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La metropoli inizia dentro casa

La pandemia sta ridisegnando il rapporto tra il nostro corpo e lo spazio domestico che ospita ormai tre elementi tipicamente urbani: il lavoro, la sanità e il commercio. Il risultato porta a un naturale restringimento delle zone calde, intime e di privacy
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In questo lungo anno si sono moltiplicate le immagini, le parole e i suoni provenienti dall’universo domestico in cui più di metà dell’umanità è reclusa.

Si tratta di un fenomeno planetario che non era mai avvenuto nella nostra Storia: quattro miliardi di persone, distribuite lungo i cinque continenti, totalmente connesse e chiuse in casa. È interessante notare come la maggior parte delle testimonianze e figure si concentrino soprattutto sulle soglie: finestre, porte, balconi, abbaini, davanzali, terrazzi. Si tratta della naturale espressione di un desiderio di quello che non possiamo avere, quella città che osserviamo per piccoli frammenti dalle nostre imboccature domestiche e che fa emergere tutti i ricordi che nutrono la nostra identità. Stando in casa ci accorgiamo di quanto siamo cittadini e dell’importanza che la città, grande o piccola che sia, ha nella nostra vita, offrendoci spazi di libertà, sc…
In questo lungo anno si sono moltiplicate le immagini, le parole e i suoni provenienti dall’universo domestico in cui più di metà dell’umanità è reclusa.

Si tratta di un fenomeno planetario che non era mai avvenuto nella nostra Storia: quattro miliardi di persone, distribuite lungo i cinque continenti, totalmente connesse e chiuse in casa. È interessante notare come la maggior parte delle testimonianze e figure si concentrino soprattutto sulle soglie: finestre, porte, balconi, abbaini, davanzali, terrazzi. Si tratta della naturale espressione di un desiderio di quello che non possiamo avere, quella città che osserviamo per piccoli frammenti dalle nostre imboccature domestiche e che fa emergere tutti i ricordi che nutrono la nostra identità. Stando in casa ci accorgiamo di quanto siamo cittadini e dell’importanza che la città, grande o piccola che sia, ha nella nostra vita, offrendoci spazi di libertà, scoperta e occasioni che nessuna abitazione potrebbe mai offrirci.

Tutto questo sfiora appena il cuore intimo della casa, come se nessuno, in fondo, avesse voglia di toccare lo spirito più privato e inaccessibile che segna i luoghi che abitiamo. Nessun riferimento al bagno e ai suoi riti, al letto e a tutto quello che di più segreto porta con sé. Il ventre caldo, intimo, sensuale, ambiguo, silenzioso, spesso problematico che nutre la natura profonda delle nostre case è stato quasi nascosto, con pudore per tutto quello che di doloroso avviene fuori da quelle finestre. Il corpo negato dalle mascherine, i guanti, dall’assenza di olfatto e gusto, dal crollo del desiderio e dalla paura dell’altro è il fantasma che si aggira nelle nostre case generando un drammatico cortocircuito con cui dovremo fare i conti nei prossimi tempi. E nella relazione tra corpi (nostri e degli altri) e ambiente domestico si sta registrando una silenziosa metamorfosi che cambierà molti dei luoghi che abitualmente abitiamo.

Si parla di una impennata improvvisa delle ristrutturazioni domestiche con richieste di abbattere pareti, rendere fluidi gli spazi interni, immaginare luoghi capaci di rispondere a domande e usi che cambino nella giornata a seconda delle necessità, domandano più luce e colori accoglienti. C’è un agitarsi quasi primordiale di chi prepara la tana in attesa di un lungo, difficile, inverno. Il titolare di un’azienda italiana molto famosa per gli arredi di pregio mi racconta che molti clienti facoltosi chiedono di realizzare nelle proprie abitazioni saune, bagni turchi, palestre e, anche, studi medici attrezzati per una mini-terapia intensiva domestica. Nel frattempo leggo sui quotidiani frammenti di notizie che riportano l’incremento del consumo di medicinali contro la depressione e la perdita di sonno e la crescita delle separazioni da compressione domestica. Ascolto di feste molto chic ed esclusive in cui sei accolto in un’area d’attesa, elegante e accogliente, dove ti viene offerto una flûte di champagne e un test rapido del sangue che, in pochi attimi, ti dice se sei positivo o meno.

Tutto ci racconta di un cambiamento profondo, silenzioso ma inesorabile, che passa sempre attraverso le case, i luoghi che abitiamo e i nostri corpi. È necessario interrogare con attenzione il fenomeno domestico, perché la casa, oggi, raccoglie in sé un valore politico, sociale e simbolico superiore a molti dei luoghi pubblici che viviamo distrattamente. Nelle nostre case si sedimentano le emozioni profonde, le paure, le rabbie e quei desideri che poi diventano domanda sociale e pressione per un cambiamento dei luoghi che abitiamo. Capire la propria casa, fisica e interiore, vuol dire comprendere meglio sé stessi e, insieme, imparare a prendersi cura dei luoghi che abitiamo, sia nel privato che nel pubblico.

Durante i mesi del lockdown questa riflessione è, chiaramente, continuata, diventando quasi ossessiva, a causa del fatto che eravamo tutti chiusi nelle nostre case, che postavamo immagini domestiche o viste sconsolate dalle finestre e balconi, che in ogni giornale ci fossero scrittori e saggisti autorevoli che dilettavano di questioni domestiche e che gli sfondi dei nostri zoom-meet-skype-chat fossero diventati oggetto di riflessioni da parte di arredatori alla moda. La casa continua ad essere un luogo da interrogare con attenzione, soprattutto in questa fase, dove la paura di una nuova cattività sta irrompendo con forza e senza l’aura eroica che ha ammantato il nostro primo isolamento collettivo.

La casa è tornata a essere il fortino ultimo, unito alla chiara sensazione che la pandemia non può essere lasciata fuori, visto che chiunque potrebbe essere un portatore sano e inconsapevole del virus. Sulla casa si stanno vivendo le maggiori diseguaglianze sociali, economiche e una conflittualità crescente forzata da una compressione inumana a cui sono sottoposte migliaia di famiglie e di giovani. Intorno alle abitazioni e alle micro-comunità che le abitano sono certo che registreremo trasformazioni radicali, figlie di un tentativo di ridurre i gradi di complessità e rischio che la città abitualmente porta con sé.

In questo periodo si sta sempre più teorizzando l’idea della “15 minutes city”, ovvero la possibilità di trovare tutto quello che ci può servire in un diametro urbano di quindici minuti a piedi. Si tratta di un restringimento fisico e simbolico dell’idea stessa di città che viene scomposta in un arcipelago multiforme e fluido di isole connesse dalle infrastrutture principali di collegamento e di funzioni pubbliche forti (scuole, ospedali, musei, centri sportivi) e che vede le nostre case diventare centri fragili di un sistema sempre più basato sull’individuo e le sue necessità.

La rete e il sistema capillare di connessioni digitali e servizi collegati sembrerebbe consentirlo, ma lo scenario che si delinea sarà sempre più basato su di una élite privilegiata che potrà permettersi questa condizione “smart” e una massa sempre più debole e impoverita che si attiverà al suo servizio. Le nostre abitazioni, o comunque il sistema controllato e protetto di residenze per comunità chiuse ed economicamente avvantaggiate, si doteranno progressivamente di filtri che siano capaci di mediare tra le persone e la città esterna: aree per il delivery, zone di controllo sanitario, spazi per il benessere e la cura del corpo. Lo stesso varrà per le case, dove la domanda di flessibilità aumenterà per garantire quei cambiamenti d’uso che una pandemia impone, con aree per isolamento sanitario dei singoli membri della famiglia, spazi dedicati stabilmente al lavoro da remoto e interfacce digitali per gli ordini ai commercianti in zona.

Di fatto nelle nostre case stanno entrando tre elementi tipicamente urbani: il lavoro, la sanità e il commercio, portando a un naturale restringimento delle zone calde, intime e di privacy. Le città sembrano diventare sempre più la somma delle nostre abitazioni, fragili e interconnesse, e per questo sarà fondamentale lavorare sugli anticorpi collettivi per bilanciare l’emergere di questa distopia dell’attuale pandemico.