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Il campo di Auschwitz  

Sulle tracce degli ultimi Giusti d'Italia

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Il memoriale dello Yad Vashem di Gerusalemme ne conta 750 ma figli e nipoti dei salvati continuano a segnalare storie. Come quella dei marinai che portarono alcuni ebrei dalle Marche al Sud
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La memoria è fatta di cose piccole — due uova, mezzo chilo di farina di castagne — e di donne e uomini che hanno messo a rischio la propria vita per salvarne altre. Gratis et amore Dei, e il Dio non era nemmeno lo stesso. Cattolici e valdesi, contadini e nobili, hanno fatto la stessa cosa: proteggere chi era perseguitato per la religione — anzi, la “razza” — gli ebrei in fuga a zig zag nell’Italia sempre più nazificata, e poi trovarono scampo in un fienile, ma meglio un fienile che Auschwitz. Gustavo Badini, conte con tenuta a Zenson di Piave, con la moglie Rossana Andreon salvò la famiglia Salvadori di Venezia, sistemandoli in una loro soffitta. Poi venne arrestato, torturato e ucciso dalle brigate nere. Non parlò, e i Salvadori ce la fecero. I nomi di Badini e della moglie sono nell’elenco dei Giusti tra le nazioni, nel memoriale dello Yad Vashem di Gerusalemme. Nell’anno 2011 la pratica venne completa…
La memoria è fatta di cose piccole — due uova, mezzo chilo di farina di castagne — e di donne e uomini che hanno messo a rischio la propria vita per salvarne altre. Gratis et amore Dei, e il Dio non era nemmeno lo stesso. Cattolici e valdesi, contadini e nobili, hanno fatto la stessa cosa: proteggere chi era perseguitato per la religione — anzi, la “razza” — gli ebrei in fuga a zig zag nell’Italia sempre più nazificata, e poi trovarono scampo in un fienile, ma meglio un fienile che Auschwitz. Gustavo Badini, conte con tenuta a Zenson di Piave, con la moglie Rossana Andreon salvò la famiglia Salvadori di Venezia, sistemandoli in una loro soffitta. Poi venne arrestato, torturato e ucciso dalle brigate nere. Non parlò, e i Salvadori ce la fecero. I nomi di Badini e della moglie sono nell’elenco dei Giusti tra le nazioni, nel memoriale dello Yad Vashem di Gerusalemme. Nell’anno 2011 la pratica venne completata.

Però, eccone una del 2020: a gennaio il giudice della Corte suprema Yakov Tinkel ratifica il caso presentato dagli eredi Cividalli di Firenze. I loro parenti vennero salvati dal giovane Giuseppe Dani, dal padre Giovanni e dalla madre Maria Bonistali. Fattori, di istruzione essenziale e grande generosità. Gli trovarono un nascondiglio sulle colline di San Miniato, e lì vissero l’ingegner Giorgio Cividalli con la moglie Vanda, lui aveva perso il lavoro alle Ferrovie dello Stato per le leggi razziali del ‘38, altri parenti scapparono in Palestina — ma alcuni finirono in Lager — altri vennero accompagnati dai Dani al confine con la Svizzera, insomma quella piccola rete di solidarietà salvò molte vite, lungo due anni di pericoli, dal 1943 all’agosto 1944, Liberazione di Firenze.

Altre pratiche come la “Dani-Cividalli” sono in via di approvazione, eppure di anni ne sono passati così tanti. «Ma è un flusso ininterrotto, ora la memoria è nelle mani dei figli e dei nipoti», dice Sergio Della Pergola. Nel frattempo, salvati e salvatori spesso sono morti, ma i discendenti di quelle famiglie vogliono tuttora riconoscere i gesti concreti che permisero loro la sopravvivenza, e «mi arrivano mail con segnalazioni, memoriali, diari, testimonianze scritte che poi noi esaminiamo con scrupolo, la commissione di cui faccio parte è molto rigorosa», e molti documenti che riguardano l’Italia sono già al vaglio, anche in questo 2021, e per l’anno precedente una decina sono al timbro finale.

Della Pergola ha 78 anni, è professore emerito di demografia all’università di Gerusalemme, e fa parte della commissione per i Giusti dal 2010. Tra le mani gli passano centinaia di racconti, non solo fatti avvenuti in Italia, ed è lui stesso un salvato, quindi ha un suo racconto. «A Firenze, il cardinale Dalla Costa una domenica disse queste parole, durante la messa: “Ci sono là fuori delle persone in grave pericolo. Uscite e aiutateli, perché sono nostri fratelli”. Tutti avevano capito, e una insegnante che si chiamava Livia Sarcoli chiese a un’amica se conosceva ebrei da aiutare. L’amica aveva una piccola pensione, ospitava i miei genitori e me, che avevo un anno. Ci portò a casa sua».

Quanti sono i Giusti italiani? Al momento 750, ma nei conteggi mancano ancora gli ultimi due anni. Ci sono i famosi, Perlasca, Palatucci, e gli sconosciuti ai più, come la professoressa Sarcoli. Altri, completamente ignoti, come i marinai dei pescherecci che portarono alcune famiglie dalle Marche a sud, verso l’Italia già liberata. «Il fatto è vero, ma non riusciamo a trovare quelle persone. Nessuno ricorda i loro nomi». Nessuno di loro ha parlato, e «questa è una chiave di volta: il giusto non si vanta», dice Della Pergola. Perciò si arrabbia e definisce “vergognoso” che qualcuno metta in dubbio l’opera di Gino Bartali, «di cui conosco molto bene la documentazione». Bartali non ha mai voluto parlare di quanto fece all’epoca, e come lui tanti, rintracciati dopo anni dicono quasi sempre «non ho fatto niente di straordinario, li ho solo aiutati». Ma è stato moltissimo. Durante la guerra, un ebreo valeva 5mila lire, una donna 2mila, un bambino mille. Ma se la delazione permetteva di catturare una famiglia intera, si aggiungevano 10 chili di sale. Erano soldi. Molti hanno fatto la spiata, perciò spicca chi ha detto no.

In quel «flusso ininterrotto» che diceva Della Pergola, ci sono figli che recuperano vecchie carte, è successo a casa dell’ebreo Rovighi, che nel 1961, colpito dal processo Eichmann allora in corso a Gerusalemme, decise di scrivere le sue memorie di scampato alla Shoah, e i nomi di chi l’aveva aiutato, Pietro Gardin e Elisabetta Manfre. Poi però mise la lettera in un cassetto, e lì la ritrovò il figlio, 50 anni dopo. «Ce l’ha mandata, per quell’atto di giustizia storica di cui sentiva l’esigenza». Quel Rovighi probabilmente non conosceva l’esistenza del libro dei Giusti, «e così si sono sprecati degli anni». Ma da bauli e documenti che si sbriciolano, emergono ancora storie di paura, miserie, fughe, bambini che piangono, terribili decisioni da prendere, sconforto, e persone buone, a sorpresa.

Le tre donne Cecchini, Eleonora, Elena e Vittoria, che a Rignano sull’Arno nascondono i Salmon di Firenze in una casa diroccata — anzi, un pagliaio — detta La Colombaia. «Ci portavano frutta, farina di castagne, uova, formaggio», quello che si trovava in quei tempi. Con grave pericolo personale, essendo proprio sulla linea gotica. E i molti preti di campagna, come don Luigi Mazzarello, che nel santuario della Madonna della Rocchetta, a Lerma (Alessandria), nel Piemonte che Mussolini definiva “la Vandea” ribelle, salvò quattro ebrei genovesi, uno era lo zio di Primo Levi, Enrico. Li aveva sistemati nella cripta, i tedeschi erano scesi nel buio, non li avevano visti, il rastrellamento era passato oltre.

I Saul, ebrei turchi arrivati via Trieste a Urbino, salvati da Goffredo e Stefania Lobati e dal loro figlio Adolfo. Ma fondamentale fu l’opera di un contadino di Pieve di Cagna, Ivo Marcheggiani, che non aveva detto a nessuno in famiglia cosa stava facendo, cioè proteggere e rifornire di cibarie i Saul. Quell’uomo aveva di sicuro paura, vivevano tutti aggrappati sul fronte settentrionale della linea gotica, i passaggi dei tedeschi erano continui, la repressione feroce. Poi cominciarono a ritirarsi verso nord, e uno di quei giorni si affaccia in quella casa sperduta un sergente austriaco, che saluta il capofamiglia dicendo «Shalom». «Aveva capito chi c’era in quella casa, ma non aveva mai detto niente ai suoi commilitoni», spiega Della Pergola. Poi sparì. Per onestà nel ricordo, nel manoscritto Saul c’è anche quel frammento di riconoscenza verso un soldato tedesco.