Un gruppo di studenti iscritti al corso magistrale internazionale "Arts, Museology and Curatorship" (AMaC) dell'Università di Bologna invita undici artisti loro coetanei, nove dei quali ancora allievi dell'Accademia di Belle Arti, a esprimersi su un tema che sta a cuore a tutti: "Trasmissione". Il risultato è una mostra digitale, indipendente, autogestita, che ha lo stesso titolo, si è inaugurata il 5 novembre scorso e si visita online (www.mostratrasmissione.it). Ma è anche qualcosa di più: perché, se davvero quelli che stiamo vivendo sono gli ultimi giorni del vecchio mondo dell'arte finora conosciuto, come da profezia del premio Pulitzer Jerry Saltz, "Trasmissione" è una risposta a chi si chiede quali saranno i primi giorni del nuovo mondo. Come e da dove ricominceranno a lavorare insieme artisti e artiste, curatori e curatrici, gallerie e pubblico.
L'idea di tracciare un ritratto generazionale nell'immanenza del momento l'hanno avuta in tre, Viviana Sacchi, Paolo Spagnoletti e Quentin Touya. A partire dalla domanda "Cosa vorresti trasmettere, o cosa vorresti che restasse, di te e di quello che fai?", hanno coinvolto gli altri studenti del corso e si sono divisi i compiti tra curatela (undici curatrici), allestimento (tre responsabili) e comunicazione (nove). Per rintracciare gli artisti hanno lanciato una call rivolta a studenti dell'Accademia di Belle Arti. Hanno risposto 34 candidati; le curatrici ne hanno selezionati undici, uno ciascuna. Questo accadeva all'inizio di febbraio, e all'epoca il progetto espositivo era saldamente concepito con opere d'arte non virtuali esposte in spazi non virtuali. La pandemia ha costretto a reinventare tutto entro le pareti immateriali di uno spazio digitale, "trasmissione.it", per l'appunto. Non è una mostra fisica, e non è nemmeno net art. Tutti i lavori proposti si sfogliano come altrettante "stanze", una di seguito all'altra e compresenti. Molti sono pagine Instagram, uno - Hai già vinto di Francesco Re Li Calzi - è una pagina facebook con gif e video. Solo un'opera ha un impianto tradizionale: Decostruzione dello sguardo, di Aurelia Pozzi, Edoardo Sessa e Alex Dilio, nasce infatti come un'installazione di fil di ferro, luci, fotografie stampate in negativo su fogli di acetato, poi digitalizzata e trasformata in un filmato immersivo.
Molte altre vivono nell'interazione con il visitatore/ spettatore. Dreamsavers, di Davide Allocca, è un "archivio sonoro dell'onirico", dove chiunque può registrare il racconto di un proprio sogno e ascoltare quelli di altri sconosciuti. Il lavoro di @st_art.er, nickname di Claudio Valerio, evoca lo schema dei quiz visivi CAPTCHA, e si è invitati a rispondere alla domanda: qual è l'opera d'arte? (quattro le risposte possibili). The Amazing Journey of Cassandra Mandela, avatar dell'artista Caps Lack, riproduce un sito di e-commerce. Archivio del Contemporaneo di Francesco De Conno, si sfoglia slalomando tra pop up dell'assurdo: "manda il tuo curriculum", "perché non l'hai ancora mandato", "sei un attore nato o solo un impostore?", e così via. Massiel Leza rilegge il tema "trasmissione" nella pagina Instagram "Trans Me? Sì! One"; UniLgbtq pubblica il racconto di Don't worry, it's a gift! di Carlo J. Sanabria e Vanessa Wellington, concepito come un happening con il pubblico. L'hanno definita loro stessi "una collaborazione tra esordienti che mirano a costruire uno spazio nuovo nel mondo dell'arte".
Incerta e mutevole, l'identità culturale è qualcosa di troppo instabile perché davvero la si trasmetta, verticalmente, a chi verrà. È più naturale aderire a un'irradiazione orizzontale, simultanea o acronica, negli spazi infinitamente riproducibili e condivisibili del web: è lì, è su quella terraferma anfibia della quotidianità che dà appuntamento l'arte del nuovo mondo.
L'idea di tracciare un ritratto generazionale nell'immanenza del momento l'hanno avuta in tre, Viviana Sacchi, Paolo Spagnoletti e Quentin Touya. A partire dalla domanda "Cosa vorresti trasmettere, o cosa vorresti che restasse, di te e di quello che fai?", hanno coinvolto gli altri studenti del corso e si sono divisi i compiti tra curatela (undici curatrici), allestimento (tre responsabili) e comunicazione (nove). Per rintracciare gli artisti hanno lanciato una call rivolta a studenti dell'Accademia di Belle Arti. Hanno risposto 34 candidati; le curatrici ne hanno selezionati undici, uno ciascuna. Questo accadeva all'inizio di febbraio, e all'epoca il progetto espositivo era saldamente concepito con opere d'arte non virtuali esposte in spazi non virtuali. La pandemia ha costretto a reinventare tutto entro le pareti immateriali di uno spazio digitale, "trasmissione.it", per l'appunto. Non è una mostra fisica, e non è nemmeno net art. Tutti i lavori proposti si sfogliano come altrettante "stanze", una di seguito all'altra e compresenti. Molti sono pagine Instagram, uno - Hai già vinto di Francesco Re Li Calzi - è una pagina facebook con gif e video. Solo un'opera ha un impianto tradizionale: Decostruzione dello sguardo, di Aurelia Pozzi, Edoardo Sessa e Alex Dilio, nasce infatti come un'installazione di fil di ferro, luci, fotografie stampate in negativo su fogli di acetato, poi digitalizzata e trasformata in un filmato immersivo.
Molte altre vivono nell'interazione con il visitatore/ spettatore. Dreamsavers, di Davide Allocca, è un "archivio sonoro dell'onirico", dove chiunque può registrare il racconto di un proprio sogno e ascoltare quelli di altri sconosciuti. Il lavoro di @st_art.er, nickname di Claudio Valerio, evoca lo schema dei quiz visivi CAPTCHA, e si è invitati a rispondere alla domanda: qual è l'opera d'arte? (quattro le risposte possibili). The Amazing Journey of Cassandra Mandela, avatar dell'artista Caps Lack, riproduce un sito di e-commerce. Archivio del Contemporaneo di Francesco De Conno, si sfoglia slalomando tra pop up dell'assurdo: "manda il tuo curriculum", "perché non l'hai ancora mandato", "sei un attore nato o solo un impostore?", e così via. Massiel Leza rilegge il tema "trasmissione" nella pagina Instagram "Trans Me? Sì! One"; UniLgbtq pubblica il racconto di Don't worry, it's a gift! di Carlo J. Sanabria e Vanessa Wellington, concepito come un happening con il pubblico. L'hanno definita loro stessi "una collaborazione tra esordienti che mirano a costruire uno spazio nuovo nel mondo dell'arte".
Incerta e mutevole, l'identità culturale è qualcosa di troppo instabile perché davvero la si trasmetta, verticalmente, a chi verrà. È più naturale aderire a un'irradiazione orizzontale, simultanea o acronica, negli spazi infinitamente riproducibili e condivisibili del web: è lì, è su quella terraferma anfibia della quotidianità che dà appuntamento l'arte del nuovo mondo.