodo che va da 40 a 10.000 anni fa. Aprire questo libro con i disegni delle Grotte di Lascaux significa rendere omaggio agli esseri umani che, tra i primi, vollero conservare e tramandare la memoria di ciò che videro.
Non ci sono alberi, né profili di colline tra quelle immagini, non ci sono paesaggi: solo animali vividamente ritratti in alcuni colori dominanti: rosso, giallo, nero. Il paesaggio, la natura, muta spettatrice dell’esistente, interessavano meno della forza e dell’agilità degli animali, potremmo dire della loro bellezza, se ammettiamo che quei primi uomini fossero capaci di percepire l’idea del bello (i filosofi la chiamano estetica). Così ebbe inizio la grande avventura di fare una copia della realtà, sfruttando qualunque superficie per ricrearla, poterne parlare, poterla raccontare ai propri figli.
Il libro
Guarda! di Corrado Augias con Francesco Frisari e Micol Suber (Feltrinelli, pagg. 640, euro 19, età: 9+)
Assumere una posizione eretta rispetto alle altre scimmie che si spostano utilizzando tutti e quattro gli arti presenta una serie di vantaggi. Le braccia, libere dall’impegno del movimento, possono essere utilizzate per una quantità di altre funzioni molto importanti non solo per l’immediata sopravvivenza ma anche come premessa di un’evoluzione ulteriore. Stando dritti sulle gambe, per esempio, si può arrivare più in alto per cogliere frutti da un albero, si hanno maggiori possibilità nelle attività quotidiane: la caccia, accendere un fuoco, cucinare, difendersi da un attacco. Si scoprì che proprio per proteggersi la forza delle braccia poteva essere potenziata impugnando un bastone, una pietra, lanciando un oggetto per allontanare un nemico, cioè un animale o un altro Sapiens con intenzioni ostili.
A poco a poco le braccia diventarono lo strumento principale per lo sviluppo anche intellettuale degli individui nel gruppo di cui erano parte: la famiglia, la tribù. Ma l’utilizzo delle braccia perfezionò anche l’uso delle mani dotate di quel meraviglioso congegno anatomico rappresentato dal pollice opponibile. Contrapponendo il pollice alle altre quattro dita, i Sapiens possono impugnare, sorreggere, utilizzare non solo grossi strumenti come una pietra o un bastone ma anche strumenti delicati e sottili come un pezzetto di legno carbonizzato in grado di tracciare un segno su una parete, oppure uno stecco bagnato con una sostanza colorata in grado di dare diverse sfumature a quella semplice linea.
La raggiunta abilità manuale si unì a un’altra prerogativa dei Sapiens: la meraviglia, ovvero lo stupore davanti a una scoperta, da lì il desiderio di averne memoria, conservare in qualche modo e tramandare ad altri l’effetto di quelle conoscenze. Senza andare troppo lontano dalla verità possiamo dire che il bisogno di dipingere, cioè di rappresentare in qualche modo la realtà così come si presenta davanti allo sguardo, nacque da questa doppia necessità. L’arte della rappresentazione portava però con sé un paradosso: la realtà ha tre dimensioni ma su una superficie piatta se ne possono dipingere solo due. Per dare l’illusione che ce ne sia una terza bisogna usare una tecnica raffinata che si chiama prospettiva. È una delle conquiste di cui la pittura si avvarrà.
Il desiderio di tramandare la scoperta del mondo comincia con gli animali: quelli dalle grandi corna, quelli dal lunghissimo collo, quelli veloci nella corsa, quelli capaci di volare, quelli spaventosi nella collera. Furono questi i primi soggetti a essere ritratti: erano le creature che dividevano lo spazio, e si contendevano il cibo, con l’animale Sapiens.
Per questa ragione la magnifica antologia di opere d’arte contenute in questo libro comincia con le figure parietali delle Grotte di Lascaux, una località della Francia sud-occidentale nel dipartimento di Dordogna. Da alcuni decenni quelle grotte sono state inserite tra i patrimoni dell’umanità censiti dall’Unesco, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dell’educazione, la scienza e la cultura. È stata giusta la decisione di riconoscere la loro originalità e grandezza, sono disegni che risalgono al Paleolitico superiore, ovvero a un periodo che va da 40 a 10.000 anni fa. Aprire questo libro con i disegni delle Grotte di Lascaux significa rendere omaggio agli esseri umani che, tra i primi, vollero conservare e tramandare la memoria di ciò che videro.
Non ci sono alberi, né profili di colline tra quelle immagini, non ci sono paesaggi: solo animali vividamente ritratti in alcuni colori dominanti: rosso, giallo, nero. Il paesaggio, la natura, muta spettatrice dell’esistente, interessavano meno della forza e dell’agilità degli animali, potremmo dire della loro bellezza, se ammettiamo che quei primi uomini fossero capaci di percepire l’idea del bello (i filosofi la chiamano estetica). Così ebbe inizio la grande avventura di fare una copia della realtà, sfruttando qualunque superficie per ricrearla, poterne parlare, poterla raccontare ai propri figli.
Il libro
Guarda! di Corrado Augias con Francesco Frisari e Micol Suber (Feltrinelli, pagg. 640, euro 19, età: 9+)