Il Telefono di Bell Gardia, in Giappone, permette ai sopravvissuti di ricostruire una relazione con i loro cari morti nel disastro nucleare e nello tsunami di dieci anni fa. Ancora oggi
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Da tutte le parti del mondo convogliano a Bell Gardia quelli che in giapponese vengono chiamati izoku, i "rimasti". Tanti sono i sopravvissuti del disastro del Tohoku del 2011, ma - a dieci anni da quel giorno - oggi buona parte dei pellegrini sono madri e padri che hanno perso un figlio, altri che sono rimasti senza un fratello o una sorella, un cugino o un amico. Vengono da zone remote del Giappone, dall'America, dall'Europa, dalle nazioni più disparate dell'Asia, dall'Oceania. Fluiscono tutti al Telefono del Vento come fiumi caduti in un mare soltanto, per parlare con amati scomparsi per malattia, anzianità, suicidio, guerra, tsunami.
Al Telefono del Vento le persone vanno a parlare con i loro cari, danno notizie, chiedono "Dove sei?".
Secondo le parole di Sasaki Itaru, il creatore e custode di questo luogo meraviglioso, si costruisce una nuova storia, una diversa rel…!-->!-->
Da tutte le parti del mondo convogliano a Bell Gardia quelli che in giapponese vengono chiamati izoku, i "rimasti". Tanti sono i sopravvissuti del disastro del Tohoku del 2011, ma - a dieci anni da quel giorno - oggi buona parte dei pellegrini sono madri e padri che hanno perso un figlio, altri che sono rimasti senza un fratello o una sorella, un cugino o un amico. Vengono da zone remote del Giappone, dall'America, dall'Europa, dalle nazioni più disparate dell'Asia, dall'Oceania. Fluiscono tutti al Telefono del Vento come fiumi caduti in un mare soltanto, per parlare con amati scomparsi per malattia, anzianità, suicidio, guerra, tsunami.
Al Telefono del Vento le persone vanno a parlare con i loro cari, danno notizie, chiedono "Dove sei?".
Secondo le parole di Sasaki Itaru, il creatore e custode di questo luogo meraviglioso, si costruisce una nuova storia, una diversa relazione con i defunti. "La vita è un lampo", mi ha detto la mattina di novembre che - partita all'alba da Tokyo con mio marito - sono andata a trovarlo a ?tsuchi, sulla montagna della Balena Kujira-yama. Quel che affidiamo al vento (Piemme), il romanzo che avevo ambientato proprio al Telefono del Vento, stava per uscire in Italia, i diritti di traduzione erano già stati acquisiti in tutto il mondo. Sentivo il bisogno di incontrarlo. "È normale che le relazioni le si mantenga quando uno dei due muore. Anzi, vivere contemporaneamente è, come dire, una fortuna".
È una sovrapposizione piuttosto di linee la vita, e delle tante che adesso sono in corso, nessuna è perfettamente allineata all'altra. Qualcuno, sempre, verrà a mancare prima - dove mesi, dove decenni. Grazie a questo, però, concepiamo allora l'idea di prenderci tutti cura, a fasi alterne, gli uni degli altri.
Il Telefono del Vento lo testimonia. Che viviamo facendo staffetta dei giorni, dei tratti del volto, dei sentimenti.
Andare al Telefono del Vento è stata un'esperienza che mi ha cambiato la vita. Ricordo, come li rivivessi ora, frammenti della nostra conversazione.
"Il Telefono del Vento, per come lo abbiamo concepito, è quel luogo in cui il pensiero diventa parola" disse Sasaki-san.
"Perché certe cose, solo a dirle, si capiscono a fondo...".
"Esattamente. Bisogna mettere ordine nei propri sentimenti per parlare con un altro, una terza persona. Il salto avviene nel linguaggio, nella parola."
Pensai che in fondo fosse un po' come vivere in un paese straniero, prepararsi nella testa le frasi da dire entrando in un negozio, in un ufficio, chiamare a raccolta le parole prima di usarle. È una cosa che a distanza di oltre quindici anni di vita in Giappone faccio ancora.
"Ho letto nel suo libro la testimonianza di quella donna che perse il marito durante il disastro del 2011 e che lavorava nella sanità pubblica. In quei giorni tremendi non faceva che ripetere a tutti "Va bene piangere, piangete pure, liberatevi nel pianto"".
"Eppure non era mai riuscita a rivolgere a se stessa quelle parole. Già...".
Mentre Sasaki-san parlava, mi tornò alla mente una formula udita decine di volte negli anni, dalle bocche più disparate: "è un tratto nazionale dei giapponesi la sopportazione". Gaman-duyoi che è la pazienza, la resistenza, la tolleranza. Ho sempre pensato fosse una virtù. Dopo il disastro ne ho capito anche il rischio. Le parole le assorbe il corpo e si fa malattia.
Nel libro la donna raccontava della lentezza acquisita nel lutto, della percezione netta d'avere la testa invasa dal fumo. Come se tutti intorno si muovessero a una velocità eccessiva, sproporzionata alla sua capacità di stare al passo. Del Telefono del Vento disse: "Ne venni a sapere dalla tv, mi parve un luogo vicino al Paradiso. Fu uscendo dalla cabina, quando incontrai i coniugi Sasaki, che raccontai cosa mi aveva portato là. Mi parve di ascoltarmi per la prima volta. Sentivo uscire le parole dalla mia bocca e mi dicevo sorpresa "ecco cosa pensavi, ecco cosa stavi provando"".
"Il Telefono del Vento collega e insieme mette ordine tra le due dimensioni, quella di qua e quella di là."
"Quella donna disse che fu allora che riuscì finalmente a mettere ordine nelle sue emozioni."
Mettere ordine, la cosa più complicata. Come decidi gli insiemi? Come si sistema la rabbia e la gioia, devono stare vicine o lontane dalla speranza?
"Questo è un luogo in cui concentrarsi sul pensiero della persona amata e perduta" aggiunse Sasaki-san. Ricordo mi fermai sulla parola amata. Perché solo chi ha amato soffre così.
"Le persone tornano a Bell Gardia?"
"Sì, certo. Alcuni vengono periodicamente a portare notizie ai propri cari."
"Notizie?".
"È normale, la narrazione continua".
"Il Telefono del Vento può davvero cambiare la vita alle persone... ricordo lessi nel suo libro la testimonianza di Miura-san, il cameraman che qui è venuto più e più volte".
"Fu solo la terza volta che Miura-sa venne, che ci parlò del suicidio del padre. La quarta volta, venne con una donna. "Ci siamo sposati" ci disse".
"La felicità, finalmente...".
"Sì, aveva tutta un'altra espressione sulla faccia".
"Ho letto che le disse: "La mia vita è cambiata profondamente dopo l'incontro con Lei. Grazie di cuore"".
"Sì, lo disse, ma io penso che sia stato solo merito suo, merito dei tanti fallimenti di cui ha fatto esperienza. Gli insuccessi sono questo, occasioni per cambiare se stessi."
"Era riuscito a parlare finalmente a parlare col padre, a risolversi".
L'autrice e i libri. Laura Imai Messina ha scritto tra gli altri Quel che affidiamo al vento (Piemme) e Goro Goro (Salani)