I ragazzi forti oltre ogni luogo comune
di Paolo Di Paolo , di Paolo Di PaoloTecnologici sì, ma anche amanti dei libri, poco cinici e capaci di grandi slanci. Dalle piazze in difesa dell’ambiente sono precipitati nel lockdown per la pandemia. A tutti quelli che resistono dedichiamo la prossima copertina di Robinson
Avete meno anni del secolo in corso. L’anagrafe non vi pianta nel Millenovecento; e questo non è solo un dato simbolico: fa la differenza. Compatta le generazioni precedenti, le archivia in un altro volume di storia. Vi sentite dire che «siete il nostro futuro», ma è una frase retorica, ripetuta dagli attempati a ogni occasione di confronto con i più giovani. Funziona spesso come un alibi. In realtà, siete il presente — e forse come mai prima d’ora. Basta osservare qualcuno di voi che, appena uscito dalla scuola superiore, si ritrova al lavoro in un tempio della contemporaneità com’è un negozio di assistenza informatica, mettiamo un Apple store.
Lì apparite nel pieno del vostro potere, sacerdoti dell’unico culto globale — quello a cui si sono convertiti tardivamente anche i nati nell’Analogico. Vi ascoltano, con i loro smartphone, con i loro pc inceppati sottobraccio, come oracoli. …
Lì apparite nel pieno del vostro potere, sacerdoti dell’unico culto globale — quello a cui si sono convertiti tardivamente anche i nati nell’Analogico. Vi ascoltano, con i loro smartphone, con i loro pc inceppati sottobraccio, come oracoli. …
Avete meno anni del secolo in corso. L’anagrafe non vi pianta nel Millenovecento; e questo non è solo un dato simbolico: fa la differenza. Compatta le generazioni precedenti, le archivia in un altro volume di storia. Vi sentite dire che «siete il nostro futuro», ma è una frase retorica, ripetuta dagli attempati a ogni occasione di confronto con i più giovani. Funziona spesso come un alibi. In realtà, siete il presente — e forse come mai prima d’ora. Basta osservare qualcuno di voi che, appena uscito dalla scuola superiore, si ritrova al lavoro in un tempio della contemporaneità com’è un negozio di assistenza informatica, mettiamo un Apple store.
Lì apparite nel pieno del vostro potere, sacerdoti dell’unico culto globale — quello a cui si sono convertiti tardivamente anche i nati nell’Analogico. Vi ascoltano, con i loro smartphone, con i loro pc inceppati sottobraccio, come oracoli. Lo siete. La prima generazione in grado di insegnare qualcosa di decisivo a quelle che la precedono: questo sì che è un salto epocale. Maestri di chi poi, puntando il dito, vi dice che siete ostaggio del virtuale — termine che non ha più senso — o che passate troppo tempo sui social. Di solito, si tratta di cinquanta-sessantenni che non alzano mai lo sguardo dallo schermo. Nemmeno quando stanno parlando con voi.
[[ge:rep-locali:rep:288216761]]
Risultate, agli occhi di padri e madri, indecifrabili — non diversamente dai giovani di ogni epoca. Solo che, invecchiando, si finisce per dimenticare lo sguardo degli adulti sulla nostra stessa adolescenza: che fossero gli anni sessanta, o gli ottanta, un coro di voci si alzava comunque contro «i giovani d’oggi». Le loro abitudini, i loro slanci, le loro provocazioni. Le loro acconciature. È semmai più difficile incasellarvi: sfuggite alle categorie sociologiche con una disinvoltura esemplare. Le vostre idee sulla politica, sulla spiritualità, sul sesso non rispondono a parametri novecenteschi: utilizzarli per comprendervi è come voler aprire una porta con la chiave sbagliata. Penso alla politica: destra e sinistra sono parole che vi dicono poco, niente. Non è detto che sia da considerarlo, per chi invece ci ha creduto, un lutto. Conoscete l’indignazione e il senso della Causa giusta: mentre i cinici li irridevano, molti di voi scendevano in piazza per dire al mondo — prima dei presidenti del Consiglio, prima di molti intellettuali addormentati — che il tema ambientale viene prima di ogni altro. Siete, in larga parte, mentalmente più liberi dei vostri coetanei di venti, trenta, quarant’anni fa. Non avere bisogno di definire secondo uno schema stabile la propria spiritualità o le preferenze sessuali — di più, non preoccuparsi nemmeno di definirle — è un vantaggio, uno spazio di vita più largo da attraversare. Perché è chiaro che “identità” è una parola che ha senso, se ha senso, solo al plurale. Si è più soli senza appartenenze? Sì.
Una delle frasi fatte più insopportabili che vi riguarda — invecchiata insieme a chi la pronuncia — è «I giovani non leggono». Ma la verità è che nella fascia d’età tra i 10 e i 17 anni legge l’85% della popolazione. Sopra i cinquanta, per dire, chi legge non supera il 40%. Questo non vuol dire certo che siete tutti appassionati cultori dei classici, ma fra libri di scuola, teen-book, micro-testi che ogni giorno vi scorrono sotto gli occhi, non c’è generazione che abbia avuto a disposizione un corridoio di parole più lungo e affollato da attraversare. Il fatto è, semmai, che molti di voi lo imboccano in corsa, a bordo di un monopattino (feticcio dell’infanzia di questi anni), e sono ancora lì che corrono, senza riuscire a fermarsi più di qualche minuto su niente. E tuttavia sapete anche questo: «Il mio problema è la concentrazione», si sono sentiti ripetere i vostri professori, incerti se considerarlo un alibi o un’aggravante. Ne avete — laddove l’aveste persa — recuperata la stima, in questi mesi di distanze: il modo in cui in maggioranza avete reagito alla scuola da casa, alla scuola a singhiozzo, è stato commovente. E forse è stata l’occasione per ripensare alla scuola, al senso e al peso della scuola, come mai ci avevate pensato: in assenza. Non importa se molti non ci credono, e non vi credono: quando avete protestato per avere almeno l’ultimo giorno di scuola, l’anno scorso, c’è chi ha detto che non era un grosso problema. E se adesso vi mancano le prime volte, se il corpo soffre a stare fermo, a stare chiuso, se scivolate dall’esagitazione all’apatia, qualcuno vi ricorda che andare in guerra sarebbe peggio. Ma se uno non riesce a capire che cosa si prova, e che cosa si desidera a sedici o a diciotto anni, vuol dire che lo ha dimenticato, e tanto peggio per lui.
Per il resto, il discorso pubblico oscilla tra voci che vi redarguiscono, reazionarie, polverose, e voci che vi blandiscono, come quelle della pubblicità. Ma forse parlarvi, e prima ancora ascoltarvi davvero, non è questo. Non è necessariamente rimprovero, non è lusinga. Ciascuno è un mondo a sé: si può essere splendidi o insopportabili, a sedici anni e a novanta. Ma avete ancora un vantaggio di anni prima di rassegnarvi a diventare come gli altri, come gli adulti
Lì apparite nel pieno del vostro potere, sacerdoti dell’unico culto globale — quello a cui si sono convertiti tardivamente anche i nati nell’Analogico. Vi ascoltano, con i loro smartphone, con i loro pc inceppati sottobraccio, come oracoli. Lo siete. La prima generazione in grado di insegnare qualcosa di decisivo a quelle che la precedono: questo sì che è un salto epocale. Maestri di chi poi, puntando il dito, vi dice che siete ostaggio del virtuale — termine che non ha più senso — o che passate troppo tempo sui social. Di solito, si tratta di cinquanta-sessantenni che non alzano mai lo sguardo dallo schermo. Nemmeno quando stanno parlando con voi.
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Risultate, agli occhi di padri e madri, indecifrabili — non diversamente dai giovani di ogni epoca. Solo che, invecchiando, si finisce per dimenticare lo sguardo degli adulti sulla nostra stessa adolescenza: che fossero gli anni sessanta, o gli ottanta, un coro di voci si alzava comunque contro «i giovani d’oggi». Le loro abitudini, i loro slanci, le loro provocazioni. Le loro acconciature. È semmai più difficile incasellarvi: sfuggite alle categorie sociologiche con una disinvoltura esemplare. Le vostre idee sulla politica, sulla spiritualità, sul sesso non rispondono a parametri novecenteschi: utilizzarli per comprendervi è come voler aprire una porta con la chiave sbagliata. Penso alla politica: destra e sinistra sono parole che vi dicono poco, niente. Non è detto che sia da considerarlo, per chi invece ci ha creduto, un lutto. Conoscete l’indignazione e il senso della Causa giusta: mentre i cinici li irridevano, molti di voi scendevano in piazza per dire al mondo — prima dei presidenti del Consiglio, prima di molti intellettuali addormentati — che il tema ambientale viene prima di ogni altro. Siete, in larga parte, mentalmente più liberi dei vostri coetanei di venti, trenta, quarant’anni fa. Non avere bisogno di definire secondo uno schema stabile la propria spiritualità o le preferenze sessuali — di più, non preoccuparsi nemmeno di definirle — è un vantaggio, uno spazio di vita più largo da attraversare. Perché è chiaro che “identità” è una parola che ha senso, se ha senso, solo al plurale. Si è più soli senza appartenenze? Sì.
Una delle frasi fatte più insopportabili che vi riguarda — invecchiata insieme a chi la pronuncia — è «I giovani non leggono». Ma la verità è che nella fascia d’età tra i 10 e i 17 anni legge l’85% della popolazione. Sopra i cinquanta, per dire, chi legge non supera il 40%. Questo non vuol dire certo che siete tutti appassionati cultori dei classici, ma fra libri di scuola, teen-book, micro-testi che ogni giorno vi scorrono sotto gli occhi, non c’è generazione che abbia avuto a disposizione un corridoio di parole più lungo e affollato da attraversare. Il fatto è, semmai, che molti di voi lo imboccano in corsa, a bordo di un monopattino (feticcio dell’infanzia di questi anni), e sono ancora lì che corrono, senza riuscire a fermarsi più di qualche minuto su niente. E tuttavia sapete anche questo: «Il mio problema è la concentrazione», si sono sentiti ripetere i vostri professori, incerti se considerarlo un alibi o un’aggravante. Ne avete — laddove l’aveste persa — recuperata la stima, in questi mesi di distanze: il modo in cui in maggioranza avete reagito alla scuola da casa, alla scuola a singhiozzo, è stato commovente. E forse è stata l’occasione per ripensare alla scuola, al senso e al peso della scuola, come mai ci avevate pensato: in assenza. Non importa se molti non ci credono, e non vi credono: quando avete protestato per avere almeno l’ultimo giorno di scuola, l’anno scorso, c’è chi ha detto che non era un grosso problema. E se adesso vi mancano le prime volte, se il corpo soffre a stare fermo, a stare chiuso, se scivolate dall’esagitazione all’apatia, qualcuno vi ricorda che andare in guerra sarebbe peggio. Ma se uno non riesce a capire che cosa si prova, e che cosa si desidera a sedici o a diciotto anni, vuol dire che lo ha dimenticato, e tanto peggio per lui.
Per il resto, il discorso pubblico oscilla tra voci che vi redarguiscono, reazionarie, polverose, e voci che vi blandiscono, come quelle della pubblicità. Ma forse parlarvi, e prima ancora ascoltarvi davvero, non è questo. Non è necessariamente rimprovero, non è lusinga. Ciascuno è un mondo a sé: si può essere splendidi o insopportabili, a sedici anni e a novanta. Ma avete ancora un vantaggio di anni prima di rassegnarvi a diventare come gli altri, come gli adulti