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Il bisogno di essere visti

Il corpo che tradisce, la paura, la maternità, la famiglia, la sfida alle ipocrisie. Francesca Mannocchi racconta il mondo attraverso la scoperta della malattia  
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Come un mazzo di tulipani nel raggio di luce del giorno: belli da chiusi, appena colti, belli quando si aprono appena e lasciano indovinare la pienezza che avranno in quell'attimo che tu non vedrai, il momento perfetto sarà certo in assenza. Belli quando sfioriscono e si piegano, come in quella foto di Virginia Woolf: foto di donna con fiori appassiti. I fiori esistono per dirci che la bellezza governa, che il tempo è di chi lo comanda e che l'unica cosa che conta è vederli: lo sguardo. È lo sguardo che fa il mondo. Essere visti, al mondo, è l'unica cosa che conta. È così difficile. È così raro. È così doloroso che non accada, insopportabile.

Francesca Mannocchi - come un mazzo di tulipani, come ogni cosa che vive - ha scritto un libro libero intrepido e crudele che parla, alla fine, di questo: il bisogno di essere visti. Quando scrive di quello che si muove "tra il bisogno di sparire e l…
Come un mazzo di tulipani nel raggio di luce del giorno: belli da chiusi, appena colti, belli quando si aprono appena e lasciano indovinare la pienezza che avranno in quell'attimo che tu non vedrai, il momento perfetto sarà certo in assenza. Belli quando sfioriscono e si piegano, come in quella foto di Virginia Woolf: foto di donna con fiori appassiti. I fiori esistono per dirci che la bellezza governa, che il tempo è di chi lo comanda e che l'unica cosa che conta è vederli: lo sguardo. È lo sguardo che fa il mondo. Essere visti, al mondo, è l'unica cosa che conta. È così difficile. È così raro. È così doloroso che non accada, insopportabile.

Francesca Mannocchi - come un mazzo di tulipani, come ogni cosa che vive - ha scritto un libro libero intrepido e crudele che parla, alla fine, di questo: il bisogno di essere visti. Quando scrive di quello che si muove "tra il bisogno di sparire e l'urgenza di essere cercati" - quel motore - è facile e domestico capire di che cosa parli.

Nascondersi dietro a un albero per essere chiamati per nome, non rispondere a chi ti cerca, indugiare, sentire nella paura la dolcezza dell'invocazione di chi vuole te, proprio te: non un figlio, non un bambino qualunque. Vuole riavere te. "Cosa ti hanno fatto che non riesci a perdonare?", domanda la dottoressa, nel romanzo. "Non mi hanno vista". E poi, a proposito del padre. "Avrei voluto dire: Guardami, papà. Sono io la figlia. E chiedimi se ho paura". Chiedetemi come sto. Prendetevi cura di me.
Poi, certo in Bianco è il colore del danno (Einaudi Stile Libero) Francesca Mannocchi, giornalista di guerra, scrittrice, racconta anche senza compiacimento la storia di una malattia, la sua.

A 37 anni la diagnosi, sclerosi multipla. Probabile evento scatenante: la gravidanza. Dunque forse una malattia figlia di un figlio, i primi sintomi pochi mesi dopo il parto. Aveva bisogno di una leva, il corpo Caino, per diventare nemico di se stesso: quello che attiva il fantasma della morte è la vita che nasce. Metafore a piacere, qui, ma di una condizione reale - fisica - si tratta.

È letteratura, e insieme è la tua propria storia mentre accade. Lunga, la storia, parte da lontano. I nonni, Mario e Rina, emigrati dalle Marche. Lui benzinaio, lei "al servizio" del Dottore e della Signora. Danneggiati nel corpo, entrambi, in un tempo in cui il male era solo destino e non meritava lamento. La vita nella periferia in cui cresci, gli amici di scuola che nei quartieri alti ti deridono per come parli, il desiderio di diventare "perfetta, sufficientemente bella" per meritare attenzione dove non c'è. Il destino a così tanti comune: dover essere genitore dei propri genitori, scoprirsi figlio dei propri figli. Senza mai un posto né un tempo, dunque, per meritare la cura. Ma la cura è un premio? Essere visti e abbracciati e amati è un regalo per aver preso un bel voto, a scuola e nel mondo? Stanca, cercare lo sguardo di chi non ti vede. Può uccidere o al contrario farti uccidere: farti diventare impermeabile all'amore altrui.

Quando nasce un figlio non è detto che nasca una madre, pazienza per il coro, e puoi sempre contare sulla presunzione della tua inesauribile forza ma presumersi forti infragilisce, invece.

È un libro che resta e batte nella testa, questo, come un tamburo. "Ho paura della sedia a rotelle, di non correre sull'erba con mio figlio, di non trattenere la pipì non nuotare non leggere, ho paura di morire. Ma delle parole no, non ho paura", scrive Francesca. Resta l'immagine delle lenzuola da allargare, allargare di più, quando si piegano - chiede la nonna - perché se le prendi ai bordi dopo è più facile stirare, ordinare. Costeggiare i bordi, costeggiarli tutti è difatti quello che l'autrice ha fatto e fa nella vita. "Quello che porto addosso ora è un sorriso che rivendica di essere guardato, un viso che sfida lo sguardo degli altri come sfida la vergogna".

È una sfida, certo, sempre. Scansare l'ipocrisia. Scegliere le parole acuminate, non avere paura di dire cosa sia la paura - di essere madre, di essere figlia, di non essere amata, di morire. Di non essere vista nel tempo che è dato senza mai perdere, però, l'amore e il rispetto per la bellezza. Per la poesia, per il mare, per un bambino che ti guarda anche quando non vuoi. Per un mazzo di tulipani bianchi quando è perfetto, sul punto di sfiorire.