Islam, la polemica che divide la Francia
di Tahar Ben Jelloun , Bernard-Henri Lévy , di Bernard-Henri Lévy, Tahar Ben JellounBernard-Henri Lévy e Tahar Ben Jelloun intervengono sull'islamo-gauchisme, l'espressione che sta dividendo la Francia e che tradotta vuol dire simpatia politica della sinistra per l'Islam radicale
Bernard Henri-Lévy, L'islamo-gauchisme sta conquistando le università
Naturalmente, la libertà accademica è sacra.
Non è opportuno, ovviamente, che le autorità politiche si immischino nelle polemiche tra ricercatori e pretendano di fare da arbitri al loro posto.
Ma quanta malafede, però, nel processo alla ministra dell'Università e della Ricerca, Frédérique Vidal, per essersi preoccupata del sostegno sempre più ampio che trova l'islamo-gauchisme nelle università francesi!
Perché, alla fine, di cosa si tratta?
L'islamo-gauchisme, senza dubbio, non è una "realtà scientifica".
Ma, d'altra parte, è una realtà sociale e, in un certo senso, un dispositivo di pensiero. Nasce nella Gran Bretagna degli anni Novanta e Duemila, dalla sintesi tra vecchi trotskisti inconsolabili per la scomparsa del proletariato, giovani oppositori della…
Naturalmente, la libertà accademica è sacra.
Non è opportuno, ovviamente, che le autorità politiche si immischino nelle polemiche tra ricercatori e pretendano di fare da arbitri al loro posto.
Ma quanta malafede, però, nel processo alla ministra dell'Università e della Ricerca, Frédérique Vidal, per essersi preoccupata del sostegno sempre più ampio che trova l'islamo-gauchisme nelle università francesi!
Perché, alla fine, di cosa si tratta?
L'islamo-gauchisme, senza dubbio, non è una "realtà scientifica".
Ma, d'altra parte, è una realtà sociale e, in un certo senso, un dispositivo di pensiero. Nasce nella Gran Bretagna degli anni Novanta e Duemila, dalla sintesi tra vecchi trotskisti inconsolabili per la scomparsa del proletariato, giovani oppositori della…
Bernard Henri-Lévy, L'islamo-gauchisme sta conquistando le università
Naturalmente, la libertà accademica è sacra.
Non è opportuno, ovviamente, che le autorità politiche si immischino nelle polemiche tra ricercatori e pretendano di fare da arbitri al loro posto.
Ma quanta malafede, però, nel processo alla ministra dell'Università e della Ricerca, Frédérique Vidal, per essersi preoccupata del sostegno sempre più ampio che trova l'islamo-gauchisme nelle università francesi!
Perché, alla fine, di cosa si tratta?
L'islamo-gauchisme, senza dubbio, non è una "realtà scientifica".
Ma, d'altra parte, è una realtà sociale e, in un certo senso, un dispositivo di pensiero. Nasce nella Gran Bretagna degli anni Novanta e Duemila, dalla sintesi tra vecchi trotskisti inconsolabili per la scomparsa del proletariato, giovani oppositori della "legge francese antihijab" e operai anti-Blair ostili alla guerra imperialista in Iraq.
Si è sviluppato, in Francia, a partire dal forum di Saint-Denis dove i nostalgici del radicalismo di un tempo fraternizzavano con Tariq Ramadan; dalle "riunioni" rosso-brune degli "Amis du Monde diplomatique" dove era invitato Dieudonné; o ancora, piccoli rivoli che finiscono per provocare eventi reali, dalle manifestazioni di sostegno a Gaza nel luglio 2014, dove Jean-Luc Mélenchon e alcuni dei suoi, ritenendo che l'Islam sia decisamente "la religione dei poveri", suggellarono l'alleanza sfilando in corteo con dei simpatizzanti di Hamas che gridavano "morte agli ebrei".
E si è arricchito, nel corso degli anni, di una serie di luoghi comuni provenienti, stavolta, dai campus americani e dalla loro "cancel culture" a base di "gender studies", di studi "intersezionali" e di parole d'ordine "decoloniali". Così, questo islamo-gauchisme ha provocato: 1. una strumentalizzazione dei francesi di origine musulmana, che sono diventati i fanti di una lotta "antisistema" che, il più delle volte, non gli appartiene; 2. il rafforzamento, al loro interno, delle correnti più retrograde, oscurantiste e antifemministe dell'Islam; e 3. l'indebolimento, in seno alla sinistra, delle tendenze rimaste fedeli all'eredità antitotalitaria dei dissidenti dell'Europa centrale, di Michel Foucault, di Claude Lefort e pochi altri.
Poiché questo movimento attraversa tutto il campo sociale, non è illegittimo, allora, chiedersi in che misura le università, con il loro apparato di conoscenze, i loro mezzi, i loro ricercatori e le loro associazioni di studenti, contribuiscano, oppure no, alla sua legittimazione.
La risposta, ancora una volta, sta ai ricercatori stessi.
O, naturalmente, alla stampa, se ci si prende il tempo per svolgere l'indagine senza paraocchi o pregiudizi.
Ma quello che sappiamo già è che una tragedia di Eschilo, Le supplici, è stata vietata alla Sorbona perché le "figlie di Danao" dovevano indossare delle maschere nere.
E che a Lille-II delle autorità accademiche hanno censurato, tre anni dopo il suo assassinio, la messa in scena dell'ultima opera teatrale di Charb, ancora una volta accusata di islamofobia e blasfemia.
E che il Cnrs ha eminenti ricercatori "decoloniali" che non fanno mistero, come Éric Fassin, direttore del dipartimento "Studi di genere" a Paris-VIII, della loro approvazione dell'uso del velo o della loro ostilità alla criminalizzazione delle molestie di strada per il fatto che stigmatizza i "razzializzati".
E che troviamo un illustre direttore di ricerca, François Burgat, che non ha paura di affermare la sua convinzione (Conspiracy Watch, 27 ottobre 2018) che la televisione francese è diventata una "telavivisione" quando si occupa del Medio Oriente; che c'è un bisogno urgente di promulgare "una legge repubblicana coraggiosa sulla separazione del Crif (Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche in Francia, ndr) e dello Stato"; o che le accuse di stupro contro Tariq Ramadan sono una manovra internazionale diretta contro il Qatar.
Quello che sappiamo, inoltre, (François Rastier, Nonfiction.fr, 2 novembre 2020) è che il progetto Global Race, finanziato dall'Agence nationale de la recherche, e che dovrebbe lavorare sulle "riconfigurazioni del razzismo e del concetto di razza dal 1945 in poi", si può concludere in un'amichevole discussione tra uno dei suoi responsabili e la deputata Danièle Obono, le cui dichiarazioni indigeniste e antisioniste non si contano più.
E infine, possiamo leggere su L'Obs, il 30 novembre 2018, un'inchiesta edificante in cui risulta che la facoltà di Scienze sociali di Strasburgo non ha temuto di coinvolgere nel suo master in "religioni, società, spazio pubblico" una militante islamista favorevole ai campi estivi riservati alle "vittime del razzismo di Stato", cioè, in parole povere, vietati ai "bianchi"; né quella di Tolosa si è risparmiata di invitare, a più riprese, Houria Bouteldja, di cui è ben noto il giudizio sugli occidentali (tutti "profittatori"), sull'omosessualità ("una checca non è del tutto un uomo") o sulla Shoah ("meno di un dettaglio").
Si tratta di casi sintomatici o marginali?
È un'azione di retroguardia o ha un futuro brillante?
Non lo so.
Ma non c'è dubbio che uno spettro si aggiri per le università: quello dell'islamo-gauchisme.
Che le università, luogo alto della contraddizione e del dibattito, non siano in grado di sottrarvisi da sole diventando non so quali territori perduti del pensiero critico mi sembra altrettanto evidente.
Per questo, ripeto, è un bene che sia stata posta la domanda, che sia stata aperta la discussione e che tutti siano ora invitati ad andare a vedere di persona.
Traduzione
di Luis E. Moriones
Tahar Ben Jelloun, Ma è un'invenzione per seminare paura e discordia
"In questo momento, ci sono due parole in Francia che fanno paura: "islamo-gauchisme". L'espressione occupa i media da più di una settimana, da quando il ministro dell'Università, Fréderique Vidal, ha dichiarato che "l'islamo-gauchisme è una cancrena nelle università in Francia".
La doppia parola è infelice e soprattutto inappropriata. Porta in sé quanto basta per seminare discordia e, a più lungo termine, paura. La paura dell'Islam, naturalmente. L'islamismo, che è una deriva ideologica del fondamentalismo in nome dell'Islam, non appartiene né alla sinistra tradizionale né, tanto meno, all'estrema sinistra, al gauchisme. Sono due mondi diversi e perfino opposti. Uno è un totalitarismo nato dallo sviamento di una religione, l'altro è l'esasperazione di una lotta per una società non capitalista. Tra i due non c'è nessun collegamento, né una corrente che li unisca. L'unico elemento che li accomuna sarebbe l'estremismo combinato con l'intolleranza.
Molti musulmani innocenti sono caduti sotto i proiettili del terrorismo in nome dell'Islam. Questo flagello ha afflitto e continua ad affliggere il mondo e l'Europa in particolare. L'islamismo è questo, una religione di cui alcuni individui si impadroniscono interpretandola secondo i loro disegni criminali, nascondendosi dietro testi non capiti o estrapolati dal loro contesto.
Mescolare questo tentativo con un'ideologia militante di estrema sinistra è una grave manipolazione. Perché l'islamismo omicida è più simile a un'ideologia totalitaria come il fascismo, capace di passare all'azione commettendo degli assassinii in una società che rifiuta questo estremismo.
Come mai l'espressione ha preso piede e si è diffusa quasi naturalmente negli ambienti politici che vanno da Jean-Michel Blanquer, ministro dell'Educazione Nazionale, a Frédérique Vidal e anche nei media?
Visto dall'estero, questo rivela una sorta di ossessione per tutto ciò che riguarda l'Islam. Ma, quando si vuole far presto, si usa un linguaggio flash, una caricatura di certe idee dove si fa appello al sentimento piuttosto diffuso di diffidenza, per non dire di odio, verso l'Islam. Non ci sono più sfumature, non c'è più riflessione.
Non si tratta di difendere questa religione, ma di raggiungere un livello di indifferenza proprio di una laicità consapevole. Tutte le religioni hanno avuto le loro sette e le loro deviazioni. L'Islam non fa eccezione. Ma da lì a farne un pericolo che minaccia la repubblica, c'è una deriva di cui la Francia non ha bisogno.
Sottesa a questa idea c'è l'invenzione di un nemico, rappresentato come una "macchina da guerra" lanciata contro la Francia, i suoi valori, la sua laicità e anche le sue istituzioni. E questa macchina partirebbe dalle università.
Il governo ha chiesto al Cnrs (Centre National de la Recherche Scientifique) di indagare su ciò che sta accadendo nelle università. Ma è difficile fare un lavoro di ricerca scientifica su un concetto inventato da alcuni politici e ripreso da tutti i media.
La confusione tra Islam e islamismo è frequente. Non c'è più alcun tentativo di correggerla. Alcuni politici cercano di non cadere in questa trappola. Ma sanno che ciò che la maggioranza dei francesi non sopporta è la religione musulmana.
Una foto pubblicata recentemente sulle reti sociali mostra una cinquantina di donne, tutte velate di nero, con il burqa, che posano sulla esplanade del Trocadero con la Torre Eiffel in lontananza, tenendo un cartello: "La France de demain" (La Francia di domani). Dunque, tutte le donne di questo Paese saranno delle musulmane prigioniere di un'ideologia totalitaria. Il cliché è violento, ma la dice lunga sulle paure che stanno avvelenando l'idea che la gente si fa della religione musulmana.
È ovvio che l'Islam, veicolato in questa maniera da una minoranza che lo usa per rifiutare i valori della repubblica, è sempre più sfigurato, caricaturale e, soprattutto, spaventoso. Questa paura, che è legittima, non viene dalla religione musulmana, ma dall'ignoranza che coltiva l'odio e il razzismo.
Tuttavia, che cosa si può fare per liberare l'Islam da questo pantano? La stragrande maggioranza dei musulmani che vivono in Francia rimane in silenzio. Per pudore, per vergogna, perché non è abituata a scendere in piazza e a difendere le proprie idee.
Nel frattempo, Al Qaeda e Daesh si stanno ricostituendo in territori piombati nel caos come la Libia, l'Iraq o la Siria. I soldati dell'ipotetico "Stato islamico" reclutano degli adolescenti. Li preparano ad andare in Occidente per colpire persone innocenti. Questa sventura sta colpendo, attualmente, il Mali e la Nigeria. La bandiera nera sventola su quelle terre in nome di un Islam così deviato da assomigliare a un programma di distruzione di massa che non ha nulla a che vedere con l'ideologia di sinistra, sia essa moderata o estremista.
Traduzione di Luis E. Moriones
Naturalmente, la libertà accademica è sacra.
Non è opportuno, ovviamente, che le autorità politiche si immischino nelle polemiche tra ricercatori e pretendano di fare da arbitri al loro posto.
Ma quanta malafede, però, nel processo alla ministra dell'Università e della Ricerca, Frédérique Vidal, per essersi preoccupata del sostegno sempre più ampio che trova l'islamo-gauchisme nelle università francesi!
Perché, alla fine, di cosa si tratta?
L'islamo-gauchisme, senza dubbio, non è una "realtà scientifica".
Ma, d'altra parte, è una realtà sociale e, in un certo senso, un dispositivo di pensiero. Nasce nella Gran Bretagna degli anni Novanta e Duemila, dalla sintesi tra vecchi trotskisti inconsolabili per la scomparsa del proletariato, giovani oppositori della "legge francese antihijab" e operai anti-Blair ostili alla guerra imperialista in Iraq.
Si è sviluppato, in Francia, a partire dal forum di Saint-Denis dove i nostalgici del radicalismo di un tempo fraternizzavano con Tariq Ramadan; dalle "riunioni" rosso-brune degli "Amis du Monde diplomatique" dove era invitato Dieudonné; o ancora, piccoli rivoli che finiscono per provocare eventi reali, dalle manifestazioni di sostegno a Gaza nel luglio 2014, dove Jean-Luc Mélenchon e alcuni dei suoi, ritenendo che l'Islam sia decisamente "la religione dei poveri", suggellarono l'alleanza sfilando in corteo con dei simpatizzanti di Hamas che gridavano "morte agli ebrei".
E si è arricchito, nel corso degli anni, di una serie di luoghi comuni provenienti, stavolta, dai campus americani e dalla loro "cancel culture" a base di "gender studies", di studi "intersezionali" e di parole d'ordine "decoloniali". Così, questo islamo-gauchisme ha provocato: 1. una strumentalizzazione dei francesi di origine musulmana, che sono diventati i fanti di una lotta "antisistema" che, il più delle volte, non gli appartiene; 2. il rafforzamento, al loro interno, delle correnti più retrograde, oscurantiste e antifemministe dell'Islam; e 3. l'indebolimento, in seno alla sinistra, delle tendenze rimaste fedeli all'eredità antitotalitaria dei dissidenti dell'Europa centrale, di Michel Foucault, di Claude Lefort e pochi altri.
Poiché questo movimento attraversa tutto il campo sociale, non è illegittimo, allora, chiedersi in che misura le università, con il loro apparato di conoscenze, i loro mezzi, i loro ricercatori e le loro associazioni di studenti, contribuiscano, oppure no, alla sua legittimazione.
La risposta, ancora una volta, sta ai ricercatori stessi.
O, naturalmente, alla stampa, se ci si prende il tempo per svolgere l'indagine senza paraocchi o pregiudizi.
Ma quello che sappiamo già è che una tragedia di Eschilo, Le supplici, è stata vietata alla Sorbona perché le "figlie di Danao" dovevano indossare delle maschere nere.
E che a Lille-II delle autorità accademiche hanno censurato, tre anni dopo il suo assassinio, la messa in scena dell'ultima opera teatrale di Charb, ancora una volta accusata di islamofobia e blasfemia.
E che il Cnrs ha eminenti ricercatori "decoloniali" che non fanno mistero, come Éric Fassin, direttore del dipartimento "Studi di genere" a Paris-VIII, della loro approvazione dell'uso del velo o della loro ostilità alla criminalizzazione delle molestie di strada per il fatto che stigmatizza i "razzializzati".
E che troviamo un illustre direttore di ricerca, François Burgat, che non ha paura di affermare la sua convinzione (Conspiracy Watch, 27 ottobre 2018) che la televisione francese è diventata una "telavivisione" quando si occupa del Medio Oriente; che c'è un bisogno urgente di promulgare "una legge repubblicana coraggiosa sulla separazione del Crif (Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche in Francia, ndr) e dello Stato"; o che le accuse di stupro contro Tariq Ramadan sono una manovra internazionale diretta contro il Qatar.
Quello che sappiamo, inoltre, (François Rastier, Nonfiction.fr, 2 novembre 2020) è che il progetto Global Race, finanziato dall'Agence nationale de la recherche, e che dovrebbe lavorare sulle "riconfigurazioni del razzismo e del concetto di razza dal 1945 in poi", si può concludere in un'amichevole discussione tra uno dei suoi responsabili e la deputata Danièle Obono, le cui dichiarazioni indigeniste e antisioniste non si contano più.
E infine, possiamo leggere su L'Obs, il 30 novembre 2018, un'inchiesta edificante in cui risulta che la facoltà di Scienze sociali di Strasburgo non ha temuto di coinvolgere nel suo master in "religioni, società, spazio pubblico" una militante islamista favorevole ai campi estivi riservati alle "vittime del razzismo di Stato", cioè, in parole povere, vietati ai "bianchi"; né quella di Tolosa si è risparmiata di invitare, a più riprese, Houria Bouteldja, di cui è ben noto il giudizio sugli occidentali (tutti "profittatori"), sull'omosessualità ("una checca non è del tutto un uomo") o sulla Shoah ("meno di un dettaglio").
Si tratta di casi sintomatici o marginali?
È un'azione di retroguardia o ha un futuro brillante?
Non lo so.
Ma non c'è dubbio che uno spettro si aggiri per le università: quello dell'islamo-gauchisme.
Che le università, luogo alto della contraddizione e del dibattito, non siano in grado di sottrarvisi da sole diventando non so quali territori perduti del pensiero critico mi sembra altrettanto evidente.
Per questo, ripeto, è un bene che sia stata posta la domanda, che sia stata aperta la discussione e che tutti siano ora invitati ad andare a vedere di persona.
Traduzione
di Luis E. Moriones
Tahar Ben Jelloun, Ma è un'invenzione per seminare paura e discordia
"In questo momento, ci sono due parole in Francia che fanno paura: "islamo-gauchisme". L'espressione occupa i media da più di una settimana, da quando il ministro dell'Università, Fréderique Vidal, ha dichiarato che "l'islamo-gauchisme è una cancrena nelle università in Francia".
La doppia parola è infelice e soprattutto inappropriata. Porta in sé quanto basta per seminare discordia e, a più lungo termine, paura. La paura dell'Islam, naturalmente. L'islamismo, che è una deriva ideologica del fondamentalismo in nome dell'Islam, non appartiene né alla sinistra tradizionale né, tanto meno, all'estrema sinistra, al gauchisme. Sono due mondi diversi e perfino opposti. Uno è un totalitarismo nato dallo sviamento di una religione, l'altro è l'esasperazione di una lotta per una società non capitalista. Tra i due non c'è nessun collegamento, né una corrente che li unisca. L'unico elemento che li accomuna sarebbe l'estremismo combinato con l'intolleranza.
Molti musulmani innocenti sono caduti sotto i proiettili del terrorismo in nome dell'Islam. Questo flagello ha afflitto e continua ad affliggere il mondo e l'Europa in particolare. L'islamismo è questo, una religione di cui alcuni individui si impadroniscono interpretandola secondo i loro disegni criminali, nascondendosi dietro testi non capiti o estrapolati dal loro contesto.
Mescolare questo tentativo con un'ideologia militante di estrema sinistra è una grave manipolazione. Perché l'islamismo omicida è più simile a un'ideologia totalitaria come il fascismo, capace di passare all'azione commettendo degli assassinii in una società che rifiuta questo estremismo.
Come mai l'espressione ha preso piede e si è diffusa quasi naturalmente negli ambienti politici che vanno da Jean-Michel Blanquer, ministro dell'Educazione Nazionale, a Frédérique Vidal e anche nei media?
Visto dall'estero, questo rivela una sorta di ossessione per tutto ciò che riguarda l'Islam. Ma, quando si vuole far presto, si usa un linguaggio flash, una caricatura di certe idee dove si fa appello al sentimento piuttosto diffuso di diffidenza, per non dire di odio, verso l'Islam. Non ci sono più sfumature, non c'è più riflessione.
Non si tratta di difendere questa religione, ma di raggiungere un livello di indifferenza proprio di una laicità consapevole. Tutte le religioni hanno avuto le loro sette e le loro deviazioni. L'Islam non fa eccezione. Ma da lì a farne un pericolo che minaccia la repubblica, c'è una deriva di cui la Francia non ha bisogno.
Sottesa a questa idea c'è l'invenzione di un nemico, rappresentato come una "macchina da guerra" lanciata contro la Francia, i suoi valori, la sua laicità e anche le sue istituzioni. E questa macchina partirebbe dalle università.
Il governo ha chiesto al Cnrs (Centre National de la Recherche Scientifique) di indagare su ciò che sta accadendo nelle università. Ma è difficile fare un lavoro di ricerca scientifica su un concetto inventato da alcuni politici e ripreso da tutti i media.
La confusione tra Islam e islamismo è frequente. Non c'è più alcun tentativo di correggerla. Alcuni politici cercano di non cadere in questa trappola. Ma sanno che ciò che la maggioranza dei francesi non sopporta è la religione musulmana.
Una foto pubblicata recentemente sulle reti sociali mostra una cinquantina di donne, tutte velate di nero, con il burqa, che posano sulla esplanade del Trocadero con la Torre Eiffel in lontananza, tenendo un cartello: "La France de demain" (La Francia di domani). Dunque, tutte le donne di questo Paese saranno delle musulmane prigioniere di un'ideologia totalitaria. Il cliché è violento, ma la dice lunga sulle paure che stanno avvelenando l'idea che la gente si fa della religione musulmana.
È ovvio che l'Islam, veicolato in questa maniera da una minoranza che lo usa per rifiutare i valori della repubblica, è sempre più sfigurato, caricaturale e, soprattutto, spaventoso. Questa paura, che è legittima, non viene dalla religione musulmana, ma dall'ignoranza che coltiva l'odio e il razzismo.
Tuttavia, che cosa si può fare per liberare l'Islam da questo pantano? La stragrande maggioranza dei musulmani che vivono in Francia rimane in silenzio. Per pudore, per vergogna, perché non è abituata a scendere in piazza e a difendere le proprie idee.
Nel frattempo, Al Qaeda e Daesh si stanno ricostituendo in territori piombati nel caos come la Libia, l'Iraq o la Siria. I soldati dell'ipotetico "Stato islamico" reclutano degli adolescenti. Li preparano ad andare in Occidente per colpire persone innocenti. Questa sventura sta colpendo, attualmente, il Mali e la Nigeria. La bandiera nera sventola su quelle terre in nome di un Islam così deviato da assomigliare a un programma di distruzione di massa che non ha nulla a che vedere con l'ideologia di sinistra, sia essa moderata o estremista.
Traduzione di Luis E. Moriones