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Vedi alla voce immigrazione senza retorica

In Francia fa discutere il pamphlet di Didier Leschi, funzionario di Stato e scrittore di sinistra, che parla del suo Paese come del più accogliente d’Europa in un sistema che non funziona
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PARIGI. "Fare la differenza tra realtà e utopia non è tradire le proprie convinzioni". È la premessa di Ce grand dérangement. L'immigration en face appena pubblicato nella collana Tract di Gallimard, pamphlet che sta facendo molto discutere Oltralpe perché tocca un tema incandescente come l'immigrazione. "Vorrei provare a offrire una visione né angelicale né cinica" spiega nelle prime pagine Didier Leschi, direttore generale dell'Office français de l'immigration et de l'intégration (Ofii) e uomo di convinzioni politiche come si evince dal romanzo, Rien que notre défaite, "nient'altro che la nostra sconfitta", nel quale ha rievocato la sua gioventù (delusa) nel movimento trotskista.

In un paesaggio politico dominato dalla minaccia dell'estrema destra, ma dove la difesa dei diritti civili è ancora forte, Leschi vuole cercare il giusto mezzo. &quo…

PARIGI. "Fare la differenza tra realtà e utopia non è tradire le proprie convinzioni". È la premessa di Ce grand dérangement. L'immigration en face appena pubblicato nella collana Tract di Gallimard, pamphlet che sta facendo molto discutere Oltralpe perché tocca un tema incandescente come l'immigrazione. "Vorrei provare a offrire una visione né angelicale né cinica" spiega nelle prime pagine Didier Leschi, direttore generale dell'Office français de l'immigration et de l'intégration (Ofii) e uomo di convinzioni politiche come si evince dal romanzo, Rien que notre défaite, "nient'altro che la nostra sconfitta", nel quale ha rievocato la sua gioventù (delusa) nel movimento trotskista.

In un paesaggio politico dominato dalla minaccia dell'estrema destra, ma dove la difesa dei diritti civili è ancora forte, Leschi vuole cercare il giusto mezzo. "Per dirla in modo banale, sull'immigrazione c'è chi pensa che le autorità facciamo troppo e chi invece ci accusa di non fare abbastanza".


Non capita spesso che un alto funzionario dello Stato esprima pubblicamente opinioni così nette. Leschi esce allo scoperto per difendere l'onore della Francia ma riconosce errori e difficoltà. Tutti hanno visto le immagini di migranti lasciati nel fango a Calais, sgombrati con forza nella capitale o respinti dai gendarmi alla frontiera italiana. "Siamo davanti a una realtà sconvolta e sconvolgente" commenta Leschi. Ed è il senso del Grande disturbo richiamato nel titolo. L'autore presenta al lettore cifre e fatti che interrogano alcuni cliché a cominciare dall'idea che l'Europa sia una "fortezza". Nel 2015, scrive Leschi, il Vecchio Continente ha accolto in proporzione più immigrati degli Stati Uniti: 2,4 milioni per 509 milioni di abitanti contro 1,1 milioni per 320 milioni. E la Francia è il Paese dove questa tendenza è più marcata. "Da quando si contano gli stranieri, cioè dai tempi del Secondo Impero - osserva l'autore - nel nostro Paese non ci sono mai stati così tanti immigrati come oggi". La percentuale è compresa tra il 9 e l'11% della popolazione francese, il doppio rispetto agli anni Trenta. Quasi un quarto della popolazione francese ha oggi un legame con l'immigrazione, un dato simile a quello degli Stati Uniti, simbolo del melting pot.


Durante la crisi dei migranti del 2015 la Francia è stata accusata di aver chiuso le porte. "Non è vero" risponde Leschi. Molti dei profughi che si erano diretti verso la Germania adesso sono Oltralpe. "Il Samaritano d'Europa - scrive Leschi con una punta di polemica rispetto al governo tedesco - ha rigettato oltre 650 mila delle 2,5 milioni richieste di asilo presentate negli ultimi quattro anni". I profughi che non ottengono protezioni dalle autorità tedesche, ma anche svedesi o dei paesi nordici, tentano l'ultima chance in Francia. "Accogliamo i perdenti del sistema europeo, coloro che sono stati respinti dai paesi in cui speravano di stabilirsi o che non volevano rimanere in Spagna o in Italia. Alla fine vengono perché da noi è più facile ottenere lo status di rifugiato". Il tasso francese di protezione per nazionalità, tra i più alti in Europa, deriva da un'antica tradizione. Sin dall'Ottocento esiste lo ius soli e già la Costituzione del 1793 concedeva la cittadinanza agli stranieri che prestavano "servizi eminenti" alla nazione. Leschi ricorda che "amici della Rivoluzione" come il militante prussiano Anacharsis Cloots e l'intellettuale britannico Thomas Paine sono diventati cittadini francesi.


Nei tanti rapporti di denuncia delle ong non resta molto di quel glorioso passato. "È vero non abbiamo posti letto sufficienti per tutti" ammette Leschi ricordando però che il numero è raddoppiato in cinque anni e le autorità francesi offrono copertura sanitaria e sussidi più elevati rispetto ad altri paesi europei. "È vero - prosegue - ci sono accampamenti con condizioni di vita indegne. Ma è anche perché noi chiudiamo un occhio quando le associazioni distribuiscono le tende per permettere ai migranti di occupare il suolo pubblico". È uno dei motivi, dice l'autore, che spiega perché ci sono più accampamenti a Parigi che a Londra o a Berlino. "Significa che sono più accoglienti di noi? Non credo proprio. Al contrario. Sono paesi dove lo sgombro è quasi immediato. In Inghilterra mendicare è reato". Talvolta, racconta Leschi, sono i migranti che rifiutano di andare negli alloggi proposti dallo Stato. "A Calais, qualunque cosa facciamo le autorità, è più forte la volontà di attraversare la Manica".


Leschi ha l'onestà di dire che il meccanismo di integrazione in Francia è "grippato". La parte più visibile del fenomeno sono le città-ghetto dove salumerie e negozi di formaggi sono rimpiazzati da macellerie halal, le moschee non sono mai abbastanza grandi per accogliere tutti i fedeli, gli alunni nelle scuole hanno genitori che non parlano francese. L'autore non esita a parlare di "shock di culture". "Siamo franchi, il processo di acculturazione non può essere lo stesso per un ceceno musulmano che per un polacco cattolico". Ci sono governi stranieri che organizzano una politica di influenza sulle loro diaspore. "La Turchia ne è il migliore esempio con la sua Direzione degli Affari religiosi che invia in Europa predicatori con passaporti diplomatici per impedire l'integrazione, considerata dal presidente Erdogan "crimine contro l'umanità"".


La pressione dell'Islam fondamentalista è diffusa attraverso mille canali e da parte di alcuni Stati finanziariamente potenti. Si crea quello che Leschi definisce un "vertiginoso sfasamento di valori". "In Algeria si può essere incarcerati per avere un Corano con una pagina strappata, in Marocco per una relazione extraconiugale. In questi paesi l'omosessualità è bandita". Il patto repubblicano è in pericolo, conclude l'autore. "In questo contesto far diventare i musulmani in Francia dei musulmani di Francia, tagliandoli fuori dai loro paesi d'origine a livello religioso, come finemente suggerisce Kamel Daoud, è più complesso di quanto sembri".