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Emanuele Filiberto di Savoia con il padre Vittorio Emanuele 

Le scuse dei Savoia un gesto tardivo ma di responsabilità

Ben venga la lettera di Emanuele Filiberto alla comunità ebraica. A conferma di quanto la giornata della memoria sia un’occasione per riannodare i fili della storia
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La firma sulla legislazione razziale del 1938 ha segnato il giudizio storico sul ruolo e la funzione dei Savoia; solo la fuga irresponsabile e codarda dell’8 settembre 1943 può essere accostata a quella condanna vergata, emessa contro migliaia di connazionali indifesi. Una pagina che appare come una ferita insanabile: troppe vite spezzate, destini cancellati, italiane e italiani di regione o cultura ebraica inseriti in quello che sarà presto il cono d’ombra della discriminazione senza ritorno.


Nel racconto di tanti l’inizio della fine, una premessa necessaria a costruire le condizioni per la successiva deportazione verso luoghi e territori attraversati dal progetto dell’annientamento di un popolo. Ben vengano quindi le scuse di Ema…
La firma sulla legislazione razziale del 1938 ha segnato il giudizio storico sul ruolo e la funzione dei Savoia; solo la fuga irresponsabile e codarda dell’8 settembre 1943 può essere accostata a quella condanna vergata, emessa contro migliaia di connazionali indifesi. Una pagina che appare come una ferita insanabile: troppe vite spezzate, destini cancellati, italiane e italiani di regione o cultura ebraica inseriti in quello che sarà presto il cono d’ombra della discriminazione senza ritorno.


Nel racconto di tanti l’inizio della fine, una premessa necessaria a costruire le condizioni per la successiva deportazione verso luoghi e territori attraversati dal progetto dell’annientamento di un popolo. Ben vengano quindi le scuse di Emanuele Filiberto a conferma di quanto la giornata della memoria sia un passaggio carico di significati, un’occasione per riannodare i fili della storia ben al di là di una celebrazione istituzionale.

«Non ci riconosciamo in ciò che fece Re Vittorio Emanuele III» parole chiare di presa di distanza, tardiva certo, ma rilevante per evitare che si possano confondere responsabilità e ruoli, appartenenze e catene di comando. La notte più buia del secolo scorso non è il frutto di un risvolto casuale o di uno scherzo beffardo del fato. Lo sterminio pianificato porta con sé colpe e scelte politiche, protagonisti o comprimari che contribuiscono a determinare le condizioni affinché il progetto del nuovo ordine hitleriano possa avere spazio e fortuna.

La monarchia italiana diventa complice e partecipe di una strategia che minaccia l’umanità, mette a soqquadro l’Europa, si fonda sulla convinzione di poter definire chi ha il diritto di calpestare la terra e chi invece va eliminato possibilmente senza lasciare tracce. La subalternità alla Germania accompagna la parabola del regime in una compiacente indifferenza (nel migliore dei casi) da parte di chi si sarebbe potuto opporre. Non si tratta quindi di un risvolto privato, di album sbiaditi di foto di famiglia, né tanto meno di un tornante riconducibile alle biografie dei singoli. I gesti contano, hanno significato e valore se inseriti in un quadro di riferimenti e conoscenze, se la coerenza delle argomentazioni riesce a sconfiggere i posizionamenti di comodo: il rispetto di quella storia chiede maggiore consapevolezza e profondità di giudizio.

Chiamare fratelli gli ebrei italiani è un segno di pentimento e una mano tesa verso la verità. Non si può negare, né cancellare quell’ombra perenne. Nessun perdono è all’ordine del giorno, ci mancherebbe. La forza della Repubblica democratica e antifascista è stata quella di percorrere un itinerario di libertà che tra limiti e debolezze, tra passi avanti e battute d’arresto ha guidato generazioni di italiani. Se «è giunto il momento di fare i conti con la Storia e con il passato della famiglia che oggi sono qui a rappresentare», come leggiamo nella lettera indirizzata all’Unione delle comunità ebraiche italiane, allora è giunto anche il tempo di riconoscere senza mezze misure o giri di parole le istituzioni repubblicane, le basi della democrazia partecipata, l’esito della sconfitta di quella minaccia fondata sulla violenza, l’odio, la discriminazione.

Fare memoria di una pagina imbarazzante e vergognosa per uscire da una falsa alternativa: da una parte l’oblio del tempo che passa, dall’altra l’appiattimento futile delle responsabilità sotto la semplificazione che in guerra può succedere di tutto. Assumersi a distanza di così tanto tempo il peso di un comportamento significa farsi carico del dolore che non ha più volto, delle tessere mancanti di un mosaico nazionale, delle storie delle vittime senza ragioni o dei tormenti di chi non si è dato per vinto.