Emilio Gentile: "Senza memoria, l'unità nazionale è in pericolo"
di Simonetta Fiori , di Simonetta FioriIl 17 marzo è il compleanno dell'Italia, ma molti lo ignorano. Lo storico spiega perché dimenticare il Risorgimento è un errore, ancora più grande nel momento in cui alle vecchie diseguaglianze si sommano le fratture prodotte dal Covid
Il 17 marzo è il compleanno dell’Italia, ma quanti italiani lo sanno? “E’ stata la festa di una sola occasione, dieci anni fa. Peraltro una festa contestata da una parte delle forze politiche al governo. E non è mai entrata nel nostro calendario civile”. Emilio Gentile è lo storico italiano che da più tempo studia la questione nazionale. Se ne occupava anche quando i temi della patria e della nazione “non erano ritenuti degni di considerazione storiografica”, e farne oggetto di indagine “poteva suscitare il sospetto di nostalgie destrorse”. I suoi libri sul fascismo e sulla religione della politica, tradotti in tutto il mondo, ci aiutano a comprendere le incompiutezze della vicenda nazionale. Ed è sua la formula “italiani senza padri” con cui Laterza titolò una lunga riflessione sul nostro pessimo rapporto con gli antenati patrioti. “Il nostro è un Risorgimento senz…
Il 17 marzo è il compleanno dell’Italia, ma quanti italiani lo sanno? “E’ stata la festa di una sola occasione, dieci anni fa. Peraltro una festa contestata da una parte delle forze politiche al governo. E non è mai entrata nel nostro calendario civile”. Emilio Gentile è lo storico italiano che da più tempo studia la questione nazionale. Se ne occupava anche quando i temi della patria e della nazione “non erano ritenuti degni di considerazione storiografica”, e farne oggetto di indagine “poteva suscitare il sospetto di nostalgie destrorse”. I suoi libri sul fascismo e sulla religione della politica, tradotti in tutto il mondo, ci aiutano a comprendere le incompiutezze della vicenda nazionale. Ed è sua la formula “italiani senza padri” con cui Laterza titolò una lunga riflessione sul nostro pessimo rapporto con gli antenati patrioti. “Il nostro è un Risorgimento senza eredi, nel senso che nel paese è difficile rintracciare idee, comportamenti e mentalità riconducibili al movimento nazionale da cui trasse origine l’Italia unita”, sosteneva lo studioso dieci anni fa.
E oggi professore è cambiato qualcosa? O il nostro rapporto con i padri è addirittura peggiorato?
“Direi che non siamo molto diversi rispetto alle celebrazioni del 2011. Forse è cambiata la qualità del sentimento con cui liquidiamo il Risorgimento. Se prima c’era la ripicca, il rifiuto esplicito degli artefici dell’Unità d’Italia – si ricorda le proteste della Lega che sbeffeggiava il tricolore? – oggi interviene l’oblio, la pietra tombale della dimenticanza. Alle ragioni storiche che hanno contribuito ad allontanarci da quelle radici – l’eccesso di patriottismo celebrativo fino al secondo dopoguerra, la Questione romana, il mito perpetuo di un movimento nazionale che ha distrutto il florido paradiso del Regno delle Due Sicilie – si aggiunge la complessità di un mondo contemporaneo che non è più riferibile alle deficienze della storia d’Italia di centosessant’anni fa”.
Si riferisce alla crisi dello Stato nazionale, che non è più solo una specificità italiana?
“Gli uomini del Risorgimento appartengono a un mondo in cui lo sviluppo e l’emancipazione si potevano concepire entro i confini nazionali, mentre oggi viviamo, pensiamo e progettiamo in una dimensione globale. Ovunque è stato messo in crisi un modello di collettività organizzata prosperato dal principio dell’Ottocento fino alla fine del XX secolo. E questa crisi dello Stato nazionale ha a che fare con la crisi della rappresentanza democratica. Da questo punto di vista mi sentirei di dire che è l’Occidente che si sta italianizzando, non viceversa, se penso a quello che è successo due mesi fa negli Stati Uniti: l’assalto di massa all’edificio simbolo del potere democratico, aizzato da un ex presidente che ha rappresentato per quattro anni larga parte dei cittadini americani”.
Perché parla di un modello italiano? Da noi non c’è mai stato un assalto diretto alle istituzioni.
“Certo non sono stati assaliti né Montecitorio né il Quirinale. Ma in questi dieci anni abbiamo assistito a un aggravamento della crisi del sistema democratico con l’emergere di forze populiste e la frantumazione dei partiti eredi della tradizione repubblicana e costituzionale. E non è un caso che da Ciampi a Mattarella, passando per Napolitano, le alte cariche dello Stato si siano richiamate costantemente al patriottismo costituzionale ripreso di recente dal premier Mario Draghi: in questo appello ricorrente c’è la consapevolezza di un tessuto civile sfilacciato e di un pessimo rapporto con la nostra storia repubblicana, con la Costituzione che sarà pure la più bella del mondo ma non è ancora costume civico, come intendeva Massimo d’Azeglio con “fare gli italiani”. Richiamare il Risorgimento, quando si parla di Italia repubblicana, non è una questione di pignoleria storiografica. Fu quel movimento nazionale che, con la creazione dello Stato italiano, pose le condizioni per una convivenza civile e democratica”.
Lei prima faceva riferimento alle minacce separatiste della Lega dieci anni fa. Oggi lo stesso partito si presenta convertito a un acceso nazionalismo che lo avvicina alle destre sovraniste dell’Est europeo. Un tempo celebrava l’ampolla con le acque del Po, oggi grida “prima gli italiani”.
“Agisce una sorta di mimetismo esterofilo che si ripete spesso nella storia d’Italia: Prima gli italiani è una caricatura di American first. Ma certo la rapidità della conversione dal secessionismo al sovranismo lascia prevedere anche la reversibilità di questi facili cambiamenti”.
Dopo il discorso di insediamento di Draghi, anche da parte della Lega ci sono stati interventi “nazionalpatriottici” con richiami risorgimentali in funzione antieuropea: vigileremo – questo più o meno il messaggio – perché il premier non tradisca l’Italia cedendo a Bruxelles. Anche qui un travisamento della storia.
“L’ignoranza impedisce di sapere che Risorgimento è stato il momento più europeo della storia d’Italia. Tutti i suoi artefici erano figli di una cultura cosmopolita. E proprio centocinquant’anni fa, quando si decise di trasferire a Roma la capitale del giovane Stato italiano nella contrarietà di molti paesi stranieri che utilizzavano la popolazione di fede cattolica per polemizzare contro l’Italia, i nostri governanti dicevano: noi non possiamo nulla senza il consenso dell’Europa perché noi siamo l’Europa. I neoconvertiti parlano del Risorgimento senza sapere cosa è stato veramente”.
Prima le ho chiesto qual è il nostro rapporto con i padri risorgimentali. Ora le domando: ma quei patrioti riconoscerebbero gli italiani di oggi come loro figli?
“Ma io credo che neppure gli italiani di oggi si riconoscano come eredi di se stessi. Forse oggi potremmo scrivere un nuovo libro: “Italiani senza figli”. Siamo a una svolta radicale della storia non solo italiana. Non era mai accaduto che l’intera popolazione mondiale vivesse in una sorta di reclusione domestica per oltre un anno. Questo provocherà importanti cambiamenti dagli esiti imprevedibili che lascio volentieri agli storici del futuro”.
Che cosa immagina?
“La pandemia ha funzionato come evidenziatore di gravi problemi su cui sarà necessario intervenire. Il primo riguarda il rapporto tra Stato centrale e cosiddetti governatori: ci siamo adoperati per trent’anni per favorire un processo autonomistico che avvicinasse i cittadini alle istituzioni locali, ma ora mi pare che occorra correggere radicalmente il rapporto tra amministrazione centrale e regioni. Il virus ha avuto l’effetto di spazzare via il mito delle regioni più avanzate, più moderne e più efficienti. E lo Stato ha rivendicato la sua centralità”.
L’altra questione?
“Il vuoto culturale prodotto dalla sospensione della didattica in presenza: in un paese già fortemente afflitto dall’analfabetismo di ritorno, potrebbe avere conseguenze molto serie. E poi le nuove fratture prodotte dal Covid, che si aggiungono alle vecchie diseguaglianze. Temo che, una volta esaurita l’emergenza sanitaria, tutto questo possa venire usato sul piano della lotta politica. E allora vedremo cosa resterà dell’unità nazionale sancita in questi mesi. E cosa faranno le forze che si sono fulmineamente convertite all’europeismo. La storia è una grande improvvisatrice di problemi, ma gli uomini sono meno capaci della storia nell’improvvisare soluzioni adeguate ed efficaci. Pensiamo all’incapacità di prevenire i non improbabili rischi di epidemie, smantellando la sanità pubblica”.
Con il nuovo lockdown, il tricolore è tornato sui balconi. Lei professore crede poco a questa rinnovata esplosione patriottica?
“A me pare che il nostro nuovo tricolore sia il rosso giallo arancione, le fasce colorate in cui è divisa la penisola. Non mi piace fare il pessimista, ma penso che quelle bandiere dicano tanto degli italiani, che sono facili all’entusiasmo ma sono altrettanto facili all’oblio. Ci dimentichiamo facilmente del passato. Liquidiamo rapidamente le emozioni positive e i buoni propositi. Pensi a quel che sta accadendo con il vaccino: intere categorie cercano di saltare la fila delle vaccinazioni. Il presidente della Repubblica ha aspettato diligentemente il suo turno: ma la normalità del suo gesto – normale per chi rispetta le regole di una civile comunità – diventa l’eccezione esemplare”.
Sta dicendo che siamo lontani da una possibilità di rigenerazione, che è poi il significato più profondo del Risorgimento?
“Vorrei tanto augurarmelo. Il riscatto civile sarà davvero compiuto quando sarà realizzato l’articolo 3 dalla Costituzione, quello che impone la rimozione degli ostacoli all’eguaglianza tra cittadini, senza distinzioni di sesso, di lingua, di religione, di colore di pelle, di condizioni personali e sociali. Non ci siamo riusciti in oltre settant’anni, figuriamoci dopo una pandemia. Temo che il processo richiederà tempi molto lunghi”.
E oggi professore è cambiato qualcosa? O il nostro rapporto con i padri è addirittura peggiorato?
“Direi che non siamo molto diversi rispetto alle celebrazioni del 2011. Forse è cambiata la qualità del sentimento con cui liquidiamo il Risorgimento. Se prima c’era la ripicca, il rifiuto esplicito degli artefici dell’Unità d’Italia – si ricorda le proteste della Lega che sbeffeggiava il tricolore? – oggi interviene l’oblio, la pietra tombale della dimenticanza. Alle ragioni storiche che hanno contribuito ad allontanarci da quelle radici – l’eccesso di patriottismo celebrativo fino al secondo dopoguerra, la Questione romana, il mito perpetuo di un movimento nazionale che ha distrutto il florido paradiso del Regno delle Due Sicilie – si aggiunge la complessità di un mondo contemporaneo che non è più riferibile alle deficienze della storia d’Italia di centosessant’anni fa”.
Si riferisce alla crisi dello Stato nazionale, che non è più solo una specificità italiana?
“Gli uomini del Risorgimento appartengono a un mondo in cui lo sviluppo e l’emancipazione si potevano concepire entro i confini nazionali, mentre oggi viviamo, pensiamo e progettiamo in una dimensione globale. Ovunque è stato messo in crisi un modello di collettività organizzata prosperato dal principio dell’Ottocento fino alla fine del XX secolo. E questa crisi dello Stato nazionale ha a che fare con la crisi della rappresentanza democratica. Da questo punto di vista mi sentirei di dire che è l’Occidente che si sta italianizzando, non viceversa, se penso a quello che è successo due mesi fa negli Stati Uniti: l’assalto di massa all’edificio simbolo del potere democratico, aizzato da un ex presidente che ha rappresentato per quattro anni larga parte dei cittadini americani”.
Perché parla di un modello italiano? Da noi non c’è mai stato un assalto diretto alle istituzioni.
“Certo non sono stati assaliti né Montecitorio né il Quirinale. Ma in questi dieci anni abbiamo assistito a un aggravamento della crisi del sistema democratico con l’emergere di forze populiste e la frantumazione dei partiti eredi della tradizione repubblicana e costituzionale. E non è un caso che da Ciampi a Mattarella, passando per Napolitano, le alte cariche dello Stato si siano richiamate costantemente al patriottismo costituzionale ripreso di recente dal premier Mario Draghi: in questo appello ricorrente c’è la consapevolezza di un tessuto civile sfilacciato e di un pessimo rapporto con la nostra storia repubblicana, con la Costituzione che sarà pure la più bella del mondo ma non è ancora costume civico, come intendeva Massimo d’Azeglio con “fare gli italiani”. Richiamare il Risorgimento, quando si parla di Italia repubblicana, non è una questione di pignoleria storiografica. Fu quel movimento nazionale che, con la creazione dello Stato italiano, pose le condizioni per una convivenza civile e democratica”.
Lei prima faceva riferimento alle minacce separatiste della Lega dieci anni fa. Oggi lo stesso partito si presenta convertito a un acceso nazionalismo che lo avvicina alle destre sovraniste dell’Est europeo. Un tempo celebrava l’ampolla con le acque del Po, oggi grida “prima gli italiani”.
“Agisce una sorta di mimetismo esterofilo che si ripete spesso nella storia d’Italia: Prima gli italiani è una caricatura di American first. Ma certo la rapidità della conversione dal secessionismo al sovranismo lascia prevedere anche la reversibilità di questi facili cambiamenti”.
Dopo il discorso di insediamento di Draghi, anche da parte della Lega ci sono stati interventi “nazionalpatriottici” con richiami risorgimentali in funzione antieuropea: vigileremo – questo più o meno il messaggio – perché il premier non tradisca l’Italia cedendo a Bruxelles. Anche qui un travisamento della storia.
“L’ignoranza impedisce di sapere che Risorgimento è stato il momento più europeo della storia d’Italia. Tutti i suoi artefici erano figli di una cultura cosmopolita. E proprio centocinquant’anni fa, quando si decise di trasferire a Roma la capitale del giovane Stato italiano nella contrarietà di molti paesi stranieri che utilizzavano la popolazione di fede cattolica per polemizzare contro l’Italia, i nostri governanti dicevano: noi non possiamo nulla senza il consenso dell’Europa perché noi siamo l’Europa. I neoconvertiti parlano del Risorgimento senza sapere cosa è stato veramente”.
Prima le ho chiesto qual è il nostro rapporto con i padri risorgimentali. Ora le domando: ma quei patrioti riconoscerebbero gli italiani di oggi come loro figli?
“Ma io credo che neppure gli italiani di oggi si riconoscano come eredi di se stessi. Forse oggi potremmo scrivere un nuovo libro: “Italiani senza figli”. Siamo a una svolta radicale della storia non solo italiana. Non era mai accaduto che l’intera popolazione mondiale vivesse in una sorta di reclusione domestica per oltre un anno. Questo provocherà importanti cambiamenti dagli esiti imprevedibili che lascio volentieri agli storici del futuro”.
Che cosa immagina?
“La pandemia ha funzionato come evidenziatore di gravi problemi su cui sarà necessario intervenire. Il primo riguarda il rapporto tra Stato centrale e cosiddetti governatori: ci siamo adoperati per trent’anni per favorire un processo autonomistico che avvicinasse i cittadini alle istituzioni locali, ma ora mi pare che occorra correggere radicalmente il rapporto tra amministrazione centrale e regioni. Il virus ha avuto l’effetto di spazzare via il mito delle regioni più avanzate, più moderne e più efficienti. E lo Stato ha rivendicato la sua centralità”.
L’altra questione?
“Il vuoto culturale prodotto dalla sospensione della didattica in presenza: in un paese già fortemente afflitto dall’analfabetismo di ritorno, potrebbe avere conseguenze molto serie. E poi le nuove fratture prodotte dal Covid, che si aggiungono alle vecchie diseguaglianze. Temo che, una volta esaurita l’emergenza sanitaria, tutto questo possa venire usato sul piano della lotta politica. E allora vedremo cosa resterà dell’unità nazionale sancita in questi mesi. E cosa faranno le forze che si sono fulmineamente convertite all’europeismo. La storia è una grande improvvisatrice di problemi, ma gli uomini sono meno capaci della storia nell’improvvisare soluzioni adeguate ed efficaci. Pensiamo all’incapacità di prevenire i non improbabili rischi di epidemie, smantellando la sanità pubblica”.
Con il nuovo lockdown, il tricolore è tornato sui balconi. Lei professore crede poco a questa rinnovata esplosione patriottica?
“A me pare che il nostro nuovo tricolore sia il rosso giallo arancione, le fasce colorate in cui è divisa la penisola. Non mi piace fare il pessimista, ma penso che quelle bandiere dicano tanto degli italiani, che sono facili all’entusiasmo ma sono altrettanto facili all’oblio. Ci dimentichiamo facilmente del passato. Liquidiamo rapidamente le emozioni positive e i buoni propositi. Pensi a quel che sta accadendo con il vaccino: intere categorie cercano di saltare la fila delle vaccinazioni. Il presidente della Repubblica ha aspettato diligentemente il suo turno: ma la normalità del suo gesto – normale per chi rispetta le regole di una civile comunità – diventa l’eccezione esemplare”.
Sta dicendo che siamo lontani da una possibilità di rigenerazione, che è poi il significato più profondo del Risorgimento?
“Vorrei tanto augurarmelo. Il riscatto civile sarà davvero compiuto quando sarà realizzato l’articolo 3 dalla Costituzione, quello che impone la rimozione degli ostacoli all’eguaglianza tra cittadini, senza distinzioni di sesso, di lingua, di religione, di colore di pelle, di condizioni personali e sociali. Non ci siamo riusciti in oltre settant’anni, figuriamoci dopo una pandemia. Temo che il processo richiederà tempi molto lunghi”.