Tullio Pericoli: l'ispirazione è felicità
di Antonio Gnoli , di Antonio GnoliNel nuovo libro l’artista racconta i segreti del mestiere e dell’invisibile dietro a un’opera. Un trattato di geologia sentimentale
Chiudo con un senso di ammirazione il nuovo libro di Tullio Pericoli. E mi rendo conto che per parlarne occorrerebbero soprattutto parole semplici, come semplice e prezioso è il modo che ha di esprimersi e raccontare. Ecco, ad esempio le tre righe finali di Arte a parte (edito da Adelphi) nell'essenziale, c'è tutto il suo mondo: "Non dipingo paesaggi per fare paesaggi. Li dipingo soprattutto per il piacere di dipingere, e di fare un quadro dopo l'altro". La parola che ne riassume il senso è felicità. Un sentimento inebriante, leggero, contagioso che si accompagna alla gratitudine che egli mostra per gli attrezzi che compongono il suo mestiere, alla passione e al talento con cui li ha guidati e alla memoria che ce li ripropone con squarci di intima bravura letteraria.
La felicità richiama l'ispirazione, ma che cos'è questo stato d'animo impalpabile che tutti credono di conoscere, ma nessuno in realt&…
La felicità richiama l'ispirazione, ma che cos'è questo stato d'animo impalpabile che tutti credono di conoscere, ma nessuno in realt&…
Chiudo con un senso di ammirazione il nuovo libro di Tullio Pericoli. E mi rendo conto che per parlarne occorrerebbero soprattutto parole semplici, come semplice e prezioso è il modo che ha di esprimersi e raccontare. Ecco, ad esempio le tre righe finali di Arte a parte (edito da Adelphi) nell'essenziale, c'è tutto il suo mondo: "Non dipingo paesaggi per fare paesaggi. Li dipingo soprattutto per il piacere di dipingere, e di fare un quadro dopo l'altro". La parola che ne riassume il senso è felicità. Un sentimento inebriante, leggero, contagioso che si accompagna alla gratitudine che egli mostra per gli attrezzi che compongono il suo mestiere, alla passione e al talento con cui li ha guidati e alla memoria che ce li ripropone con squarci di intima bravura letteraria.
La felicità richiama l'ispirazione, ma che cos'è questo stato d'animo impalpabile che tutti credono di conoscere, ma nessuno in realtà sa cosa sia? Solo parlarne ci fa sentire un po' ridicoli e pomposi, però esiste, ci avverte Pericoli, come esistono le idee, le intuizioni e un'infinità di altre cose che non sappiamo e non sapremo mai esprimere. Possiamo però sfiorarla con l'immaginazione, intuirla nel dettaglio di un volto o nell'ombra di un paesaggio dipinto. L'ispirazione non si lega all'esperienza o a ciò che conosciamo. È un pulviscolo, un'onda, una nuvola, un interstizio. Una suggestione, magari ricavata dalla lettura divagante di un testo di Florenskij. Un non so che. Forse una musa. Non sapremo mai da dove giunge quel senso impalpabile di felicità stilistica. Ma possiamo immaginarla come l'origine di un gesto fondamentale, una arché, da cui scaturiranno tutti i gesti di là a venire di un artista.
È così che nasce Pericoli pittore, quando ancora bambino, guardando dalla finestra di casa la collina di fronte, sente l'impulso di dipingerla. E si immagina dotato di un pennello talmente gigantesco da essere capace di restituire esattamente ciò che sta osservando.
Cosa c'è di più radicale e dunque di assoluto di quello sguardo innocente, senza esperienza, puro e folle come un sogno? Da quell'intenzione primordiale, da quella ispirazione incontaminata, forse un giorno scaturirà l'artista e i suoi gesti sapienti e incerti. Ogni paesaggio che successivamente dipingerà, rivelerà una traccia di quel tutto che segretamente è cresciuto in lui. Quanta naturalezza e profondità ritrovo in quelle frasi che nascono da un ricordo. Quanta bellezza nella bellezza. Non c'è vera arte senza il soccorso del mestiere, con i suoi trucchi, i suoi segreti, le sue certezze, i suoi gesti che si ripetono negli anni con impercettibili trasformazioni. Ma al tempo stesso non c'è mestiere che non possa essere innalzato a un compito più alto. Questo ci dice il talento: "Ogni cosa diventa più di quanto è". Quel "di più" è la forza irresistibile con cui l'arte si serve del mondo e dell'artista. Quel "di più" dà l'illusione che l'artista stia creando un mondo che non esisteva prima. Ma quell'immagine, quella forma, quel tempo interiore che egli realizza erano da qualche parte, nascosta tra le sembianze di una nuvola, nel profilo di una collina, nell'intensità di un volto o nella sfumatura di un colore. Ma occorreva avvertirne la presenza, intuirne l'energia perché un'ispirazione prendesse la forma reale dell'irreale.
Sembra, a volte, che gli oggetti parlino a Pericoli. E lui magari è lì in silenzio nello studio ad ascoltarli. Oppure a girovagare, senza meta, con un taccuino per raccogliere pensieri, comporre frasi e produrre schizzi, o immerso in un libro a oziare, aspettando che le parole si stacchino dalla pagina e volino da qualche parte. Egli è convinto che un dipinto non esisterebbe senza le parole. Che un volto non ci direbbe nulla senza le sillabe che compongono la tristezza, la gioia, la simpatia, l'antipatia, la fermezza, o l'ambiguità. E se una pittura si compone di parole allora perché non immaginare una "grammatica", o magari una punteggiatura che ne definisca il senso.
Saul Steinberg diventa così un pittore con le virgolette e Paul Klee l'artista che usa i due punti. Non li vedete, certo. Ma ci sono. Sono nella mente di Pericoli che divaga leggera, appoggiandosi alla realtà.
Mi ha sempre divertito la distinzione che egli ha stabilito tra la pittura appoggiata e non appoggiata. Quello che ritrovo in Arte a parte me lo spiegò un giorno assumendo un'aria tutt'altro che solenne. Mi disse che per pittura appoggiata bisognava intendere una pittura leggera, instabile, come se la pennellata sfiorasse la tela, senza una direzione precisa. A me veniva in mente la bacchetta del direttore d'orchestra che si muove, vibra, fende l'aria, descrivendo traiettorie senza un apparente ragione che non sia quella dettata dalla mano, dal braccio, dalla spalla o dal corpo nel suo insieme. Quegli stessi movimenti, concludeva Pericoli, la pittura appoggiata sa imprimerli sulla tela.
Ecco allora l'attrazione per Velázquez dalle cui pennellate si intravede il gesto inquieto della spalla. E i dubbi espressi su Canaletto, un pittore che non lavora per sottrazione ma per aggiunta di colore e nelle cui tele la luce sembra pesantemente applicata, non emanata.
Arte a parte è un commovente viaggio sentimentale che Pericoli compie dal lato interno della sua arte. Non vuole insegnare né dirci cosa sia meglio o peggio per un artista. Ci racconta la sua esperienza "appoggiandola" ai nostri occhi e alla nostra mente. Egli conosce, come pochi, l'arte del domandare. Può interrogarsi su che cosa sia una linea, un orizzonte, una tela, un foglio. Può seguire, come fossero creature umane, la vita di un pennello invecchiato o di un tubetto di colore spremuto.
Può chiedersi infine perché per tutta la vita abbia dipinto volti e paesaggi. Verrebbe voglia di domandargli perché non abbia dipinto case, perché i suoi paesaggi sono per lo più vuoti, disabitati. Forse perché quello è il solo modo che egli conosce per ascoltare un paesaggio: "Perché nel suo silenzio ciò che sembra muto comincia a parlare". Ecco ancora una volta la semplicità: come un Ulisse, egli dipinge per tornare a casa e costruire un mondo nella sua Itaca dove un giorno tornerà ad abitare. Tornare alle proprie origini, scavando o togliendo, strato dopo strato, tutto quello che il paesaggio ha sedimentato. C'è una parola sopra a tutte le altre cara a Pericoli: "geologia". Essa implica la terra in cui siamo vissuti, il tempo che vi abbiamo trascorso, la storia che ne abbiamo ricavato. La conoscenza che ci ha donato. Geologia è la vecchiaia del mondo che solo un artista può rilanciare all'infinito.
Il libro
Arte a parte di Tullio Pericoli (Adelphi, pagg. 134, euro 14, con 20 illustrazioni)
La felicità richiama l'ispirazione, ma che cos'è questo stato d'animo impalpabile che tutti credono di conoscere, ma nessuno in realtà sa cosa sia? Solo parlarne ci fa sentire un po' ridicoli e pomposi, però esiste, ci avverte Pericoli, come esistono le idee, le intuizioni e un'infinità di altre cose che non sappiamo e non sapremo mai esprimere. Possiamo però sfiorarla con l'immaginazione, intuirla nel dettaglio di un volto o nell'ombra di un paesaggio dipinto. L'ispirazione non si lega all'esperienza o a ciò che conosciamo. È un pulviscolo, un'onda, una nuvola, un interstizio. Una suggestione, magari ricavata dalla lettura divagante di un testo di Florenskij. Un non so che. Forse una musa. Non sapremo mai da dove giunge quel senso impalpabile di felicità stilistica. Ma possiamo immaginarla come l'origine di un gesto fondamentale, una arché, da cui scaturiranno tutti i gesti di là a venire di un artista.
È così che nasce Pericoli pittore, quando ancora bambino, guardando dalla finestra di casa la collina di fronte, sente l'impulso di dipingerla. E si immagina dotato di un pennello talmente gigantesco da essere capace di restituire esattamente ciò che sta osservando.
Cosa c'è di più radicale e dunque di assoluto di quello sguardo innocente, senza esperienza, puro e folle come un sogno? Da quell'intenzione primordiale, da quella ispirazione incontaminata, forse un giorno scaturirà l'artista e i suoi gesti sapienti e incerti. Ogni paesaggio che successivamente dipingerà, rivelerà una traccia di quel tutto che segretamente è cresciuto in lui. Quanta naturalezza e profondità ritrovo in quelle frasi che nascono da un ricordo. Quanta bellezza nella bellezza. Non c'è vera arte senza il soccorso del mestiere, con i suoi trucchi, i suoi segreti, le sue certezze, i suoi gesti che si ripetono negli anni con impercettibili trasformazioni. Ma al tempo stesso non c'è mestiere che non possa essere innalzato a un compito più alto. Questo ci dice il talento: "Ogni cosa diventa più di quanto è". Quel "di più" è la forza irresistibile con cui l'arte si serve del mondo e dell'artista. Quel "di più" dà l'illusione che l'artista stia creando un mondo che non esisteva prima. Ma quell'immagine, quella forma, quel tempo interiore che egli realizza erano da qualche parte, nascosta tra le sembianze di una nuvola, nel profilo di una collina, nell'intensità di un volto o nella sfumatura di un colore. Ma occorreva avvertirne la presenza, intuirne l'energia perché un'ispirazione prendesse la forma reale dell'irreale.
Sembra, a volte, che gli oggetti parlino a Pericoli. E lui magari è lì in silenzio nello studio ad ascoltarli. Oppure a girovagare, senza meta, con un taccuino per raccogliere pensieri, comporre frasi e produrre schizzi, o immerso in un libro a oziare, aspettando che le parole si stacchino dalla pagina e volino da qualche parte. Egli è convinto che un dipinto non esisterebbe senza le parole. Che un volto non ci direbbe nulla senza le sillabe che compongono la tristezza, la gioia, la simpatia, l'antipatia, la fermezza, o l'ambiguità. E se una pittura si compone di parole allora perché non immaginare una "grammatica", o magari una punteggiatura che ne definisca il senso.
Saul Steinberg diventa così un pittore con le virgolette e Paul Klee l'artista che usa i due punti. Non li vedete, certo. Ma ci sono. Sono nella mente di Pericoli che divaga leggera, appoggiandosi alla realtà.
Mi ha sempre divertito la distinzione che egli ha stabilito tra la pittura appoggiata e non appoggiata. Quello che ritrovo in Arte a parte me lo spiegò un giorno assumendo un'aria tutt'altro che solenne. Mi disse che per pittura appoggiata bisognava intendere una pittura leggera, instabile, come se la pennellata sfiorasse la tela, senza una direzione precisa. A me veniva in mente la bacchetta del direttore d'orchestra che si muove, vibra, fende l'aria, descrivendo traiettorie senza un apparente ragione che non sia quella dettata dalla mano, dal braccio, dalla spalla o dal corpo nel suo insieme. Quegli stessi movimenti, concludeva Pericoli, la pittura appoggiata sa imprimerli sulla tela.
Ecco allora l'attrazione per Velázquez dalle cui pennellate si intravede il gesto inquieto della spalla. E i dubbi espressi su Canaletto, un pittore che non lavora per sottrazione ma per aggiunta di colore e nelle cui tele la luce sembra pesantemente applicata, non emanata.
Arte a parte è un commovente viaggio sentimentale che Pericoli compie dal lato interno della sua arte. Non vuole insegnare né dirci cosa sia meglio o peggio per un artista. Ci racconta la sua esperienza "appoggiandola" ai nostri occhi e alla nostra mente. Egli conosce, come pochi, l'arte del domandare. Può interrogarsi su che cosa sia una linea, un orizzonte, una tela, un foglio. Può seguire, come fossero creature umane, la vita di un pennello invecchiato o di un tubetto di colore spremuto.
Può chiedersi infine perché per tutta la vita abbia dipinto volti e paesaggi. Verrebbe voglia di domandargli perché non abbia dipinto case, perché i suoi paesaggi sono per lo più vuoti, disabitati. Forse perché quello è il solo modo che egli conosce per ascoltare un paesaggio: "Perché nel suo silenzio ciò che sembra muto comincia a parlare". Ecco ancora una volta la semplicità: come un Ulisse, egli dipinge per tornare a casa e costruire un mondo nella sua Itaca dove un giorno tornerà ad abitare. Tornare alle proprie origini, scavando o togliendo, strato dopo strato, tutto quello che il paesaggio ha sedimentato. C'è una parola sopra a tutte le altre cara a Pericoli: "geologia". Essa implica la terra in cui siamo vissuti, il tempo che vi abbiamo trascorso, la storia che ne abbiamo ricavato. La conoscenza che ci ha donato. Geologia è la vecchiaia del mondo che solo un artista può rilanciare all'infinito.
Il libro
Arte a parte di Tullio Pericoli (Adelphi, pagg. 134, euro 14, con 20 illustrazioni)