Le classifiche delle università generano disuguaglianze
di Francesco Ferrante , di Francesco FerranteContinua il dibattito aperto su Repubblica da un articolo del 17 marzo scorso di Tito Boeri e Roberto Perotti sui finanziamenti alla ricerca migliore. Interviene qui il pro rettore dell'Università di Cassino contrario ad usare i ranking per attribuire risorse
Le statistiche internazionali ci dicono che il problema centrale del nostro Paese non è la qualità della ricerca universitaria (in termini di pubblicazioni ad alto impatto citazionale e di produttività della ricerca siamo tra i primi posti al mondo) e non vi è alcuna evidenza che la qualità dei nostri laureati sia inferiore a quella degli altri Paesi. Le stesse statistiche ci dicono anche che il nostro è un sistema universitario fortemente sottofinanziato al punto che, ad esempio, un laureato italiano, a parità di potere d'acquisto, costa la metà di un laureato tedesco (si immagini di pretendere da una casa automobilistica italiana di produrre veicoli della stessa qualità di quelli tedeschi a metà del costo...). Sicuramente, ci sono sacche di inefficienza e comportamenti non meritocratici che vanno perseguiti, ma i risultati complessivi non sono poi così cattivi. Anche perché l'Italia soffre di…
Le statistiche internazionali ci dicono che il problema centrale del nostro Paese non è la qualità della ricerca universitaria (in termini di pubblicazioni ad alto impatto citazionale e di produttività della ricerca siamo tra i primi posti al mondo) e non vi è alcuna evidenza che la qualità dei nostri laureati sia inferiore a quella degli altri Paesi. Le stesse statistiche ci dicono anche che il nostro è un sistema universitario fortemente sottofinanziato al punto che, ad esempio, un laureato italiano, a parità di potere d'acquisto, costa la metà di un laureato tedesco (si immagini di pretendere da una casa automobilistica italiana di produrre veicoli della stessa qualità di quelli tedeschi a metà del costo...). Sicuramente, ci sono sacche di inefficienza e comportamenti non meritocratici che vanno perseguiti, ma i risultati complessivi non sono poi così cattivi. Anche perché l'Italia soffre di un ritardo educativo, che ha origini molto lontane e che non è stato affrontato, che condiziona la qualità degli apprendimenti lungo tutta la filiera formativa.
Basta finanziamenti a pioggia per le Università. Per far funzionare la ricerca bisogna concentrare i fondi pubblici sugli atenei migliori di Tito Boeri e Roberto Perotti
La crescita della produzione scientifica italiana negli ultimi dieci anni è stata superiore alla media mondiale: il nostro Paese ha visto aumentare la propria quota di produzione mondiale, fino al 3,9% nel biennio 2015-16, in un contesto in cui i più importanti Paesi europei (Francia, Germania e Regno Unito) hanno visto ridursi la propria quota. Ne consegue una collocazione prestigiosa dell'Italia nel panorama mondiale. Anche in termini di impatto citazionale medio della produzione scientifica, la posizione della ricerca italiana è di tutto rispetto: se si concentra l'attenzione sui prodotti di eccellenza o più citati, la quota italiana è del 4%, la quinta al mondo dopo Usa, Cina, Regno Unito e Germania. Tenuto conto del suo peso crescente nei processi innovativi e della sua trasversalità ai settori, merita di essere segnalata la produzione scientifica italiana nell'ambito del machine learning che colloca l'Italia al quinto posto al mondo.
La produttività scientifica italiana supera quella di Francia e Germania e si colloca ai livelli di Spagna e Regno Unito (Paese leader a livello europeo). Con riferimento alla ricerca finanziata con risorse pubbliche, si colloca al secondo posto al mondo. Malgrado ciò, sulla base dell'idea che il problema principale del sistema universitario sia la sua qualità, periodicamente appaiono articoli a supporto dell'utilizzo dei ranking tra istituzioni formative come strumento di scelta delle famiglie e di attribuzione meritocratica delle risorse.
La scelta di attribuire risorse aggiuntive alle realtà di eccellenza non si lega necessariamente all'uso di ranking che, inevitabilmente, comportano che per dare a qualcuno occorre togliere a qualcun altro. Fatto che, in un sistema endemicamente sottofinanziato, non può che tradursi in livelli di finanziamento del tutto inadeguati per chi si trova in basso nelle classifiche. Il punto da non sottovalutare è che l'uso improprio dei ranking di scuole e università porta alla polarizzazione delle opportunità educative. Con il tempo genera diseguaglianze tra gruppi sociali e tra territori. Un rischio che il nostro Paese, già alle prese con tanti divari, non può correre. L'utilizzo di ranking delle istituzioni formative, come strumento sia di valutazione sia di scelta delle famiglie, si è affermato nel panorama nazionale e internazionale nel presupposto, più o meno esplicito, che riflettano la qualità intrinseca delle istituzioni (qualità della didattica, degli insegnanti e dell'organizzazione).
A seconda dei casi, le classificazioni si basano sugli esiti della formazione in termini di successo educativo o di qualità dell?inserimento occupazionale. Due esempi sono la valutazione degli istituti di istruzione superiore sulla base dei risultati ottenuti all'università dai diplomati o la valutazione delle università sulla base di indicatori di inserimento occupazionale dei laureati (tasso di occupazione e altro). Sul piano metodologico si tratta, in linea generale, di un'operazione non corretta: per potere dire che l'istituzione A è di qualità migliore dell'istituzione B occorrerebbe potere depurare gli esiti in uscita dagli effetti legati al background socioeconomico degli alunni e al contesto ambientale, fattori che condizionano tanto il potenziale di apprendimento quanto le prospettive occupazionali.
In poche parole, occorrerebbe adottare misure di valore aggiunto, un'operazione non semplice ma necessaria. È infatti evidente, ad esempio, che se si confronta una scuola della periferia di Roma, i cui iscritti provengono da contesti svantaggiati, con una scuola del centro città, alla quale si iscrivono giovani provenienti da contesti socioeducativi avvantaggiati, indipendentemente dalla qualità della scuola, questi ultimi avranno risultati migliori.
Di recente, proprio l?utilizzo delle classifiche ha indotto alcune scuole ad adottare politiche nascoste di selezione in entrata per garantire sia un adeguato contesto ambientale alle famiglie sia migliori performance in uscita. Sono politiche che si traducono inevitabilmente in forme di selezione sociale. Quindi, in generale, i ranking non depurati da questi effetti non sono una misura di qualità delle istituzioni formative, ma una misura della qualità del contesto sociale.
Perché tutto ciò è molto rilevante? Perché l'utilizzo delle classifiche, soprattutto se a fini di valutazione e di attribuzione di risorse, o anche semplicemente come strumento di scelta delle famiglie, tende a polarizzare il sistema sul piano educativo e su quello socioeconomico. Le indagini internazionali sugli apprendimenti (ad esempio, Pisa dell'Ocse) mostrano che sistemi educativi più inclusivi fanno segnare anche risultati migliori. Quindi, indipendentemente da considerazioni di equità e di pari opportunità educative, sistemi polarizzati sono anche meno efficienti.
Per quanto riguarda le università, vi sono forti indizi che i loro risultati siano condizionati anche dagli apprendimenti pregressi degli studenti e dalle condizioni locali del mercato del lavoro. In particolare, le differenze tra territori negli esiti della scolarizzazione primaria e secondaria, che inevitabilmente incidono sui rendimenti universitari (abbandoni, ritardo alla laurea e così via), appaiono avere origini lontane. L'esodo di studenti registrato in questi anni dal Mezzogiorno verso il Nord Italia e i Paesi esteri, che riguarda soprattutto, ma non solo i giovani più avvantaggiati, con il passare del tempo non potrà che peggiorare le posizioni degli atenei del Sud nei ranking, soprattutto se questi ultimi vengono utilizzati a fini dell?attribuzione delle risorse.
La polarizzazione delle opportunità educative, esito inevitabile di un uso improprio dei ranking, è uno dei potenti fattori generatori di ineguaglianza tra gruppi sociali e tra territori nel lungo periodo. Un esito che il Paese, già caratterizzato da forti cesure territoriali e sociali, non si può permettere, anche perché foriero di una accentuata conflittualità che mina le basi della convivenza civile.
Basta finanziamenti a pioggia per le Università. Per far funzionare la ricerca bisogna concentrare i fondi pubblici sugli atenei migliori di Tito Boeri e Roberto Perotti
La crescita della produzione scientifica italiana negli ultimi dieci anni è stata superiore alla media mondiale: il nostro Paese ha visto aumentare la propria quota di produzione mondiale, fino al 3,9% nel biennio 2015-16, in un contesto in cui i più importanti Paesi europei (Francia, Germania e Regno Unito) hanno visto ridursi la propria quota. Ne consegue una collocazione prestigiosa dell'Italia nel panorama mondiale. Anche in termini di impatto citazionale medio della produzione scientifica, la posizione della ricerca italiana è di tutto rispetto: se si concentra l'attenzione sui prodotti di eccellenza o più citati, la quota italiana è del 4%, la quinta al mondo dopo Usa, Cina, Regno Unito e Germania. Tenuto conto del suo peso crescente nei processi innovativi e della sua trasversalità ai settori, merita di essere segnalata la produzione scientifica italiana nell'ambito del machine learning che colloca l'Italia al quinto posto al mondo.
La produttività scientifica italiana supera quella di Francia e Germania e si colloca ai livelli di Spagna e Regno Unito (Paese leader a livello europeo). Con riferimento alla ricerca finanziata con risorse pubbliche, si colloca al secondo posto al mondo. Malgrado ciò, sulla base dell'idea che il problema principale del sistema universitario sia la sua qualità, periodicamente appaiono articoli a supporto dell'utilizzo dei ranking tra istituzioni formative come strumento di scelta delle famiglie e di attribuzione meritocratica delle risorse.
La scelta di attribuire risorse aggiuntive alle realtà di eccellenza non si lega necessariamente all'uso di ranking che, inevitabilmente, comportano che per dare a qualcuno occorre togliere a qualcun altro. Fatto che, in un sistema endemicamente sottofinanziato, non può che tradursi in livelli di finanziamento del tutto inadeguati per chi si trova in basso nelle classifiche. Il punto da non sottovalutare è che l'uso improprio dei ranking di scuole e università porta alla polarizzazione delle opportunità educative. Con il tempo genera diseguaglianze tra gruppi sociali e tra territori. Un rischio che il nostro Paese, già alle prese con tanti divari, non può correre. L'utilizzo di ranking delle istituzioni formative, come strumento sia di valutazione sia di scelta delle famiglie, si è affermato nel panorama nazionale e internazionale nel presupposto, più o meno esplicito, che riflettano la qualità intrinseca delle istituzioni (qualità della didattica, degli insegnanti e dell'organizzazione).
A seconda dei casi, le classificazioni si basano sugli esiti della formazione in termini di successo educativo o di qualità dell?inserimento occupazionale. Due esempi sono la valutazione degli istituti di istruzione superiore sulla base dei risultati ottenuti all'università dai diplomati o la valutazione delle università sulla base di indicatori di inserimento occupazionale dei laureati (tasso di occupazione e altro). Sul piano metodologico si tratta, in linea generale, di un'operazione non corretta: per potere dire che l'istituzione A è di qualità migliore dell'istituzione B occorrerebbe potere depurare gli esiti in uscita dagli effetti legati al background socioeconomico degli alunni e al contesto ambientale, fattori che condizionano tanto il potenziale di apprendimento quanto le prospettive occupazionali.
In poche parole, occorrerebbe adottare misure di valore aggiunto, un'operazione non semplice ma necessaria. È infatti evidente, ad esempio, che se si confronta una scuola della periferia di Roma, i cui iscritti provengono da contesti svantaggiati, con una scuola del centro città, alla quale si iscrivono giovani provenienti da contesti socioeducativi avvantaggiati, indipendentemente dalla qualità della scuola, questi ultimi avranno risultati migliori.
Di recente, proprio l?utilizzo delle classifiche ha indotto alcune scuole ad adottare politiche nascoste di selezione in entrata per garantire sia un adeguato contesto ambientale alle famiglie sia migliori performance in uscita. Sono politiche che si traducono inevitabilmente in forme di selezione sociale. Quindi, in generale, i ranking non depurati da questi effetti non sono una misura di qualità delle istituzioni formative, ma una misura della qualità del contesto sociale.
Perché tutto ciò è molto rilevante? Perché l'utilizzo delle classifiche, soprattutto se a fini di valutazione e di attribuzione di risorse, o anche semplicemente come strumento di scelta delle famiglie, tende a polarizzare il sistema sul piano educativo e su quello socioeconomico. Le indagini internazionali sugli apprendimenti (ad esempio, Pisa dell'Ocse) mostrano che sistemi educativi più inclusivi fanno segnare anche risultati migliori. Quindi, indipendentemente da considerazioni di equità e di pari opportunità educative, sistemi polarizzati sono anche meno efficienti.
Per quanto riguarda le università, vi sono forti indizi che i loro risultati siano condizionati anche dagli apprendimenti pregressi degli studenti e dalle condizioni locali del mercato del lavoro. In particolare, le differenze tra territori negli esiti della scolarizzazione primaria e secondaria, che inevitabilmente incidono sui rendimenti universitari (abbandoni, ritardo alla laurea e così via), appaiono avere origini lontane. L'esodo di studenti registrato in questi anni dal Mezzogiorno verso il Nord Italia e i Paesi esteri, che riguarda soprattutto, ma non solo i giovani più avvantaggiati, con il passare del tempo non potrà che peggiorare le posizioni degli atenei del Sud nei ranking, soprattutto se questi ultimi vengono utilizzati a fini dell?attribuzione delle risorse.
La polarizzazione delle opportunità educative, esito inevitabile di un uso improprio dei ranking, è uno dei potenti fattori generatori di ineguaglianza tra gruppi sociali e tra territori nel lungo periodo. Un esito che il Paese, già caratterizzato da forti cesure territoriali e sociali, non si può permettere, anche perché foriero di una accentuata conflittualità che mina le basi della convivenza civile.