"Leggere è un balsamo, cura le ferite. Se non possiamo avvicinarci al mondo, possiamo comunque vederlo e viverlo attraverso la fantasia". Paco Ignacio Taibo II appare sullo schermo con la barba lunga, la maglietta sgualcita e una sigaretta in bocca. Alle sue spalle centinaia di libri (l’ultimo a sua firma uscito in Italia, come sempre per La Nuova Frontiera, è Come la vita). A Città del Messico è ora di pranzo, ma non per lui. Il grande scrittore latinoamericano, biografo di Che Guevara, Pancho Villa, Tony Guiteras, autore di decine di libri tradotti in 28 lingue tra cui un giallo ormai di culto scritto a quattro mani con il subcomandante Marcors, una monumentale storia del Messico e romanzi pieni zeppi di anarchici, rivoluzionari e pirati, si è svegliato da poco. E ha già l’immancabile bottiglietta di Coca-Cola in mano, vezzo e peccato del più poetico intellettuale antimperialista dell’America latina. Quasi …
"Leggere è un balsamo, cura le ferite. Se non possiamo avvicinarci al mondo, possiamo comunque vederlo e viverlo attraverso la fantasia". Paco Ignacio Taibo II appare sullo schermo con la barba lunga, la maglietta sgualcita e una sigaretta in bocca. Alle sue spalle centinaia di libri (l’ultimo a sua firma uscito in Italia, come sempre per La Nuova Frontiera, è Come la vita). A Città del Messico è ora di pranzo, ma non per lui. Il grande scrittore latinoamericano, biografo di Che Guevara, Pancho Villa, Tony Guiteras, autore di decine di libri tradotti in 28 lingue tra cui un giallo ormai di culto scritto a quattro mani con il subcomandante Marcors, una monumentale storia del Messico e romanzi pieni zeppi di anarchici, rivoluzionari e pirati, si è svegliato da poco. E ha già l’immancabile bottiglietta di Coca-Cola in mano, vezzo e peccato del più poetico intellettuale antimperialista dell’America latina. Quasi si giustifica: «La pandemia mi ha gettato in una strana situazione, mi spinge a interessarmi a temi strani. Poi nel profondo della notte scrivo».
Scrive della pandemia?
"Oh no. Scrivo di tutt’altro. In Messico ho da poco pubblicato un romanzo sull’insurrezione degli ebrei nel ghetto di Varsavia. S’intitola Sabemos cómo vamos a morir".
Perché questa scelta?
"È un’idea a cui penso da anni, da quando lessi una lettera di Mordechai Anielewicz, il giovane comandante dell’Organizzazione ebraica combattente che guidò la rivolta. Mi colpì il suo desiderio di libertà e resistenza, ho passato anni a documentarmi fino a quando, nei primi tre mesi della pandemia, ho scritto il libro".
Saggio di storia o romanzo?
"Entrambe le cose, ma nel mio stile: historia narrativa".
Oltre a scrivere avrà dovuto fronteggiare la crisi del mondo del libro. Da due anni ormai dirige il Fondo de Cultura Económica de Mexico, la più grande istituzione culturale pubblica dell’America latina.
"Siamo stati costretti a fermare le librerie, i festival, le presentazioni, tutto. Ora siamo in una fase di ripresa: abbiamo circa un centinaio di librerie aperte nel rispetto delle misure sanitarie e stiamo ricostruendo i rapporti con le filiali estere. Abbiamo riaperto punti vendita in Cile, in Guatemala e stiamo per farlo a La Paz, in Bolivia".
E come editori?
"Nel 2019 avevamo pubblicato circa 600 libri, quest’anno ci fermeremo a 340 titoli. Dati i limiti imposti dalla realtà lo considero un buon risultato".
Nel 2010 fondò la Brigada para leer en libertad, un’associazione che salvava i libri dal macero e li distribuiva nei quartieri poveri. Il virus l’ha fermata?
"Da quando ho assunto la guida del Fondo ho dovuto lasciare la Brigada, ero formalmente incompatibile. Ma lei cammina con le sue gambe e si è trasferita in rete, organizzando qualcosa come quattro o cinque incontri virtuali a settimana. Ha anche aperto una piccola libreria".
Le piace la Rete?
"Ha tanti difetti, ma anche qualche vantaggio: rende le relazioni tra persone distanti più facili e veloci".
Per questo ha deciso di collaborare a una edizione solo virtuale del festival di letteratura latinoamericana Encuentro?
"Da anni vado a Perugia per partecipare a questo crocevia incredibile di persone, storie, culture. La pandemia lo ha reso impossibile. Avevamo solo due possibilità: saltare un giro o andare online. Abbiamo scelto di fare una mini edizione sul web, gli organizzatori di Encuentro e noi del Fondo, e l’abbiamo chiamata Operación Garibaldi, dedicandola appunto all’eroe dei due mondi. Sono quattro tavole rotonde, sottotitolate sia in italiano che in spagnolo".
La pandemia insegnerà qualcosa al mondo?
"La sta già insegnando. Qual è la cosa peggiore che può accadere durante una crisi? Avere un governo neoliberale che disprezza la salute pubblica e l’istruzione pubblica. Con la pandemia abbiamo visto che l’unica difesa possibile è un apparato dello Stato al servizio della comunità. Io credo che il Covid abbia evidenziato la crisi profonda del progetto neoliberale. Ora spetta a noi decidere quale futuro vogliamo, dobbiamo costruire una società diversa, più solidale e più intelligente".
Questo è stato un periodo importante per la politica.
"Oh sì, finalmente! Ci sono segnali che la sinistra sta riguadagnando terreno in America latina: la vittoria in Bolivia dopo il golpe è stata spettacolare, i governi progressisti in Argentina e in Messico, le future elezioni dell’Ecuador… Il movimento a sinistra coincide con la riflessione critica sopra il neoliberalismo e il disastro che ha prodotto nei nostri paesi".
Veramente mi riferivo alla sconfitta di Trump.
"Ah, gli Stati Uniti… E cosa vuole che dica? Abbiamo sofferto Trump, aspettiamo di vedere quali sono i limiti di Biden".
Scrive della pandemia?
"Oh no. Scrivo di tutt’altro. In Messico ho da poco pubblicato un romanzo sull’insurrezione degli ebrei nel ghetto di Varsavia. S’intitola Sabemos cómo vamos a morir".
Perché questa scelta?
"È un’idea a cui penso da anni, da quando lessi una lettera di Mordechai Anielewicz, il giovane comandante dell’Organizzazione ebraica combattente che guidò la rivolta. Mi colpì il suo desiderio di libertà e resistenza, ho passato anni a documentarmi fino a quando, nei primi tre mesi della pandemia, ho scritto il libro".
Saggio di storia o romanzo?
"Entrambe le cose, ma nel mio stile: historia narrativa".
Oltre a scrivere avrà dovuto fronteggiare la crisi del mondo del libro. Da due anni ormai dirige il Fondo de Cultura Económica de Mexico, la più grande istituzione culturale pubblica dell’America latina.
"Siamo stati costretti a fermare le librerie, i festival, le presentazioni, tutto. Ora siamo in una fase di ripresa: abbiamo circa un centinaio di librerie aperte nel rispetto delle misure sanitarie e stiamo ricostruendo i rapporti con le filiali estere. Abbiamo riaperto punti vendita in Cile, in Guatemala e stiamo per farlo a La Paz, in Bolivia".
E come editori?
"Nel 2019 avevamo pubblicato circa 600 libri, quest’anno ci fermeremo a 340 titoli. Dati i limiti imposti dalla realtà lo considero un buon risultato".
Nel 2010 fondò la Brigada para leer en libertad, un’associazione che salvava i libri dal macero e li distribuiva nei quartieri poveri. Il virus l’ha fermata?
"Da quando ho assunto la guida del Fondo ho dovuto lasciare la Brigada, ero formalmente incompatibile. Ma lei cammina con le sue gambe e si è trasferita in rete, organizzando qualcosa come quattro o cinque incontri virtuali a settimana. Ha anche aperto una piccola libreria".
Le piace la Rete?
"Ha tanti difetti, ma anche qualche vantaggio: rende le relazioni tra persone distanti più facili e veloci".
Per questo ha deciso di collaborare a una edizione solo virtuale del festival di letteratura latinoamericana Encuentro?
"Da anni vado a Perugia per partecipare a questo crocevia incredibile di persone, storie, culture. La pandemia lo ha reso impossibile. Avevamo solo due possibilità: saltare un giro o andare online. Abbiamo scelto di fare una mini edizione sul web, gli organizzatori di Encuentro e noi del Fondo, e l’abbiamo chiamata Operación Garibaldi, dedicandola appunto all’eroe dei due mondi. Sono quattro tavole rotonde, sottotitolate sia in italiano che in spagnolo".
La pandemia insegnerà qualcosa al mondo?
"La sta già insegnando. Qual è la cosa peggiore che può accadere durante una crisi? Avere un governo neoliberale che disprezza la salute pubblica e l’istruzione pubblica. Con la pandemia abbiamo visto che l’unica difesa possibile è un apparato dello Stato al servizio della comunità. Io credo che il Covid abbia evidenziato la crisi profonda del progetto neoliberale. Ora spetta a noi decidere quale futuro vogliamo, dobbiamo costruire una società diversa, più solidale e più intelligente".
Questo è stato un periodo importante per la politica.
"Oh sì, finalmente! Ci sono segnali che la sinistra sta riguadagnando terreno in America latina: la vittoria in Bolivia dopo il golpe è stata spettacolare, i governi progressisti in Argentina e in Messico, le future elezioni dell’Ecuador… Il movimento a sinistra coincide con la riflessione critica sopra il neoliberalismo e il disastro che ha prodotto nei nostri paesi".
Veramente mi riferivo alla sconfitta di Trump.
"Ah, gli Stati Uniti… E cosa vuole che dica? Abbiamo sofferto Trump, aspettiamo di vedere quali sono i limiti di Biden".