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Seicho Matsumoto 

Che suspense Matsumoto, il Simenon giapponese

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A quasi trent’anni dalla morte lo scrittore nipponico, artista indiscusso del romanzo investigativo, vive in libreria una seconda giovinezza. L’autore di “Tokyo Express" ha svelato i rapporti tra malaffare e potere
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Secondo il romanziere e saggista americano "hard boiled", Wolcott Wheeler, Seicho Matsumoto è "per un terzo Chandler, per un terzo Steinbeck e per l'ultimo terzo Gore Vidal". Non è un'esagerazione: Matsumoto è stato il più grande autore giapponese di racconti d'investigazione del secolo passato, colui che ha traghettato il "crime" del Sol Levante nei rispettabili saloni dell'accademia e, soprattutto, la penna che ha dotato il genere di una vasta e profonda coscienza sociale. Suona quindi molto opportuna l'attuale attenzione che l'editoria italiana dedica da un annetto all'autore, scomparso a ottantatré anni nel 1992, che è stato anche definito, e non solo per la prolificità, il Simenon giapponese: novità o ristampe che si raccomandano a lettori dal palato esigente.

Matsumoto comincia a scrivere tardi, a oltre quarant'anni: scelta obbligata, per uno come lui che era na…
Secondo il romanziere e saggista americano "hard boiled", Wolcott Wheeler, Seicho Matsumoto è "per un terzo Chandler, per un terzo Steinbeck e per l'ultimo terzo Gore Vidal". Non è un'esagerazione: Matsumoto è stato il più grande autore giapponese di racconti d'investigazione del secolo passato, colui che ha traghettato il "crime" del Sol Levante nei rispettabili saloni dell'accademia e, soprattutto, la penna che ha dotato il genere di una vasta e profonda coscienza sociale. Suona quindi molto opportuna l'attuale attenzione che l'editoria italiana dedica da un annetto all'autore, scomparso a ottantatré anni nel 1992, che è stato anche definito, e non solo per la prolificità, il Simenon giapponese: novità o ristampe che si raccomandano a lettori dal palato esigente.

Matsumoto comincia a scrivere tardi, a oltre quarant'anni: scelta obbligata, per uno come lui che era nato provinciale e povero, e aveva servito in guerra nell'esercito di una nazione sconfitta. Al poliziesco, poi, Matsumoto approda addirittura alla soglia dei cinquanta. Ma il suo è un esordio con il botto: Tokyo Express (Adelphi) incontra un immediato successo, sino a diventare, col tempo, un classico da milioni di copie, più volte trasposto, con alterne fortune, sul grande schermo (in una delle ultime versioni il ruolo del protagonista, l'investigatore veterano Torigaj Jutaro, è affidato a Takeshi Kitano).

Tokyo Express è la storia di un doppio suicidio dietro il quale si nasconde un clamoroso caso di corruzione. E qui emerge la prima delle grandi ossessioni di Matsumoto: il legame fra il malaffare e le alte sfere. Il che fa di lui uno scrittore decisamente "politico". D'altronde, Matsumoto non fece mai mistero delle proprie idee di sinistra, neanche quando nel suo Paese dichiararsi comunisti esponeva al rischio di pesanti conseguenze. Critico del rinascente capitalismo alla giapponese, scettico verso il dilagante filo-americanismo, lo troviamo nel '68 nel Vietnam del Nord e a Cuba, come delegato del Congresso Mondiale della Cultura, cioè gli stati generali della sinistra artistico-letteraria (fra i relatori, Calvino, Vargas Llosa, Hobswbaum), e nella sua autobiografia dichiara di essersi consacrato alla narrativa perché gli era stata preclusa la via del giornalismo d'inchiesta: la scrittura gli permette di "realizzare il suo sogno di essere un trasmettitore della realtà".

Quanto alla soluzione del caso, in Tokyo Express viaggia sui binari delle potenti ferrovie giapponesi: è una questione di coincidenze che, abilmente incastrate dall'assassino, gli forniscono un alibi che i sagaci investigatori smaschereranno, orario alla mano. Quella per i treni è la seconda, grande ossessione che ricorre in tutti i romanzi (pochi, ma tutti notevoli) sinora tradotti in italiano. Dipende dal fatto che lo sviluppo impetuoso del Paese dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale è ancorato a un efficientissimo sistema di trasporti, ma c'è comunque un risvolto politico, se è vero che, in piena guerra fredda, proprio alcuni clamorosi sabotaggi ferroviari furono falsamente attribuiti a membri del Partito Comunista (successivamente scagionati). Centrale per Matsumoto è poi, come per Simenon, il fattore umano: "il racconto d'investigazione va portato fuori dalle case infestate (...) se ci si disinteressa dell'uomo, il giallo diventa un gioco per appassionati dalle vedute ristrette". Ma se umano è il movente ultimo, la Storia (e dunque la politica) danno comunque una mano.

Così in La ragazza del Kyushu (Adelphi) la vendetta di una fanciulla contro l'avvocato che ha rifiutato di assistere il fratello povero è atto di denuncia contro il malfunzionamento di una giustizia di classe, e nello stesso tempo impietoso ritratto dei guasti dell'emigrazione interna. Agenzia A (Mondadori) è invece la storia di una giovane sposa che cerca il fresco sposo, disperso in una lontana provincia. La vicenda è nerissima, costellata di cadaveri, scambi di persona, improvvise agnizioni: funambolica, perfettamente credibile in un'era pre-elettronica. E anche in questo romanzo il movente rimanda ai guasti dell'ultima guerra e alle lacerazioni di una società profondamente classista.

Temi che ricorrono in Come sabbia tra le dita (Mondadori), un'indagine del '61 che vanta una trama originalissima e sorprendente, sulle note di musica sperimentale, con apparizione di uno spregiudicato arrivista che sembra ricalcato sul Tom Ripley della Highsmith: storia che non invecchia (e infatti nel 2019 ne hanno ricavato una miniserie, Castle of Sand, purtroppo da noi inedita). Infine, Un posto tranquillo (Adelphi), il romanzo più simenoniano di tutti: la storia di una perdita improvvisa che spalanca davanti a un uomo qualunque il terribile, e nello stesso affascinante, abisso del male.