In America latina tra utopie e dittature
di Sofia Ventura , di Sofia VenturaI saggi di Mario Vargas Llosa e l’analisi storica di Loris Zanatta: due volumi recenti per uno sguardo liberale sulla “cultura” del popolo
Il populismo, scriveva Mario Vargas Llosa in un saggio del 2002, «è, da molto tempo, la maggiore fonte di sottosviluppo e di impoverimento di cui abbia sofferto l’umanità; allo stesso tempo l’ostacolo maggiore per l’istituzione di sistemi democratici sani ed efficienti nei Paesi poveri». Il suo sguardo si era posato sui paesi del cosiddetto Terzo Mondo e sulla sua America latina. Il populismo, ci spiega lo storico Loris Zanatta, è una «nostalgia di unanimità», che prende la forma di un’«unità organica del popolo», che non assume tratti razionali, ma piuttosto si pretende «comunità di fede che protegge dal peccato e dai pericoli del mondo». E in America latina ha radici profonde, nella cristianità ispanica. Abbiamo qui citato da due volumi recenti che, nella loro diversità, propongono uno sguardo liberale sull’America latina.
Il primo è la raccol…
Il primo è la raccol…
Il populismo, scriveva Mario Vargas Llosa in un saggio del 2002, «è, da molto tempo, la maggiore fonte di sottosviluppo e di impoverimento di cui abbia sofferto l’umanità; allo stesso tempo l’ostacolo maggiore per l’istituzione di sistemi democratici sani ed efficienti nei Paesi poveri». Il suo sguardo si era posato sui paesi del cosiddetto Terzo Mondo e sulla sua America latina. Il populismo, ci spiega lo storico Loris Zanatta, è una «nostalgia di unanimità», che prende la forma di un’«unità organica del popolo», che non assume tratti razionali, ma piuttosto si pretende «comunità di fede che protegge dal peccato e dai pericoli del mondo». E in America latina ha radici profonde, nella cristianità ispanica. Abbiamo qui citato da due volumi recenti che, nella loro diversità, propongono uno sguardo liberale sull’America latina.
Il primo è la raccolta di saggi “politici” di Vargas Llosa, pubblicata in italiano dalla casa editrice Liberilibri (Sciabole e Utopie. Visioni dell’America latina), con una ricca introduzione di Alberto Mingardi che consente di mettere in prospettiva il Vargas Llosa scrittore e intellettuale anche politico. L’espressione “saggi politici”, tuttavia, è riduttiva. Non solo perché nella sezione finale la raccolta offre penetranti ritratti di artisti e scrittori latino-americani (da Botero a Borges, da García Márquez a Frida Kahlo), ma anche, e soprattutto, perché lo sguardo politico si scioglie in quello dell’interprete e conoscitore dell’arte, della letteratura e della società latinoamericane, delle loro specificità e dei loro tratti universali.
Così facendo indica quei confini che tra politica e letteratura sarebbero necessari, ma troppo spesso sono mancati, e nel contempo mostra quel pluralismo e quella ricchezza che traboccano nelle composite società e cultura latinoamericane. Cosa siano quei confini lo sintetizza in una fulminea frase del suo romanzo Storia di Mayta, che Mingardi pone in esergo alla sua introduzione: «Quando si insegue la purezza, in politica si arriva all’irrealtà». «Se il rifiuto della realtà oltrepassa il confine dell’individuale, del letterario, dell’intellettuale e dell’artistico — scrive in uno dei saggi della raccolta — e contamina il collettivo e il politico — il sociale — (…) il risultato è generalmente quella catastrofe nella quale sono sfociati tutti i tentativi utopici nella storia del mondo».
E sul piano storico questo ci è ben mostrato da Zanatta, che nel suo saggio — dal titolo che incuriosisce e provoca: Il populismo gesuita. Perón, Fidel, Bergoglio (Laterza) — rivela quel fiume carsico, dai «confini sfumati», ma «realtà assai concreta», che dalle missioni gesuitiche del Paraguay del Sei e Settecento si riversa in tante esperienze del populismo latinoamericano, non solo i Perón (Juan e Eva) e il Castro del titolo, ma anche Chavez. Il populismo gesuita, appunto, nemico giurato dell’individuo moderno, della razionalità scientifica e del liberalismo. Unanimista, gerarchico, corporativo, inevitabilmente creatore dello Stato etico. E che costringe quella plurale ricchezza sulla quale tanto si attarda Vargas Llosa nell’irrealtà di un popolo omogeneo e mitico, che non si vuole nel mondo concreto e reale innalzare dalla sua povertà, ma santificare perché povero: «tutti i “populismi gesuiti” hanno finito per rendere culto alla “santa povertà”.
Dati alla mano, non hanno ridotto la povertà, ma l’hanno generalizzata», scrive Zanatta. E nemmeno si vuole libero, perché il populismo gesuita ingabbia l’individuo «in una soffocante scatola identitaria», dove i talenti sono sacrificati «alla solidarietà alla tribù, alla fede nella patria, alla “cultura” del popolo».
Vargas Llosa lamenta come troppo spesso l’America latina sia stata concepita come una terra dove ciò che si considera inaccettabile nelle democrazie europee può essere tollerato: dai conservatori le feroci dittature come quella cilena, dai progressisti le dittature e gli illiberalismi legittimati dal richiamo a un popolo immaginato e incarnato dal leader. Un pregiudizio che condanna a scegliere tra il modello Pinochet e il modello Fidel Castro, scriveva nel 1983. Un pregiudizio che permane. Per liberarsene lo sguardo liberale può servire.
I libri
Sciabole e Utopie. Visioni dell’America latina di Mario Vargas Llosa (Liberilibri, pagg. 370, euro 20)
Il populismo gesuita. Perón, Fidel, Bergoglio di Loris Zanatta (Laterza, pagg. 152, euro 16)
Il primo è la raccolta di saggi “politici” di Vargas Llosa, pubblicata in italiano dalla casa editrice Liberilibri (Sciabole e Utopie. Visioni dell’America latina), con una ricca introduzione di Alberto Mingardi che consente di mettere in prospettiva il Vargas Llosa scrittore e intellettuale anche politico. L’espressione “saggi politici”, tuttavia, è riduttiva. Non solo perché nella sezione finale la raccolta offre penetranti ritratti di artisti e scrittori latino-americani (da Botero a Borges, da García Márquez a Frida Kahlo), ma anche, e soprattutto, perché lo sguardo politico si scioglie in quello dell’interprete e conoscitore dell’arte, della letteratura e della società latinoamericane, delle loro specificità e dei loro tratti universali.
Così facendo indica quei confini che tra politica e letteratura sarebbero necessari, ma troppo spesso sono mancati, e nel contempo mostra quel pluralismo e quella ricchezza che traboccano nelle composite società e cultura latinoamericane. Cosa siano quei confini lo sintetizza in una fulminea frase del suo romanzo Storia di Mayta, che Mingardi pone in esergo alla sua introduzione: «Quando si insegue la purezza, in politica si arriva all’irrealtà». «Se il rifiuto della realtà oltrepassa il confine dell’individuale, del letterario, dell’intellettuale e dell’artistico — scrive in uno dei saggi della raccolta — e contamina il collettivo e il politico — il sociale — (…) il risultato è generalmente quella catastrofe nella quale sono sfociati tutti i tentativi utopici nella storia del mondo».
E sul piano storico questo ci è ben mostrato da Zanatta, che nel suo saggio — dal titolo che incuriosisce e provoca: Il populismo gesuita. Perón, Fidel, Bergoglio (Laterza) — rivela quel fiume carsico, dai «confini sfumati», ma «realtà assai concreta», che dalle missioni gesuitiche del Paraguay del Sei e Settecento si riversa in tante esperienze del populismo latinoamericano, non solo i Perón (Juan e Eva) e il Castro del titolo, ma anche Chavez. Il populismo gesuita, appunto, nemico giurato dell’individuo moderno, della razionalità scientifica e del liberalismo. Unanimista, gerarchico, corporativo, inevitabilmente creatore dello Stato etico. E che costringe quella plurale ricchezza sulla quale tanto si attarda Vargas Llosa nell’irrealtà di un popolo omogeneo e mitico, che non si vuole nel mondo concreto e reale innalzare dalla sua povertà, ma santificare perché povero: «tutti i “populismi gesuiti” hanno finito per rendere culto alla “santa povertà”.
Dati alla mano, non hanno ridotto la povertà, ma l’hanno generalizzata», scrive Zanatta. E nemmeno si vuole libero, perché il populismo gesuita ingabbia l’individuo «in una soffocante scatola identitaria», dove i talenti sono sacrificati «alla solidarietà alla tribù, alla fede nella patria, alla “cultura” del popolo».
Vargas Llosa lamenta come troppo spesso l’America latina sia stata concepita come una terra dove ciò che si considera inaccettabile nelle democrazie europee può essere tollerato: dai conservatori le feroci dittature come quella cilena, dai progressisti le dittature e gli illiberalismi legittimati dal richiamo a un popolo immaginato e incarnato dal leader. Un pregiudizio che condanna a scegliere tra il modello Pinochet e il modello Fidel Castro, scriveva nel 1983. Un pregiudizio che permane. Per liberarsene lo sguardo liberale può servire.
I libri
Sciabole e Utopie. Visioni dell’America latina di Mario Vargas Llosa (Liberilibri, pagg. 370, euro 20)
Il populismo gesuita. Perón, Fidel, Bergoglio di Loris Zanatta (Laterza, pagg. 152, euro 16)