Francesco Rutelli: "L’unità del Paese nel segno del Presidente"
di Dario Olivero , di Dario OliveroNe ha conosciuti almeno cinque, dal tempo in cui ha iniziato a fare politica coi radicali negli anni 80, quando al Quirinale c’era Sandro Pertini. In questa intervista spiega perché per superare le divisioni l’Italia ha sempre avuto bisogno del capo dello Stato
Se un refolo di spirito laico ha mai soffiato sul nostro sfuggente e struggente paese, i padri costituenti devono averlo intercettato quando hanno disegnato nella nostra Carta i contorni di una precisa figura: quella del Presidente della Repubblica, “capo dello Stato”, “garante della Costituzione” e, soprattutto, “rappresentante dell’unità nazionale”. «E quanto ne abbiamo bisogno oggi?», si domanda Francesco Rutelli, che di Presidenti ne ha conosciuti almeno cinque dal tempo in cui ha cominciato a fare politica coi radicali negli anni Ottanta, quando al Quirinale c’era Sandro Pertini. Che ha attraversato prima e seconda repubblica e ora fa un altro mestiere in questa terza, se non addirittura quarta considerata la velocità con cui social e tecnologia cambiano i parametri del discorso pubblico.
Partiamo dalla fine, Rutelli. Come giudica l’operato del presidente Mattarella nella gestione della crisi politic…
Partiamo dalla fine, Rutelli. Come giudica l’operato del presidente Mattarella nella gestione della crisi politic…
Se un refolo di spirito laico ha mai soffiato sul nostro sfuggente e struggente paese, i padri costituenti devono averlo intercettato quando hanno disegnato nella nostra Carta i contorni di una precisa figura: quella del Presidente della Repubblica, “capo dello Stato”, “garante della Costituzione” e, soprattutto, “rappresentante dell’unità nazionale”. «E quanto ne abbiamo bisogno oggi?», si domanda Francesco Rutelli, che di Presidenti ne ha conosciuti almeno cinque dal tempo in cui ha cominciato a fare politica coi radicali negli anni Ottanta, quando al Quirinale c’era Sandro Pertini. Che ha attraversato prima e seconda repubblica e ora fa un altro mestiere in questa terza, se non addirittura quarta considerata la velocità con cui social e tecnologia cambiano i parametri del discorso pubblico.
Partiamo dalla fine, Rutelli. Come giudica l’operato del presidente Mattarella nella gestione della crisi politica?
«Con un giudizio preso dall’equitazione: percorso netto. Ha superato tutti gli ostacoli dando una lezione di sobrietà, dicendo le cose che in un momento difficile andavano dette e facendo quelle che andavano fatte».
Un iter istituzionale che ha rinnovato il rito laico repubblicano ma che non sempre, nella nostra storia, è stato accolto dalle forze politiche senza critiche o accuse di ingerenza.
«Non è questo il caso. Parlando di “costruttori” Mattarella non ha mai mandato messaggi che potessero indebolire Conte. Ha conferito il mandato a Fico, uomo idoneo a rinsaldare la sua maggioranza. Quando è fallito questo tentativo ha indicato i tre aspetti del governo con cui costruire una strada possibile: adeguato, di alto profilo e fuori da ogni formula politica».
Per un attimo si è pensato che il governo sarebbe stato puramente tecnico.
«Il nuovo governo non corre il rischio di essere formato solo da “gran professori”, astratti e privi di esperienza. Il tempo per l’apprendistato oggi è indisponibile. Chiunque si trovi a gestire un ministero sa che cosa significhi affrontarne la complessità. Invece si è trovato l’equilibrio possibile con una maggioranza di ex avversari chiamati ora a remare in una sola direzione. Merito di Draghi, ma grazie alla funzione di garanzia del capo dello Stato».
È quello che si chiama, forse senza percepirne la risonanza storica, governo di unità nazionale. A 160 anni dall’unità abbiamo ancora bisogno di questo concetto?
«Ogni tanto dovremmo fare autocoscienza su quanto siamo divisi. Lo “stringiamci a coorte” del nostro inno nazionale è la risposta alla “patria sì bella e perduta” del Nabucco. La divisione in fazioni e la partigianeria non è di oggi».
In effetti non c’è periodo della storia italiana che non sia segnato da grandi divisioni.
«È nella nostra antropologia culturale. Le divisioni politiche sono cominciate con la nascita dei comuni. Quando abbiamo cominciato a regolare la nostra vita associata, la nostra profonda tendenza alla divisione ha avuto un’incidenza colossale. E un’altrettanto colossale, pervasiva violenza. Tendiamo a rimuovere l’impatto storico delle epidemie quanto gli omicidi politici che hanno riempito i fiumi italiani di sangue, per citare Dante».
Cosa che i padri fondatori sapevano bene.
«Erano reduci dalla complicità di massa col fascismo, dalla guerra, dalla Resistenza, dalla guerra civile. Sapevano che il paese era spaccato e già vedevano che la crepa si sarebbe prolungata nella Guerra fredda».
Per questo la figura del presidente come garante dell’unità fuori dai partiti.
«I nostri presidenti non sono mai stati leader dei rispettivi partiti, ma quasi sempre outsider. Quando né Moro né Fanfani erano riusciti a coronare la loro carriera salendo al Quirinale, ci riuscì Sandro Pertini, socialista non ortodosso. Il primo Presidente che ho conosciuto».
Anche in quel caso il paese era diviso, in pieni anni di piombo.
«Pertini ha vissuto la lacerazione del terrorismo e una frattura politica che poteva farlo debordare in fenomeno di massa. Per non parlare dello stragismo e del terrorismo di destra».
Qual è il momento in cui Pertini ha meglio trasmesso l’idea di unità nazionale?
«Vermicino, la morte di Alfredino Rampi caduto in un pozzo artesiano. In quella diretta tv durata giorni, quando arrivò lui dimostrò al Paese il volto umano delle istituzioni».
Il che non gli impedì di muoversi magistralmente anche all’interno dei labirinti parlamentari: da un lato era il Presidente amato dagli italiani, dall’altro il primo a far nascere governi non a guida democristiana.
«È questa la funzione naturale di capo dello Stato, un ponte tra il Parlamento e il paese».
Con il rischio di pendere troppo da una parte o dall’altra, forse. Per esempio, che cosa pensa di Cossiga?
«Non lo votai, anche se poi ci siamo affezionati. Mentre le camere erano riunite andai a portare fiori sulla tomba di Giorgiana Masi (militante uccisa durante una manifestazione a Roma nel ’77, ministro dell’interno Cossiga, ndr). Ma anche in questo caso, per quanto uomo di potere, Cossiga, cattolico liberale, aveva un profilo di minoranza nella Dc».
Con le picconate anticipò l’antipolitica?
«È vero, ma l’ha anche tenuta a bada in un momento in cui c’erano altri rischi di impazzimento di sistema. Era il 1989, cadeva il Muro, l’Italia era al centro di grandi tensioni internazionali, essendo stata la frontiera più avanzata della Guerra fredda».
Fu in quegli anni che un altro fattore di divisione in Italia si affacciò in un partito che sarebbe divenuto determinante, la Lega.
«Secessione, non divisione. L’istanza che stava nascendo proveniva dalla parte più ricca del Paese, che voleva staccarsi dall’altra. Per arginare questa ennesima frattura si arriverà alla riforma del Titolo quinto sui poteri alle regioni. Una riforma imperfetta ma che riuscì a contenere il rischio di un’ennesima lacerazione sistemica. A proposito, festeggiamo, perché fino a qualche mese fa gli eredi di quel partito parlavano di secessione dall’Europa, oggi invece votano compatti il Recovery Fund e appoggiano un governo europeista».
Anno 1992, omicidio Falcone. Ricorda lo scrutinio che portò all’elezione di Oscar Luigi Scalfaro? “Bianca, bianca, bianca, Forlani…”. Mentre fuori da Montecitorio stavano per esplodere altre bombe.
«Scalfaro era l’outsider assoluto. L’avevano proposto i radicali: un cattolico considerato troppo cattolico anche dagli stessi colleghi democristiani, appoggiato dal partito più anticlericale. Nel pieno delle stragi mafiose: Falcone, poi Borsellino e poi ancora i Georgofili, San Giovanni in Laterano, San Giorgio al Velabro. La mafia attaccava lo Stato. Fu l’accordo trovato su un outsider a tenere insieme il paese».
Ciampi?
«Ciampi fu eletto per le sue doti di economista rigoroso e uomo di Stato. Ricordo che il debito pubblico era stato il grande, distorto ammortizzatore per il malessere e le divergenze sociali del paese».
Napolitano?
«Posso dire in breve: anche lui un comunista anomalo, in minoranza, e un riformatore repubblicano».
Rutelli, ma davvero vede un filo rosso che tiene insieme Cossiga e Mattarella?
«Sì, e alla fine c’è il bastone da pastore del costituente. Con una sua forza magnetica che ancora agisce a distanza di settant’anni: il capo dello Stato rappresenta l’unità nazionale. Ecco perché resto contrario all’elezione diretta: tanto più oggi, con partiti deboli, la strada verso piccoli Trump nostrani sarebbe breve».
Partiamo dalla fine, Rutelli. Come giudica l’operato del presidente Mattarella nella gestione della crisi politica?
«Con un giudizio preso dall’equitazione: percorso netto. Ha superato tutti gli ostacoli dando una lezione di sobrietà, dicendo le cose che in un momento difficile andavano dette e facendo quelle che andavano fatte».
Un iter istituzionale che ha rinnovato il rito laico repubblicano ma che non sempre, nella nostra storia, è stato accolto dalle forze politiche senza critiche o accuse di ingerenza.
«Non è questo il caso. Parlando di “costruttori” Mattarella non ha mai mandato messaggi che potessero indebolire Conte. Ha conferito il mandato a Fico, uomo idoneo a rinsaldare la sua maggioranza. Quando è fallito questo tentativo ha indicato i tre aspetti del governo con cui costruire una strada possibile: adeguato, di alto profilo e fuori da ogni formula politica».
Per un attimo si è pensato che il governo sarebbe stato puramente tecnico.
«Il nuovo governo non corre il rischio di essere formato solo da “gran professori”, astratti e privi di esperienza. Il tempo per l’apprendistato oggi è indisponibile. Chiunque si trovi a gestire un ministero sa che cosa significhi affrontarne la complessità. Invece si è trovato l’equilibrio possibile con una maggioranza di ex avversari chiamati ora a remare in una sola direzione. Merito di Draghi, ma grazie alla funzione di garanzia del capo dello Stato».
È quello che si chiama, forse senza percepirne la risonanza storica, governo di unità nazionale. A 160 anni dall’unità abbiamo ancora bisogno di questo concetto?
«Ogni tanto dovremmo fare autocoscienza su quanto siamo divisi. Lo “stringiamci a coorte” del nostro inno nazionale è la risposta alla “patria sì bella e perduta” del Nabucco. La divisione in fazioni e la partigianeria non è di oggi».
In effetti non c’è periodo della storia italiana che non sia segnato da grandi divisioni.
«È nella nostra antropologia culturale. Le divisioni politiche sono cominciate con la nascita dei comuni. Quando abbiamo cominciato a regolare la nostra vita associata, la nostra profonda tendenza alla divisione ha avuto un’incidenza colossale. E un’altrettanto colossale, pervasiva violenza. Tendiamo a rimuovere l’impatto storico delle epidemie quanto gli omicidi politici che hanno riempito i fiumi italiani di sangue, per citare Dante».
Cosa che i padri fondatori sapevano bene.
«Erano reduci dalla complicità di massa col fascismo, dalla guerra, dalla Resistenza, dalla guerra civile. Sapevano che il paese era spaccato e già vedevano che la crepa si sarebbe prolungata nella Guerra fredda».
Per questo la figura del presidente come garante dell’unità fuori dai partiti.
«I nostri presidenti non sono mai stati leader dei rispettivi partiti, ma quasi sempre outsider. Quando né Moro né Fanfani erano riusciti a coronare la loro carriera salendo al Quirinale, ci riuscì Sandro Pertini, socialista non ortodosso. Il primo Presidente che ho conosciuto».
Anche in quel caso il paese era diviso, in pieni anni di piombo.
«Pertini ha vissuto la lacerazione del terrorismo e una frattura politica che poteva farlo debordare in fenomeno di massa. Per non parlare dello stragismo e del terrorismo di destra».
Qual è il momento in cui Pertini ha meglio trasmesso l’idea di unità nazionale?
«Vermicino, la morte di Alfredino Rampi caduto in un pozzo artesiano. In quella diretta tv durata giorni, quando arrivò lui dimostrò al Paese il volto umano delle istituzioni».
Il che non gli impedì di muoversi magistralmente anche all’interno dei labirinti parlamentari: da un lato era il Presidente amato dagli italiani, dall’altro il primo a far nascere governi non a guida democristiana.
«È questa la funzione naturale di capo dello Stato, un ponte tra il Parlamento e il paese».
Con il rischio di pendere troppo da una parte o dall’altra, forse. Per esempio, che cosa pensa di Cossiga?
«Non lo votai, anche se poi ci siamo affezionati. Mentre le camere erano riunite andai a portare fiori sulla tomba di Giorgiana Masi (militante uccisa durante una manifestazione a Roma nel ’77, ministro dell’interno Cossiga, ndr). Ma anche in questo caso, per quanto uomo di potere, Cossiga, cattolico liberale, aveva un profilo di minoranza nella Dc».
Con le picconate anticipò l’antipolitica?
«È vero, ma l’ha anche tenuta a bada in un momento in cui c’erano altri rischi di impazzimento di sistema. Era il 1989, cadeva il Muro, l’Italia era al centro di grandi tensioni internazionali, essendo stata la frontiera più avanzata della Guerra fredda».
Fu in quegli anni che un altro fattore di divisione in Italia si affacciò in un partito che sarebbe divenuto determinante, la Lega.
«Secessione, non divisione. L’istanza che stava nascendo proveniva dalla parte più ricca del Paese, che voleva staccarsi dall’altra. Per arginare questa ennesima frattura si arriverà alla riforma del Titolo quinto sui poteri alle regioni. Una riforma imperfetta ma che riuscì a contenere il rischio di un’ennesima lacerazione sistemica. A proposito, festeggiamo, perché fino a qualche mese fa gli eredi di quel partito parlavano di secessione dall’Europa, oggi invece votano compatti il Recovery Fund e appoggiano un governo europeista».
Anno 1992, omicidio Falcone. Ricorda lo scrutinio che portò all’elezione di Oscar Luigi Scalfaro? “Bianca, bianca, bianca, Forlani…”. Mentre fuori da Montecitorio stavano per esplodere altre bombe.
«Scalfaro era l’outsider assoluto. L’avevano proposto i radicali: un cattolico considerato troppo cattolico anche dagli stessi colleghi democristiani, appoggiato dal partito più anticlericale. Nel pieno delle stragi mafiose: Falcone, poi Borsellino e poi ancora i Georgofili, San Giovanni in Laterano, San Giorgio al Velabro. La mafia attaccava lo Stato. Fu l’accordo trovato su un outsider a tenere insieme il paese».
Ciampi?
«Ciampi fu eletto per le sue doti di economista rigoroso e uomo di Stato. Ricordo che il debito pubblico era stato il grande, distorto ammortizzatore per il malessere e le divergenze sociali del paese».
Napolitano?
«Posso dire in breve: anche lui un comunista anomalo, in minoranza, e un riformatore repubblicano».
Rutelli, ma davvero vede un filo rosso che tiene insieme Cossiga e Mattarella?
«Sì, e alla fine c’è il bastone da pastore del costituente. Con una sua forza magnetica che ancora agisce a distanza di settant’anni: il capo dello Stato rappresenta l’unità nazionale. Ecco perché resto contrario all’elezione diretta: tanto più oggi, con partiti deboli, la strada verso piccoli Trump nostrani sarebbe breve».