Una rivoluzione chiamata Joan Didion
di Michela Marzano , di Michela MarzanoLa grande narratrice americana è un’icona che ha dato voce alle donne. E al suo tempo. Robinson l’ha intervistata
"Chi sa di essere profondo si sforza di esser chiaro", scriveva Nietzsche nella Gaia Scienza sottolineando l'impostura di chi, volendo sembrare profondo, si inceppa nell'oscurità. Credo che non ci sia modo migliore per sintetizzare ciò che incarna, almeno ai miei occhi, Joan Didion, una delle più importanti scrittrici contemporanee, forse la più grande di tutte. Se esiste infatti una persona capace di essere al tempo stesso estremamente profonda e perfettamente chiara, elegante e corrosiva, capace di scandagliare l'animo umano e in grado di cogliere le peculiarità del proprio tempo, è senz'altro lei.
Nata a Sacramento nel 1934, Didion inizia a lavorare come copywriter per Vogue, ma rapidamente decide di cambiare lavoro e diventare giornalista. Comincia a scrivere per il New York Times, il New Yorker, la New York Review of Books e numerosi altri periodici. Si sposa con lo scrittore John Gregory Dunne e, nel corso degl…
Nata a Sacramento nel 1934, Didion inizia a lavorare come copywriter per Vogue, ma rapidamente decide di cambiare lavoro e diventare giornalista. Comincia a scrivere per il New York Times, il New Yorker, la New York Review of Books e numerosi altri periodici. Si sposa con lo scrittore John Gregory Dunne e, nel corso degl…
"Chi sa di essere profondo si sforza di esser chiaro", scriveva Nietzsche nella Gaia Scienza sottolineando l'impostura di chi, volendo sembrare profondo, si inceppa nell'oscurità. Credo che non ci sia modo migliore per sintetizzare ciò che incarna, almeno ai miei occhi, Joan Didion, una delle più importanti scrittrici contemporanee, forse la più grande di tutte. Se esiste infatti una persona capace di essere al tempo stesso estremamente profonda e perfettamente chiara, elegante e corrosiva, capace di scandagliare l'animo umano e in grado di cogliere le peculiarità del proprio tempo, è senz'altro lei.
Nata a Sacramento nel 1934, Didion inizia a lavorare come copywriter per Vogue, ma rapidamente decide di cambiare lavoro e diventare giornalista. Comincia a scrivere per il New York Times, il New Yorker, la New York Review of Books e numerosi altri periodici. Si sposa con lo scrittore John Gregory Dunne e, nel corso degli anni Settanta, oltre ai suoi celebri reportage - in cui mescola rigorose indagini e raffinate tecniche narrative al fine di raccontare le profonde contraddizioni dell'America - pubblica anche numerosi libri. Con Diglielo da parte mia (1977) e Democracy (1984), due tra i più bei romanzi americani del Novecento, Joan Didion trova una voce tutta sua per raccontare l'esistenza, sempre a metà strada tra l'impegno e la distanza, la percezione e l'osservazione. Trattando con semplicità temi estremamente complessi, e intrecciando la vita di ogni singolo personaggio con le vicende politiche e sociali dell'America, mai una volta la scrittrice si nasconde dietro frasi retoriche o barocche. Anzi. La lingua che utilizza sembra sempre lavorata con lo scalpello, come se solo le parole levigate potessero portare il lettore anche laddove non vorrebbe andare. In tutti i suoi libri, non c'è mai una parola fuori posto, mai la sensazione di perdersi in dettagli futili e pretestuosi. Bisogna a tratti concentrarsi per seguire i personaggi e non smarrirsi all'interno dei compositi puzzle che ci propone la scrittrice: gli eventi si incrociano, si accavallano, a tratti sembrano quasi contraddirsi. Ma alla fine, il senso profondo di ogni storia finisce sempre con l'imporsi, lasciando le lettrici e i lettori estasiati di fronte alla capacità che ha Didion di raccontare la fragilità dell'esistenza e la vanità dell'apparire.
È tuttavia con L'anno del pensiero magico, pubblicato in inglese nel 2005 e tradotto in italiano nel 2008, e con Blue Nights, uscito in Usa nel 2011 e l'anno successivo in Italia, che Joan Didion supera se stessa: in entrambi i libri, la scrittrice esce da ogni schema e, dopo essere stata una delle pioniere del New Journalism, diventa l'antesignana di un nuovo genere letterario. Raccontando la perdita improvvisa del marito, poi anche la morte della figlia, Didion ibrida, decostruisce, ricostruisce, divaga, ritrova il bandolo della matassa. Non si tratta né di fiction né di memoir né di saggi né di autobiografie, ma di tutte queste cose insieme. Come si fa d'altronde a parlare della morte di una figlia senza raccontare pezzi interi della propria esistenza, utilizzare gli strumenti della psicoanalisi e della filosofia, talvolta inventare, tanto quando si parla di sé si inventa sempre e la memoria oggettiva non è che l'ennesimo inganno? Come si fa a spiegare cosa significa sentire la terra che frana sotto i piedi, perdere ogni cosa e ricominciare nonostante tutto a scrivere e a vivere se non si rifiuta lo schema spesso asfittico delle fiction tradizionali? Come dice David L. Ulin, che cura l'opera della scrittrice per la Library of America: "Joan Didion ha aperto delle possibilità finora inaudite".
Ma Didion non ha solo rotto gli schemi letterari. La scrittrice ha anche offerto un modello di donna a tutto tondo alle nuove generazioni. Figlia, madre, moglie e giornalista, la scrittrice non ha mai esplicitamente preso parte all'attivismo femminista, ma è stata capace di fare, per le donne, ciò di cui ognuna di loro ha davvero bisogno: è stata un modello, un'icona, un esempio. Ha mostrato cosa significa scrivere di sé senza mai cedere al voyerismo; ha trovato le parole giuste per nominare il dolore più devastante e la forza che ci vuole per attraversare le tenebre; ha saputo intrecciare vita privata e vita pubblica, materiale personale e storia comune, analisi politica e scavo psicologico, rigore argomentativo e raffinatezza stilistica. "Notare il voluto anonimato dell'abbigliamento", scrive Didion in The White Album, uno dei suoi primi libri. "In gonna, body e calze passavo l'esame in tutti gli ambienti della cultura". Nonostante sia stato un "tubino di lino blu" - che indossava quando aveva 22 anni e si trovava su un set fotografico con Irving Penn - ad averle cambiato la vita, suggerendole la strada della scrittura. Perché la sua libertà di pensiero è passata anche attraverso il suo personalissimo stile nell'abbigliarsi, nel pettinarsi, nel posare davanti a una macchina fotografica o a una telecamera. Prova del fatto che, tra personalità e lavoro creativo, c'è spesso un legame molto forte. E che la scrittura raggiunge l'apice solo quando nasce dalla capacità di guardare, leggere, sentire e provare il mondo in cui si vive, si gioisce, talvolta si annega. Oltre che dall'urgenza di rendere testimonianza delle cose antiche, spiegando il presente e intuendo l'avvenire.
Nata a Sacramento nel 1934, Didion inizia a lavorare come copywriter per Vogue, ma rapidamente decide di cambiare lavoro e diventare giornalista. Comincia a scrivere per il New York Times, il New Yorker, la New York Review of Books e numerosi altri periodici. Si sposa con lo scrittore John Gregory Dunne e, nel corso degli anni Settanta, oltre ai suoi celebri reportage - in cui mescola rigorose indagini e raffinate tecniche narrative al fine di raccontare le profonde contraddizioni dell'America - pubblica anche numerosi libri. Con Diglielo da parte mia (1977) e Democracy (1984), due tra i più bei romanzi americani del Novecento, Joan Didion trova una voce tutta sua per raccontare l'esistenza, sempre a metà strada tra l'impegno e la distanza, la percezione e l'osservazione. Trattando con semplicità temi estremamente complessi, e intrecciando la vita di ogni singolo personaggio con le vicende politiche e sociali dell'America, mai una volta la scrittrice si nasconde dietro frasi retoriche o barocche. Anzi. La lingua che utilizza sembra sempre lavorata con lo scalpello, come se solo le parole levigate potessero portare il lettore anche laddove non vorrebbe andare. In tutti i suoi libri, non c'è mai una parola fuori posto, mai la sensazione di perdersi in dettagli futili e pretestuosi. Bisogna a tratti concentrarsi per seguire i personaggi e non smarrirsi all'interno dei compositi puzzle che ci propone la scrittrice: gli eventi si incrociano, si accavallano, a tratti sembrano quasi contraddirsi. Ma alla fine, il senso profondo di ogni storia finisce sempre con l'imporsi, lasciando le lettrici e i lettori estasiati di fronte alla capacità che ha Didion di raccontare la fragilità dell'esistenza e la vanità dell'apparire.
È tuttavia con L'anno del pensiero magico, pubblicato in inglese nel 2005 e tradotto in italiano nel 2008, e con Blue Nights, uscito in Usa nel 2011 e l'anno successivo in Italia, che Joan Didion supera se stessa: in entrambi i libri, la scrittrice esce da ogni schema e, dopo essere stata una delle pioniere del New Journalism, diventa l'antesignana di un nuovo genere letterario. Raccontando la perdita improvvisa del marito, poi anche la morte della figlia, Didion ibrida, decostruisce, ricostruisce, divaga, ritrova il bandolo della matassa. Non si tratta né di fiction né di memoir né di saggi né di autobiografie, ma di tutte queste cose insieme. Come si fa d'altronde a parlare della morte di una figlia senza raccontare pezzi interi della propria esistenza, utilizzare gli strumenti della psicoanalisi e della filosofia, talvolta inventare, tanto quando si parla di sé si inventa sempre e la memoria oggettiva non è che l'ennesimo inganno? Come si fa a spiegare cosa significa sentire la terra che frana sotto i piedi, perdere ogni cosa e ricominciare nonostante tutto a scrivere e a vivere se non si rifiuta lo schema spesso asfittico delle fiction tradizionali? Come dice David L. Ulin, che cura l'opera della scrittrice per la Library of America: "Joan Didion ha aperto delle possibilità finora inaudite".
Ma Didion non ha solo rotto gli schemi letterari. La scrittrice ha anche offerto un modello di donna a tutto tondo alle nuove generazioni. Figlia, madre, moglie e giornalista, la scrittrice non ha mai esplicitamente preso parte all'attivismo femminista, ma è stata capace di fare, per le donne, ciò di cui ognuna di loro ha davvero bisogno: è stata un modello, un'icona, un esempio. Ha mostrato cosa significa scrivere di sé senza mai cedere al voyerismo; ha trovato le parole giuste per nominare il dolore più devastante e la forza che ci vuole per attraversare le tenebre; ha saputo intrecciare vita privata e vita pubblica, materiale personale e storia comune, analisi politica e scavo psicologico, rigore argomentativo e raffinatezza stilistica. "Notare il voluto anonimato dell'abbigliamento", scrive Didion in The White Album, uno dei suoi primi libri. "In gonna, body e calze passavo l'esame in tutti gli ambienti della cultura". Nonostante sia stato un "tubino di lino blu" - che indossava quando aveva 22 anni e si trovava su un set fotografico con Irving Penn - ad averle cambiato la vita, suggerendole la strada della scrittura. Perché la sua libertà di pensiero è passata anche attraverso il suo personalissimo stile nell'abbigliarsi, nel pettinarsi, nel posare davanti a una macchina fotografica o a una telecamera. Prova del fatto che, tra personalità e lavoro creativo, c'è spesso un legame molto forte. E che la scrittura raggiunge l'apice solo quando nasce dalla capacità di guardare, leggere, sentire e provare il mondo in cui si vive, si gioisce, talvolta si annega. Oltre che dall'urgenza di rendere testimonianza delle cose antiche, spiegando il presente e intuendo l'avvenire.