Ragazzi del sud senza la valigia di cartone
di Francesco Merlo , di Francesco MerloMavalà non è il suo nome. Quello vero e completo è Crocifisso Antonio Disdòmino e in famiglia lo chiamano Fifo. Divenne Mavalà nell'estate del 1970 in un ostello di Parigi. Ecco come andò: Fifo non smetteva di puntare una ragazza che improvvisamente gli venne vicino e gli disse: "Je voudrais faire l'amour avec toi". Ebbene, in preda al panico, Fifo tirò fuori un "ma va là" che ovviamente la mise in fuga. Fifo-Mavalà è un terrone, come Ghezio, Milziade e i tre Salvatore: Totino, Totuccio e Salvo. Sono i terroni degli anni Settanta, gli emigrati diplomati e laureati in Medicina, Ingegneria, Lettere... Mai erano stati raccontati ed è sorprendente che la Sicilia torni a farsi metafora con una nuova prospettiva, originale e "scandalosa", in quest'opera prima di Enzo D'Antona, Gli spaesati (Zolfo editore), che siamo felici di affidare al passaparola, rammaricandoci che …
Mavalà non è il suo nome. Quello vero e completo è Crocifisso Antonio Disdòmino e in famiglia lo chiamano Fifo. Divenne Mavalà nell'estate del 1970 in un ostello di Parigi. Ecco come andò: Fifo non smetteva di puntare una ragazza che improvvisamente gli venne vicino e gli disse: "Je voudrais faire l'amour avec toi". Ebbene, in preda al panico, Fifo tirò fuori un "ma va là" che ovviamente la mise in fuga. Fifo-Mavalà è un terrone, come Ghezio, Milziade e i tre Salvatore: Totino, Totuccio e Salvo. Sono i terroni degli anni Settanta, gli emigrati diplomati e laureati in Medicina, Ingegneria, Lettere... Mai erano stati raccontati ed è sorprendente che la Sicilia torni a farsi metafora con una nuova prospettiva, originale e "scandalosa", in quest'opera prima di Enzo D'Antona, Gli spaesati (Zolfo editore), che siamo felici di affidare al passaparola, rammaricandoci che il "soddisfatti o rimborsati" non si applichi (ancora) ai romanzi.
"Uè, terrone", dunque. Oppure: "Andate via, terroni invasori". Ma anche: "Davvero lei è terrone? È così bravo". Se nel dizionario cerchi il sinonimo ne trovi due: "meridionale buzzurro". Tra i contrari non trovi più "polentone", ma ""coglione di Bergamo", che si applica a tutti i nati da Bologna in su. I bergamaschi non c'entrano: uno può essere coglione di Bergamo anche se è, mettiamo, di Padova o di Aosta".
I terroni, si sa, riproducono il proprio paese - la provincia di Caltanissetta a Cinisello Balsamo, a Nichelino, a Sanpierdarena - : "guarda, anche qui c'è il bar Figotto", e l'amaro è Averna, il whisky è lo Stravecchio Branca, la pasta è alla Norma "perché la cucina l'abbiamo inventata noi", anche se la sera finisce sempre a bastoncini Findus. Molti diventeranno manager, giornalisti e avvocati ma intanto camminano in corso Buenos Aires sentendosi, come nella Solitudine di Munch, sempre in senso contrario. E magari perché sono nati "nel paese dei contrari, dove per esempio i piselli si chiamano fagioli. E i fagioli si chiamano piselli. Cosi come "Muoviti!" vuol dire "Resta fermo dove sei"". Già per laurearsi a Catania si spaesavano nella Baleniera, grande dormitorio all'ultimo piano nella strada delle prostitute, la via delle Finanze, dove la Bolognese che "forse è bolognese davvero" mette su il disco di Gianni Nazzaro Far l'amore con te e solo qualche volta, chissà perché, "interrompe l'attività per metterlo daccapo". A Catania si erano fidanzati con brave ragazze che studiavano Lettere o Storia o Farmacia. Erano già terroni, ma ancora ottimisti e di sinistra come la puttana di Dalla.
E chissà perché i destini sono diversi se la vita è uguale per tutti i big boys che sono cresciuti nella Terza Palazzina - due scale e dodici appartamenti - e almeno in trenta sono emigrati con addosso lo stesso giaccone marinaro comprato nella via Principe di Carignano di Riesi, che qui si chiama Iudeca. Mietritrebbia, per esempio, che era bravo a giocare con le pietre, a Torino diventa il capobanda dei Sarbaggi, i Selvaggi, e morirà ammazzato durante una rapina. Qualcuno si impiega alle Poste di Legnano e ogni tanto "si getta malato" per disobbedienza civile. E meno male che Fifo butta la P38 in fondo al Po. Le due sorelle aprono una parrucchieria a Mirafiori Sud, "Al Bigodino da Dolly e Nancy", dove Dolly sarebbe Addolorata e Nancy Nunzia, Annunziata. Per loro al paese lavora il genio dei matrimoni che tutti chiamano Signor In Merito al Fatto: "Pronto, signora Disdòmino, in merito al fatto vorrei organizzare un incontro casuale con suo figlio durante la processione del Venerdì Santo ...".
Fernando, che diventerà dentista, al Daze di Torino, il mitico liceo D'Azeglio, viene preso in giro per la pronunzia: "Avete sentito come dice finestra?" ride Roberta, la più bella. Eppure verrà il giorno in cui questa Roberta, ormai sposata a un riccone, andrà a trovare il giovane dentista e lo bacerà: "Sai, Florindo, io mi ricordo che al ginnasio eri bellissimo". Ecco: "Fernando la spinse verso il bovindo. Le alzò la gonna: "Vieni, appoggiati qui sul davanzale della finestra". E disse "finestra" proprio come si pronunciava a Iudeca. "E guarda che io non mi chiamo Florindo". Spinse più forte: "Io sono Fernando, Fernando, Fernando"".
E cantano, Tanuccio spiega "il centro di gravità permanente" con il filosofo armeno Gurdjieff e con il sufismo, viaggiano nei luoghi delle canzoni: "Noi andremo senza pensieri dagli amici a Moncalieri", vanno pure sulla Prospettiva Nevskij a Leningrado e persino a guardare i treni che passano ancora lenti per Tozeur in Tunisia. Poi, vicino ad Acqui Terme, cantano e corrono nella strada bianca come il sale di Ciao amore ciao. Ancora non stipano i parcheggi con le Alfasud color penicillina e pochissimi riescono a frequentare "la Bubi, la Clemi, la Barby, la Cloty, la Gigia".
Nessuno si spiega come mai il coltissimo Aurelio sia finito a insegnare a Milano in una scuola di periferia, la Pisani-Dossi, il regno della preside Adelaide Carminati in Brambilla che prof e studenti chiamavano soltanto "In Brambilla". Aurelio si mise a studiarla seriamente in onore "del povero Gnazio, che ogni giorno partiva in cerca di un Brambilla qualsiasi, giusto per sentirsi a Milano, ma in due anni non era riuscito a conoscerne neppure uno". Aurelio, che ha studiato anche le parentele di Orlando e Rinaldo, ha rivisto il familismo e crede nella necessità antropologica di ogni siciliano di essere come minino cugino dell'altro, di chiunque altro.
Mavalà è rimasto a Nichelino, ha sposato Maria Catena e hanno due figli: il maschio è ingegnere elettronico, la femmina, chimica, lavora in Inghilterra e con i suoi figli parla solo in inglese, forse perché non vuole farli sentire spaesati. Ogni tanto racconta loro che ai nonni è capitato di nascere negli spogli luoghi della sopravvivenza. E spiega che sono paesi destinati ai marginali perché un luogo povero impoverisce anche i ricchi di talento, come la desertificazione che, avanzando, inaridisce le terre grasse. Lo spaesamento di Enzo D'Antona "è un genocidio culturale senza fine".
Il libro. Gli spaesati di Enzo D'Antona (Zolfo editore, pagg. 200, euro 17)