Roma, marzo 1513. Il cardinale Giovanni de’ Medici è eletto Papa e prende il nome di Leone X. Avendo ereditato dal padre Lorenzo il Magnifico la passione per le arti e il culto dell’antico, Leone imprime un’ulteriore accelerazione all’ambizioso progetto del suo predecessore Giulio II Della Rovere di trasformare la basilica di San Pietro e l’intero complesso di edifici vaticani in un’abbagliante acropoli degna di emulare i fasti della Roma dei Cesari. A guidare quest’audace Renovatio Urbis è Raffaello, cui il Papa, oltre ai molteplici incarichi di pittura nei Sacri Palazzi, alla morte di Bramante (aprile 1514), affida anche il compito di architetto della Fabbrica di San Pietro. Nel palazzo romano in cui Leone X abitava da cardinale, oggi noto come Palazzo Madama, abita sua cognata Alfonsina Orsini, vedova del fratello del Papa Piero de’ Medici, e madre di Lorenzo, che alla morte del padre gli è subentrato nella Signoria di Firenze e si fa chiamare il Magnifico come il nonno.
Nel settembre 1514 Roma è messa a rumore dal clamoroso ritrovamento di statue antiche, grandi poco meno del “naturale”, emerse dallo scavo finanziato da Alfonsina per ricavare una cantina in un convento di monache nei paraggi del Pantheon, di cui è patrona. Subito viene messo a parte della notizia il figlio Lorenzo che è a Firenze, tramite una lettera spedita al segretario del Magnifico dal banchiere Filippo Strozzi, genero di Alfonsina, che annuncia il colpo di fortuna. Maggiori particolari si ricavano dal manoscritto Urbis Antiquitates, in cui un giovane viaggiatore lionese, Claude de Bellièvre, elenca tutte le statue antiche che ha potuto ammirare a Roma. In un giorno imprecisato del 1514, il francese visita Palazzo Madama, dove Alfonsina ha trasferito il frutto del suo felice “investimento”.
Dallo scavo sono nel frattempo emerse anche altre due statue, una delle quali è stata inviata al Papa, che l’ha esposta nel Belvedere vaticano. De Bellièvre, nel solco della convinzione che i marmi raffigurino la leggendaria disfida narrata da Tito Livio interpreta la scultura donata a Leone come il superstite e vincitore, Marco Orazio. Le altre sette, invece, rappresentano singoli guerrieri feriti e soccombenti o già morti. Sola eccezione «una bella donna» che giace esanime, sopra la quale un neonato tenta invano di succhiarle il latte da un seno. Destinato a divenire un topos altamente patetico riproposto per secoli, questo gruppo statuario è ricondotto a forza da Bellièvre entro la cornice del racconto liviano, identificando la donna con la sorella degli Orazi, che invece di esultare, si dispera per la morte dell’amato Curiazio e viene trucidata dal fratello vincitore. Nonostante questa ed altre incongruità rispetto al testo di Livio, la falsa convinzione che quei marmi rappresentassero gli Orazi e Curiazi resistette ancora per qualche decennio, fino a quando la verità storica s’impose.
Da tempo, infatti, sappiamo che il gruppo faceva parte di un monumento eretto da Agrippa (fine I sec. a.C.) o da Adriano (117-138 d.C.), che riproduceva in marmo i perduti bronzi greci del Piccolo Donario Attalide sull’Acropoli di Atene, un ex voto risalente a circa il 200 a. C., voluto da Attalo I, re di Pergamo, per celebrare la sua vittoria sui Galati, un popolo di origine celtica definito da Pausania «il più potente e bellicoso che allora viveva in Asia». A sua volta, il Piccolo Donario ateniese riproduceva a due terzi del “vero” i colossali gruppi statuari in bronzo del Grande Donario, fatto realizzare sull’acropoli di Pergamo da Attalo poco dopo la vittoria. Anche questi bronzi sono andati perduti, ma ne abbiamo eccellenti copie in marmo di età romana, le più famose delle quali, rinvenute all’inizio del Seicento, rappresentano il Galata suicida, da intendere come il re che è in atto di trafiggersi dopo aver ucciso con la propria spada la moglie che gli è accanto, e il suo araldo, ovvero il Galata morente dei Musei Capitolini.
Si deve a Filippo Coarelli la ricostruzione più verosimile sia del Piccolo che del Grande donario, interpretati come gruppi statuari che esaltano la gloria del trionfo di Attalo, rappresentando la fierezza e dignità con cui i vinti avevano affrontato la morte pur di non arrendersi. Quattro dei sette marmi dello scavo nel convento delle monache sono confluiti nel Museo Archeologico di Napoli grazie all’eredità Farnese, gli altri tre sono uno in Vaticano, uno al Louvre e il terzo ad Aix-en-Provence. L’intera vicenda è rievocata da Claudia La Malfa nel saggio Raffaello e la rivoluzione dell’antico (Bur).
Già perché l’artista di fiducia del Papa fu tra i primi a studiare quei marmi, come dimostrano una serie di disegni suoi e del suo entourage, che l’autrice ha individuato ed esaminato. Fogli che confermano l’attitudine di Raffaello ad appropriarsi attraverso il disegno della maestria anatomica ed espressiva della statuaria antica, per poi servirsene con grande libertà nelle sue composizioni. Negli ultimi decenni la storiografia si era dimenticata della lettera di Strozzi e di De Bellièvre. Rispolverandoli e preannunciando un’edizione critica dell’Urbis Antiquitates, La Malfa dimostra che l’impatto su Raffaello di quei marmi determinò una svolta nell’artista, proprio mentre stava dipingendo la Stanza di Eliodoro, cominciata sotto Giulio II, con modifiche iconografiche rese necessarie dall’aggiunta di insegne e criptoritratti di Leone X.
La Stanza è disseminata di citazioni dei Galati: l’Eliodoro dell’affresco che le dà il nome deriva da un disegno del maestro, tratto dal Galata morente, e anche i soldati nel notturno con la Liberazione di Pietro riecheggiano i marmi di Alfonsina. Con questi e molti altri riscontri in coeve opere del Sanzio e della sua cerchia irrompe fin dal 1514 nella produzione raffaellesca il pathos del “Barocco pergameno”.
Alla luce di questa acquisizione andrà ripensata non solo l’idea che ci eravamo fatta di quella Stanza, ma l’intera evoluzione stilistica del Raffaello leonino. Ecco perché l’importante tassello introdotto da La Malfa, va considerato il primo importante contributo al progresso degli studi, che sigilla le celebrazioni del quinto centenario appena concluso.