Andrea Bajani e l'indagine sulle case dell'Io
di Massimo Recalcati , di Massimo RecalcatiRicordi traumatici, vertigini d’amore e occasioni perdute. Nel suo ultimo libro lo scrittore racconta gli spazi che hanno dato forma alla sua vita, quelli abitati o anche solo immaginati. Come la prigione romana di Moro
Nell'opera letteraria e poetica di Andrea Bajani le parole sono tutto. Esse non si riducono mai alla loro funzione semplicemente comunicativo-strumentale. La parola non è un semplice mezzo che serve alla vita umana per vivere. Piuttosto essa è ciò che fa vivere la vita proprio in quanto umana. Non è flatus vocis, semplice fonazione. Piuttosto la parola scava, ferisce, demolisce, apre, scardina, lacera, smuove, genera la vita. È il debito profondo che egli contrae con la parola poetica.
Non si può leggere Bajani se non si considera questo punto di partenza rigoroso e radicale che dissocia il suo lavoro dalla semplice narrativa riportandolo alla cifra più alta della letteratura. Nel suo ultimo e notevole libro, titolato Il libro delle case, egli aggiunge che noi non siamo fatti solo di parole, ma anche dei luoghi che abbiamo conosciuto, siano essi le case di famiglia, degli amici, il proprio studio, le istituzioni (ospedali, banche t…
Non si può leggere Bajani se non si considera questo punto di partenza rigoroso e radicale che dissocia il suo lavoro dalla semplice narrativa riportandolo alla cifra più alta della letteratura. Nel suo ultimo e notevole libro, titolato Il libro delle case, egli aggiunge che noi non siamo fatti solo di parole, ma anche dei luoghi che abbiamo conosciuto, siano essi le case di famiglia, degli amici, il proprio studio, le istituzioni (ospedali, banche t…
Nell'opera letteraria e poetica di Andrea Bajani le parole sono tutto. Esse non si riducono mai alla loro funzione semplicemente comunicativo-strumentale. La parola non è un semplice mezzo che serve alla vita umana per vivere. Piuttosto essa è ciò che fa vivere la vita proprio in quanto umana. Non è flatus vocis, semplice fonazione. Piuttosto la parola scava, ferisce, demolisce, apre, scardina, lacera, smuove, genera la vita. È il debito profondo che egli contrae con la parola poetica.
Non si può leggere Bajani se non si considera questo punto di partenza rigoroso e radicale che dissocia il suo lavoro dalla semplice narrativa riportandolo alla cifra più alta della letteratura. Nel suo ultimo e notevole libro, titolato Il libro delle case, egli aggiunge che noi non siamo fatti solo di parole, ma anche dei luoghi che abbiamo conosciuto, siano essi le case di famiglia, degli amici, il proprio studio, le istituzioni (ospedali, banche tribunali), le automobili o anche le semplici cabine telefoniche d'una volta. Anche quei luoghi che abbiamo visto solo da lontano o immaginato, come la prigione romana di Aldo Moro, la Renault 4 che ha ospitato tragicamente il suo cadavere o quelli che hanno raccolto le ultime tracce del corpo straziato di Pasolini che come una "cenere di lava" si è sparpagliata nel mondo entrando "in tutte le case".
In questo libro non c'è nessuna concessione alla psicologia, non c'è introspezione. Tutto sembra architettura: volumi, solidi, spazi, materie, luci. Non a caso i nomi propri sono sostituiti da Io, Padre, Madre, Figlia, Parenti, ecc. Il protagonista si chiama Io. Ma cos'è Io? Cosa diciamo davvero, ogni volta che diciamo Io? Freud aveva radicalizzato questo interrogativo in una tesi di fondo: l'Io non è padrone nemmeno in casa propria. Già. Ma quale è allora la nostra casa? Ecco allora che Bajani ci accompagna nei luoghi che hanno dato forma alla sua vita - ho letto questo libro come se fosse la sua autobiografia - . Ma questa formazione non avviene per maturazione lineare, per progressione evolutiva, ma per strappi, salti, tagli traumatici, ritorni improvvisi. Per questo Rimbaud, poteva affermare che "Io è un Altro".
Pensiamo erroneamente che "Io" sia il supporto delle nostre esperienze ed invece dobbiamo accorgerci che sono le tracce sedimentate dalle nostre esperienze a costituire quello che chiamiamo "Io". La nostra prima casa è, anche in questo senso, sempre quella dell'Altro. Nel caso di "Io" la sua casa è quella di Padre, Madre e Nonna; è la casa del sottosuolo, la casa della sua infanzia. In essa c'è anche una piccola tartaruga che costituisce lo specchio di Io. Un animale fragile che si protegge dentro uno scudo d'oro. Perché "Io" conosce la famiglia non tanto nella forma del dono e dell'accoglienza, ma in quella turbolenta della violenza. In essa non ci sono parole ma continue urla. Di ogni tipo, di Madre e di Sorella, di "animale macellato", ma, soprattutto, di Padre, della sua voce che come una "granata" esplode improvvisa. Lo scudo di Io è allora più che mai necessario. Ma nel corso della sua vita Io sostituisce il carapace necessario che ha visto nella sua piccola tartaruga, nelle parole. Sono, infatti, le parole a dargli una nuova vita. Lo sa bene Moglie che nella lavagnetta che gli ha regalato "ci ha scritto sopra con un gessetto "per le tue parole"". L'amore per le parole sorge dalla cenere di Padre. Egli sta "chiuso nella propria stanza per giorni". Vive nella paura e nella violenza. Ha murato l'intera famiglia in una casa-prigione. Decide da un giorno all'altro di cancellare la parola "Parenti" dal vocabolario e minaccia chi lo disobbedisce (Io e Sorella) di essere "aboliti". Vuole disperatamente che tutto il nucleo famigliare sprofondi nel suo fallimento. Anche Io conosce così lo stillicidio del prigioniero con Padre trasfigurato nel suo "secondino senza chiavi". Non solo la presenza toccante di Aldo Moro, dunque, ma anche l'esperienza della propria prigionia. Io ha vissuto, infatti, come ogni prigioniero, il dramma di essere in balia della volontà distruttiva dell'Altro, di essere separato dal mondo, "capocannoniere di una solitudine assoluta".
È il dramma che lo accompagna - come accompagna, in modi diversi, tutti gli esseri umani - di fronte alla vita: "come ogni feto non è mai pronto per uscire eppure vuole farlo; perché come ogni feto sa che la è la vita fuori quella che lo ucciderà". Ma Il libro delle case racconta anche della iniziazione di Io alle vertigini del sesso e alla gioia dell'amore, di quel "pensiero glorioso, blasfemo, di essere felice e di essersi salvato". Perché, non a caso, è proprio lì, in quelle vertigini e in quella gioia che si trova l'origine delle parole, "l'incubatore del linguaggio, la grotta dove l'alfabeto si impasta di saliva".
Qualcosa, dunque, insiste nel dire "Io". Sono i nostri ricordi più traumatici - quelli che ci hanno scritto - che si ripetono con più forza. Ma sono anche gli incontri che abbiamo mancato, le occasioni sfuggite che esigono incessantemente di ritornare. Ci sono impronte traumatiche che non smettiamo di ricordare e ci sono impronte restate sospese, incompiute che ci impongono ancora l'obbligo di pensare a loro, di assemblarle in un altro luogo. Ad esse sono dedicate le pagine-capolavoro che concludono il libro. Ricordi che paradossalmente appartengono ad un'altra biografia. Quella che non è stato possibile per l'autore scrivere e che però continua a scriversi anche se è rimasta fuori dalle parole, quella dei "ricordi naufragati", apparentemente dissolti in un'"alba di novembre".
Non si può leggere Bajani se non si considera questo punto di partenza rigoroso e radicale che dissocia il suo lavoro dalla semplice narrativa riportandolo alla cifra più alta della letteratura. Nel suo ultimo e notevole libro, titolato Il libro delle case, egli aggiunge che noi non siamo fatti solo di parole, ma anche dei luoghi che abbiamo conosciuto, siano essi le case di famiglia, degli amici, il proprio studio, le istituzioni (ospedali, banche tribunali), le automobili o anche le semplici cabine telefoniche d'una volta. Anche quei luoghi che abbiamo visto solo da lontano o immaginato, come la prigione romana di Aldo Moro, la Renault 4 che ha ospitato tragicamente il suo cadavere o quelli che hanno raccolto le ultime tracce del corpo straziato di Pasolini che come una "cenere di lava" si è sparpagliata nel mondo entrando "in tutte le case".
In questo libro non c'è nessuna concessione alla psicologia, non c'è introspezione. Tutto sembra architettura: volumi, solidi, spazi, materie, luci. Non a caso i nomi propri sono sostituiti da Io, Padre, Madre, Figlia, Parenti, ecc. Il protagonista si chiama Io. Ma cos'è Io? Cosa diciamo davvero, ogni volta che diciamo Io? Freud aveva radicalizzato questo interrogativo in una tesi di fondo: l'Io non è padrone nemmeno in casa propria. Già. Ma quale è allora la nostra casa? Ecco allora che Bajani ci accompagna nei luoghi che hanno dato forma alla sua vita - ho letto questo libro come se fosse la sua autobiografia - . Ma questa formazione non avviene per maturazione lineare, per progressione evolutiva, ma per strappi, salti, tagli traumatici, ritorni improvvisi. Per questo Rimbaud, poteva affermare che "Io è un Altro".
Pensiamo erroneamente che "Io" sia il supporto delle nostre esperienze ed invece dobbiamo accorgerci che sono le tracce sedimentate dalle nostre esperienze a costituire quello che chiamiamo "Io". La nostra prima casa è, anche in questo senso, sempre quella dell'Altro. Nel caso di "Io" la sua casa è quella di Padre, Madre e Nonna; è la casa del sottosuolo, la casa della sua infanzia. In essa c'è anche una piccola tartaruga che costituisce lo specchio di Io. Un animale fragile che si protegge dentro uno scudo d'oro. Perché "Io" conosce la famiglia non tanto nella forma del dono e dell'accoglienza, ma in quella turbolenta della violenza. In essa non ci sono parole ma continue urla. Di ogni tipo, di Madre e di Sorella, di "animale macellato", ma, soprattutto, di Padre, della sua voce che come una "granata" esplode improvvisa. Lo scudo di Io è allora più che mai necessario. Ma nel corso della sua vita Io sostituisce il carapace necessario che ha visto nella sua piccola tartaruga, nelle parole. Sono, infatti, le parole a dargli una nuova vita. Lo sa bene Moglie che nella lavagnetta che gli ha regalato "ci ha scritto sopra con un gessetto "per le tue parole"". L'amore per le parole sorge dalla cenere di Padre. Egli sta "chiuso nella propria stanza per giorni". Vive nella paura e nella violenza. Ha murato l'intera famiglia in una casa-prigione. Decide da un giorno all'altro di cancellare la parola "Parenti" dal vocabolario e minaccia chi lo disobbedisce (Io e Sorella) di essere "aboliti". Vuole disperatamente che tutto il nucleo famigliare sprofondi nel suo fallimento. Anche Io conosce così lo stillicidio del prigioniero con Padre trasfigurato nel suo "secondino senza chiavi". Non solo la presenza toccante di Aldo Moro, dunque, ma anche l'esperienza della propria prigionia. Io ha vissuto, infatti, come ogni prigioniero, il dramma di essere in balia della volontà distruttiva dell'Altro, di essere separato dal mondo, "capocannoniere di una solitudine assoluta".
È il dramma che lo accompagna - come accompagna, in modi diversi, tutti gli esseri umani - di fronte alla vita: "come ogni feto non è mai pronto per uscire eppure vuole farlo; perché come ogni feto sa che la è la vita fuori quella che lo ucciderà". Ma Il libro delle case racconta anche della iniziazione di Io alle vertigini del sesso e alla gioia dell'amore, di quel "pensiero glorioso, blasfemo, di essere felice e di essersi salvato". Perché, non a caso, è proprio lì, in quelle vertigini e in quella gioia che si trova l'origine delle parole, "l'incubatore del linguaggio, la grotta dove l'alfabeto si impasta di saliva".
Qualcosa, dunque, insiste nel dire "Io". Sono i nostri ricordi più traumatici - quelli che ci hanno scritto - che si ripetono con più forza. Ma sono anche gli incontri che abbiamo mancato, le occasioni sfuggite che esigono incessantemente di ritornare. Ci sono impronte traumatiche che non smettiamo di ricordare e ci sono impronte restate sospese, incompiute che ci impongono ancora l'obbligo di pensare a loro, di assemblarle in un altro luogo. Ad esse sono dedicate le pagine-capolavoro che concludono il libro. Ricordi che paradossalmente appartengono ad un'altra biografia. Quella che non è stato possibile per l'autore scrivere e che però continua a scriversi anche se è rimasta fuori dalle parole, quella dei "ricordi naufragati", apparentemente dissolti in un'"alba di novembre".