Nel giardino dove l’estetica si fa etica
di Valeria Parrella , di Valeria ParrellaLa bellezza naturale e lo stare bene sono cose intimamente legate come dimostra Boboli. Una lezione molto simile a quella degli ambientalisti. E senza bisogno di pensare alla fotosintesi
Platone diceva che un uomo poteva considerarsi soddisfatto qualora nella sua vita avesse costruito una casa, scritto un libro e piantato un albero, e Cincinnato, per lo meno nella leggenda, lo trassero dall’orto per dargli il comando dell’esercito di Roma. Questo legame strettissimo, innato, naturale degli uomini con il verde è durato fino agli inizi del Novecento.
È ciò che desumiamo non solo dalle letture delle famose passeggiate naturalistiche di tanti filosofi e umanisti, ma proprio dal piacere per i giardini che prendevano una parte grandissima della vita dei letterati. Bisognava essere ricchi, certo, per permettersi giardini belli, ma la cura degli stessi era personale. E così via fino alle passeggiate di Virginia Woolf per i giardini sospesi di villa Rufolo e villa Cimbrone a Ravello, e ai libri che per lei e con lei scriveva l’amica Vita Sackville-West: erbarii, per lo più, e collezioni di rose.
La bellezza naturale e lo st…
È ciò che desumiamo non solo dalle letture delle famose passeggiate naturalistiche di tanti filosofi e umanisti, ma proprio dal piacere per i giardini che prendevano una parte grandissima della vita dei letterati. Bisognava essere ricchi, certo, per permettersi giardini belli, ma la cura degli stessi era personale. E così via fino alle passeggiate di Virginia Woolf per i giardini sospesi di villa Rufolo e villa Cimbrone a Ravello, e ai libri che per lei e con lei scriveva l’amica Vita Sackville-West: erbarii, per lo più, e collezioni di rose.
La bellezza naturale e lo st…
Platone diceva che un uomo poteva considerarsi soddisfatto qualora nella sua vita avesse costruito una casa, scritto un libro e piantato un albero, e Cincinnato, per lo meno nella leggenda, lo trassero dall’orto per dargli il comando dell’esercito di Roma. Questo legame strettissimo, innato, naturale degli uomini con il verde è durato fino agli inizi del Novecento.
È ciò che desumiamo non solo dalle letture delle famose passeggiate naturalistiche di tanti filosofi e umanisti, ma proprio dal piacere per i giardini che prendevano una parte grandissima della vita dei letterati. Bisognava essere ricchi, certo, per permettersi giardini belli, ma la cura degli stessi era personale. E così via fino alle passeggiate di Virginia Woolf per i giardini sospesi di villa Rufolo e villa Cimbrone a Ravello, e ai libri che per lei e con lei scriveva l’amica Vita Sackville-West: erbarii, per lo più, e collezioni di rose.
La bellezza naturale e lo stare bene erano cose intimamente legate, andavano assieme: la mente sana vagolava per giardini belli, perché il verde è sempre stato il corpus del mondo.
L’ultima passeggiata nel giardino di Boboli è stata consentita prima che il decreto del presidente del consiglio che sigillava i musei sigillasse anche quello spazio, che si trova all’interno del complesso museale di Palazzo Pitti esattamente per lo stesso motivo di cui si diceva due righe più su: perché era il giardino che la famiglia usava per se stessa e la sua corte, apparteneva al proprio palazzo e ne era parte viva, non corredo o abbellimento — come parte viva delle regge di ogni reale d’Europa sono stati i loro giardini, come la Venaria reale e la reggia di Capodimonte includono interi boschi. E così a passeggiare per Boboli con le mascherine, sapendo che di lì a qualche ora i cancelli dei giardini si sarebbero chiusi su loro stessi, lì, all’aperto, nell’aria, nel verde, unici presenti un jogger e qualche manutentore, veniva davvero da chiedersi a che pro, quale lo scopo, e se non fosse invece controproducente. Non era una domanda politica, era una domanda estetica.
Da vent’anni, da quando cioè rischiamo, come specie dominante, di distruggere il pianeta, ogni volta che si difende il verde, o si chiede a gran voce il verde o si rivolge un pensiero ai polmoni planetari si fa in senso etico: programmaticamente, come imperativo della ragione, come programma politico, come rivendicazione di giustizia. È sacrosanto, ma sfuma la dimensione estatica, quella della bellezza. Al tempo della piantumazione di Boboli che un giardino fosse curato era un’esigenza estetica, che dunque ricadeva nell’etica. I rimedi cittadini che gli architetti del verde hanno trovato in questi anni al surriscaldamento delle grandi città — inurbate senza fasce di respiro — sono giardini pensili, disposizioni a verde dei lastrici solari, giardini verticali. C’è anche un bonus, per chi si mette a piantare in città.
È diventata una questione di salute, quindi di civiltà, quindi doverosa, quindi etica. La lezione degli ambientalisti è una lezione preziosa: etica. La lezione di Boboli è la stessa lezione: estetica. Nessuno può entrare a Boboli e non godere immediatamente delle architetture dei suoi giardini, e sentirsi meglio, e sentire di stare nel posto giusto, e desumerne — senza bisogno di mettersi neppure a pensare alla fotosintesi clorofilliana — che quel posto è salubre. Le due cose vanno assieme: è bello, è elegante e fa bene starci. È indispensabile al palazzo, alla vita, dunque si costruisce bello, dunque se è bello fa bene, e infatti fa bene.
Giardino e palazzo, nell’idea di Niccolò Pericoli, detto Tribolo, l’artista a cui fu affidata l’opera, dovevano costituire un unico spazio dove le rispettive forme potessero integrarsi, tant’è che due ali del palazzo furono spostate per accomodarsi lungo la campagna e costituire un dentro che fosse un fuori e viceversa, un passaggio intermedio. Cosimo I de’ Medici, il suo committente, del resto sapeva di star riponendo la costruzione in buone mani: in primo luogo affidare un giardino a un artista rivelava una concezione del verde moderna, diciamo per allora, giacché oggi sarebbe ipermoderna, e poi perché dieci anni prima Tribolo si era occupato del giardino della villa di Catello, considerato il primo “giardino formale” della storia. Era l’umanesimo, quello vero: e per sempre, per tutto il mondo, questa idea di giardino formale sarà il giardino all’italiana. Non è un caso che fino all’800 Boboli abbia conservato il nome originario: orto de’ Pitti.
Che fosse un posto da esser vissuto si vede dalla disposizione delle parti architettoniche: un Kaffehaus per riposarsi a metà passeggiata, uno spazio centrale con due lati scolpiti a gradinata per assistere agli spettacoli teatrali, panchine, fontane, posti dove contemplare solo un albero o l’intero immenso panorama delle colline toscane e del lungarno, gallerie, grotte dove nascondersi e rifugiarsi. E poi l’acqua: presenza viva quanto la pietra e quanto le piante. L’acqua che deve prendere forma perché è l’idea stessa della vita e come tale va tenuta presente e, se una forma di sua sostanza non ce l’ha, può prendere quella che più assomiglia al pensiero.
Appena finito il restauro ventennale e subito richiuso dalla pandemia, il giardino della botanica superiore è rimasto aperto per pochi giorni. Per arrivarvi mezzo cancello aperto e il permesso del corpo di guardia del parco: «Dove trova aperto, può entrare». Platani, faggi, querce, frassini, olmi, abeti e cipressi, siepi di bosso e conche d’agrumi e una fontana fatta a labirinto basso d’acqua, che invoglia a raggiungerne il centro cercando la direzione sui bordi, e infatti un cartello ammonisce il desiderio: «Vietato camminarci su». Nell’anno della pandemia un giardino è un grande conforto: ricorda in buona sostanza perché l’umanità si trovi a questo punto, suggerisce come fare per evitar catastrofi più devastanti ancora, e soprattutto sa aspettare: ché, per quanto lunga voglia essere, se queste foglie cadono a primavera ne gemmeranno nuove.
È ciò che desumiamo non solo dalle letture delle famose passeggiate naturalistiche di tanti filosofi e umanisti, ma proprio dal piacere per i giardini che prendevano una parte grandissima della vita dei letterati. Bisognava essere ricchi, certo, per permettersi giardini belli, ma la cura degli stessi era personale. E così via fino alle passeggiate di Virginia Woolf per i giardini sospesi di villa Rufolo e villa Cimbrone a Ravello, e ai libri che per lei e con lei scriveva l’amica Vita Sackville-West: erbarii, per lo più, e collezioni di rose.
La bellezza naturale e lo stare bene erano cose intimamente legate, andavano assieme: la mente sana vagolava per giardini belli, perché il verde è sempre stato il corpus del mondo.
L’ultima passeggiata nel giardino di Boboli è stata consentita prima che il decreto del presidente del consiglio che sigillava i musei sigillasse anche quello spazio, che si trova all’interno del complesso museale di Palazzo Pitti esattamente per lo stesso motivo di cui si diceva due righe più su: perché era il giardino che la famiglia usava per se stessa e la sua corte, apparteneva al proprio palazzo e ne era parte viva, non corredo o abbellimento — come parte viva delle regge di ogni reale d’Europa sono stati i loro giardini, come la Venaria reale e la reggia di Capodimonte includono interi boschi. E così a passeggiare per Boboli con le mascherine, sapendo che di lì a qualche ora i cancelli dei giardini si sarebbero chiusi su loro stessi, lì, all’aperto, nell’aria, nel verde, unici presenti un jogger e qualche manutentore, veniva davvero da chiedersi a che pro, quale lo scopo, e se non fosse invece controproducente. Non era una domanda politica, era una domanda estetica.
Da vent’anni, da quando cioè rischiamo, come specie dominante, di distruggere il pianeta, ogni volta che si difende il verde, o si chiede a gran voce il verde o si rivolge un pensiero ai polmoni planetari si fa in senso etico: programmaticamente, come imperativo della ragione, come programma politico, come rivendicazione di giustizia. È sacrosanto, ma sfuma la dimensione estatica, quella della bellezza. Al tempo della piantumazione di Boboli che un giardino fosse curato era un’esigenza estetica, che dunque ricadeva nell’etica. I rimedi cittadini che gli architetti del verde hanno trovato in questi anni al surriscaldamento delle grandi città — inurbate senza fasce di respiro — sono giardini pensili, disposizioni a verde dei lastrici solari, giardini verticali. C’è anche un bonus, per chi si mette a piantare in città.
È diventata una questione di salute, quindi di civiltà, quindi doverosa, quindi etica. La lezione degli ambientalisti è una lezione preziosa: etica. La lezione di Boboli è la stessa lezione: estetica. Nessuno può entrare a Boboli e non godere immediatamente delle architetture dei suoi giardini, e sentirsi meglio, e sentire di stare nel posto giusto, e desumerne — senza bisogno di mettersi neppure a pensare alla fotosintesi clorofilliana — che quel posto è salubre. Le due cose vanno assieme: è bello, è elegante e fa bene starci. È indispensabile al palazzo, alla vita, dunque si costruisce bello, dunque se è bello fa bene, e infatti fa bene.
Giardino e palazzo, nell’idea di Niccolò Pericoli, detto Tribolo, l’artista a cui fu affidata l’opera, dovevano costituire un unico spazio dove le rispettive forme potessero integrarsi, tant’è che due ali del palazzo furono spostate per accomodarsi lungo la campagna e costituire un dentro che fosse un fuori e viceversa, un passaggio intermedio. Cosimo I de’ Medici, il suo committente, del resto sapeva di star riponendo la costruzione in buone mani: in primo luogo affidare un giardino a un artista rivelava una concezione del verde moderna, diciamo per allora, giacché oggi sarebbe ipermoderna, e poi perché dieci anni prima Tribolo si era occupato del giardino della villa di Catello, considerato il primo “giardino formale” della storia. Era l’umanesimo, quello vero: e per sempre, per tutto il mondo, questa idea di giardino formale sarà il giardino all’italiana. Non è un caso che fino all’800 Boboli abbia conservato il nome originario: orto de’ Pitti.
Che fosse un posto da esser vissuto si vede dalla disposizione delle parti architettoniche: un Kaffehaus per riposarsi a metà passeggiata, uno spazio centrale con due lati scolpiti a gradinata per assistere agli spettacoli teatrali, panchine, fontane, posti dove contemplare solo un albero o l’intero immenso panorama delle colline toscane e del lungarno, gallerie, grotte dove nascondersi e rifugiarsi. E poi l’acqua: presenza viva quanto la pietra e quanto le piante. L’acqua che deve prendere forma perché è l’idea stessa della vita e come tale va tenuta presente e, se una forma di sua sostanza non ce l’ha, può prendere quella che più assomiglia al pensiero.
Appena finito il restauro ventennale e subito richiuso dalla pandemia, il giardino della botanica superiore è rimasto aperto per pochi giorni. Per arrivarvi mezzo cancello aperto e il permesso del corpo di guardia del parco: «Dove trova aperto, può entrare». Platani, faggi, querce, frassini, olmi, abeti e cipressi, siepi di bosso e conche d’agrumi e una fontana fatta a labirinto basso d’acqua, che invoglia a raggiungerne il centro cercando la direzione sui bordi, e infatti un cartello ammonisce il desiderio: «Vietato camminarci su». Nell’anno della pandemia un giardino è un grande conforto: ricorda in buona sostanza perché l’umanità si trovi a questo punto, suggerisce come fare per evitar catastrofi più devastanti ancora, e soprattutto sa aspettare: ché, per quanto lunga voglia essere, se queste foglie cadono a primavera ne gemmeranno nuove.