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Carlo Azeglio Ciampi (1920-2016) 

Europa, il sogno di Ciampi

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Oggi l’ex presidente della Repubblica avrebbe compiuto cent’anni. Perché ci manca la sua fede laica, visionaria e pragmatica nell’Unione
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Sembra un beffardo scherzo del destino la coincidenza tra il centenario della nascita di Carlo Azeglio Ciampi e lo scontro politico di queste ore attorno ai fondi europei. In diverse occasioni Ciampi ammoniva con puntiglio sulla «necessità di non disperdere un patrimonio comune, un cammino che aveva accompagnato diverse generazioni di italiani e di europei». Nulla di definitivo o rassicurante negli approdi del vecchio continente, ombre e fantasmi del passato possono riproporsi in forme inedite: nazionalismi antichi o rigenerati, protagonismi divisivi di una politica dallo sguardo corto, senza visione. L’Europa come orizzonte di riferimento, disegno incompiuto, sogno di una generazione, obiettivo a portata di mano nello scorcio conclusivo del Novecento: una chiave di lettura per riavvolgere il nastro di una lunga biografia, da Livorno al Quirinale passando attraverso incarichi e responsabilità apicali (Banca d’Italia, presidenza del Consiglio, mini…
Sembra un beffardo scherzo del destino la coincidenza tra il centenario della nascita di Carlo Azeglio Ciampi e lo scontro politico di queste ore attorno ai fondi europei. In diverse occasioni Ciampi ammoniva con puntiglio sulla «necessità di non disperdere un patrimonio comune, un cammino che aveva accompagnato diverse generazioni di italiani e di europei». Nulla di definitivo o rassicurante negli approdi del vecchio continente, ombre e fantasmi del passato possono riproporsi in forme inedite: nazionalismi antichi o rigenerati, protagonismi divisivi di una politica dallo sguardo corto, senza visione. L’Europa come orizzonte di riferimento, disegno incompiuto, sogno di una generazione, obiettivo a portata di mano nello scorcio conclusivo del Novecento: una chiave di lettura per riavvolgere il nastro di una lunga biografia, da Livorno al Quirinale passando attraverso incarichi e responsabilità apicali (Banca d’Italia, presidenza del Consiglio, ministero del Tesoro).

Una parabola unica nella storia della Repubblica: dalla Normale di Pisa alle linee del fronte nel conflitto mondiale, dagli studi classici all’impegno politico fino al vertice delle istituzioni. Stagioni diverse tenute insieme da una costante tensione verso la costruzione dello spazio europeo. Una sorta di lascito per le generazioni future: un continente pacificato e stabile, segnato da un destino comune capace di sconfiggere la prepotenza di nazioni in cerca di primato.

Solo chi aveva vinto la guerra contro la minaccia nazifascista poteva portare l’Italia nel cuore di un’impresa difficile, puntando senza mediazioni o mezze misure a far collaborare popoli che avevano combattuto per secoli, spargendo odio e rancore negli angoli più remoti di un continente diviso e conteso. Quella spinta a guardare oltre l’ostacolo cercando qualcosa di nuovo e prezioso aveva trovato nel progetto europeo un terreno di costante iniziativa: integrazione economica e dimensione politica architravi della nuova architettura.

Un tecnico, come amava definirsi con ambiguità mal celata, poteva dedicarsi per larga parte della propria vita alla trama di un progetto politico in divenire. Con lo sguardo a ritroso appare un cammino difficile, una lenta risalita che avrebbe trovato le ragioni fondanti nell’ispirazione della stagione delle origini alla fine della Seconda guerra mondiale.

Ciampi lo esplicita in occasioni pubbliche e private: il compito della sua generazione merita di essere completato rafforzando la dimensione continentale e rilanciando l’Europa come orizzonte di valori e traguardi per le giovani generazioni. In questo quadro vive la tensione per la storia come cucitura di una trama condivisa che non può andare dispersa: Cefalonia, El Alamein, Marzabotto o ancora i riferimenti al ripristino della festa nazionale del 2 Giugno e alle sfide di un’identità incerta. Lega la sofferta permanenza nell’agone politico alla possibilità «che il matrimonio con la moneta unica venga celebrato e consumato». Una rincorsa all’ingresso nell’euro che va ben al di là del dato economico, almeno nelle intenzioni del principale artefice dell’impresa: «Sosteniamo la necessità del mantenimento del necessario equilibrio fra componente mitteleuropea e componente mediterranea della civiltà europea per meglio affrontare il dialogo di convivenza e cooperazione con il vicino mondo arabo».

L’euro rappresenta uno spartiacque carico di significati. Non si dava pace a fronte delle ricostruzioni pretestuose: come non cogliere la portata storica della moneta unica? La spinta di quella scelta comune avrebbe segnato il destino di un continente ritrovato, un potenziale protagonista del mondo globale.

Puntava il dito contro la «zoppia» infelice della sfera politica paralizzata da veti e scelte irresponsabili. Era un uomo discreto, riservato, attento ai dettagli e ai comportamenti dei suoi interlocutori. Irruenta la reazione quando veniva sollecitato su terreni controversi: pronto a difendere le proprie ragioni fino alla testarda riproposizione di posizioni e punti di vista.
Prezioso il confessore silenzioso: un diario sul quale annotava con costanza e precisione appuntamenti, brevi note, riflessioni e appunti. Nell’anno dell’euro scrive con soddisfazione a inizio gennaio: «Ho i dati del fabbisogno dello Stato. Ce l’abbiamo fatta!». E il 31 dicembre per chiudere una pagina: «Ecofin. Interventi di tutti e 15 i ministri per 2-3 minuti ciascuno.

Proclamazione dei tassi di conversione definitivi delle 11 monete che si fondono nell’euro. Per l’Italia 1936,27 lire italiane per 1 euro. Foto e palloncino E. Poi conferenza stampa italiana. Molto calore. Aeroporto di Bruxelles. Atterraggio a Venezia. Aereo in avaria non può ripartire. Aereo di linea Venezia Roma. Ore 20.45 a casa dove brindo con Franca al 1999».

Le istituzioni erano il suo assillo le sentiva vicine e al tempo stesso pressanti, soffriva il peso di una responsabilità individuale che negli anni del Quirinale era diventato «una totale immedesimazione tra l’uomo e l’istituzione; non c’erano spazi di libertà o di autonomia: l’uomo, il Presidente e l’istituzione tendono a coincidere». Non ha mai nascosto che le scelte di vita lo rendevano inquieto, irascibile. Sentiva la diffidenza di mondi e poteri, viveva con modestia un senso di inadeguatezza a fronte delle responsabilità a cui veniva chiamato. Un metodo, uno stile forse perduto. Il suo tempo sembra svanire in un passato lontano, ma a ben guardare le sfide di allora sono ancora tra noi.