C'è un filo invisibile che non si è mai spezzato in quasi 75 anni di vita repubblicana. Un rammendo virtuale che ha unito tutti i presidenti della Repubblica dal 1946 ad oggi. Da Enrico De Nicola a Sergio Mattarella. È una sorta di collante speciale che, attraverso le figure dei capi dello Stato, ha tenuto insieme e unificato un Paese giovane e con una democrazia inesperta. Che ha accudito, soprattutto nei primi anni di vita postmonarchica, uno Stato straziato dal fascismo e ha fornito un tratto comune ad una cittadinanza divisa dai depositi sedimentari della dittatura e coinvolta nello scontro ideologico. E per altri aspetti persino separata da abitudini regionali e dialetti assai differenti.
Il Quirinale ha rappresentato in tutti questi anni un raccordo. Gli uomini che si sono seduti sulla poltrona più alta hanno in qualche modo - e magari con modalità personali - consegnato una eredità univoca al successore, a prescindere dalla loro es…
Il Quirinale ha rappresentato in tutti questi anni un raccordo. Gli uomini che si sono seduti sulla poltrona più alta hanno in qualche modo - e magari con modalità personali - consegnato una eredità univoca al successore, a prescindere dalla loro es…
C'è un filo invisibile che non si è mai spezzato in quasi 75 anni di vita repubblicana. Un rammendo virtuale che ha unito tutti i presidenti della Repubblica dal 1946 ad oggi. Da Enrico De Nicola a Sergio Mattarella. È una sorta di collante speciale che, attraverso le figure dei capi dello Stato, ha tenuto insieme e unificato un Paese giovane e con una democrazia inesperta. Che ha accudito, soprattutto nei primi anni di vita postmonarchica, uno Stato straziato dal fascismo e ha fornito un tratto comune ad una cittadinanza divisa dai depositi sedimentari della dittatura e coinvolta nello scontro ideologico. E per altri aspetti persino separata da abitudini regionali e dialetti assai differenti.
Il Quirinale ha rappresentato in tutti questi anni un raccordo. Gli uomini che si sono seduti sulla poltrona più alta hanno in qualche modo - e magari con modalità personali - consegnato una eredità univoca al successore, a prescindere dalla loro estrazione politica. Un lascito sicuramente adattato alle esigenze del tempo vissuto. Ma comunque con una uniformità particolare. Certo, i limiti imposti dalla Costituzione hanno aiutato le diverse personalità a modellarsi su questa omogeneità di fondo. Eppure l'impianto della nostra Carta - in seguito all'approvazione da parte della Costituente del cosiddetto ordine del giorno Perassi - è volutamente ambiguo sui poteri del Presidente della Repubblica e questa circostanza avrebbe potuto produrre valutazioni ben diverse tra i "settennati". Ed invece, al di là del cosiddetto "effetto fisarmonica" secondo cui la capacità di azione del Colle si espande e si restringe in maniera inversamente proporzionale alla forza del sistema dei partiti, tutto il resto ha conservato una eccezionale sintonia.
E lo si può cogliere in pieno rileggendo i discorsi che negli ultimi sei anni Sergio Mattarella ha dedicato ai suoi predecessori non più in vita. Una raccolta è stata pubblicata dall'Ufficio comunicazione del Quirinale e messa a disposizione di tutti sul sito ufficiale della presidenza. Si tratta di riflessioni pronunciate in occasione di vari anniversari. Manca al momento solo il ricordo di Giovanni Leone che però è stato fissato proprio per il 2021, anno in cui ricorre il cinquantenario della sua elezione.
In ogni intervento emerge una continuità senza interruzioni. Il cui timbro fa riferimento al primo presidente eletto dal nuovo Parlamento: Luigi Einaudi. "Dovere del Presidente della Repubblica - sono le sue parole citate dall'attuale capo dello Stato nel 2018 - è evitare si pongano precedenti grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da ogni incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce". Dal 1948 al 1955, come sottolinea Mattarella, "si servì in pieno delle prerogative attribuite al suo ufficio". L'idea di una funzione "notarile" venne fin dal primo mandato respinta. Basti ricordare come interpretò l'articolo 92 della Costituzione dopo le famose elezioni del 1953 (quelle che della cosiddetta Legge Truffa che assegnava un premio di maggioranza alla lista o alla coalizione di liste che avessero raccolto ameno il 50 per cento dei voti). Contro il parere della Dc - partito con un'ampia maggioranza relativa ma che non conquistò il premio con gli alleati - nominò Giuseppe Pella per Palazzo Chigi. E con la medesima puntualità si avvalse dell'articolo 87 della Costituzione sulla presentazione dei disegni di legge governativi. Ai quali non risparmiava consigli e suggerimenti che Palazzo Chigi non poteva certo trascurare. Sapeva che ogni suo atto rappresentava un precedente. E si è comportato di conseguenza.
Quei precedenti hanno accompagnato anche una parte del mandato di Giovanni Gronchi. Soprattutto negli anni che segnarono il passaggio, a cavallo tra la fine egli anni '50 e l'inizio dei '60, dal centrismo al centrosinistra. Venne accusato per questo di aver pescato da una ideale "cassetta degli attrezzi" lo strumento dell'"interventismo". "Qualcuno - ammonì in quegli anni - ancora sorgerà a parlare di esorbitanza delle funzioni costituzionali di un Capo dello Stato. Ma io credo in coscienza che spetti a questo più per dovere che per diritto il segnare indirizzi e orientamenti quando lo ritenga essenziale agli interessi della Nazione".
L'attuale presidente conviene con il suo lontano predecessore perché chi siede al Quirinale "pro tempore è portatore dell'indirizzo di attuazione e di rispetto della Costituzione". Un messaggio raccolto anche da Antonio Segni - pur nel suo breve incarico - che inaugurò per primo la possibilità di inviare messaggi al Parlamento. Abitudine che poi assunse con più forza Francesco Cossiga. Anzi, quest'ultimo rivendicò - nel mezzo della fase "picconatoria" - i suoi poteri nella nomina dei ministri in una lettera ufficiale all'allora presidente del consiglio Giulio Andreotti. Seppure con toni non paragonabili si comportò analogamente Oscar Luigi Scalfaro che nella stagione di Mani Pulite, della crisi verticale del sistema politico e dell'emersione del berlusconismo, mantenne la solidità delle Istituzioni. E nello stesso solco si è mosso anche Sergio Mattarella quando, ad esempio, nel 2018 si pose il problema della scelta del Ministro dell'Economia: dopo una iniziale candidatura di Paola Savona si arrivò alla indicazione di Giovanni Tria.
Anche Carlo Azeglio Ciampi si mosse lungo la traiettoria segnata da Einaudi agli albori della Repubblica. Ne è un esempio la lettera spedita nel 2000 al premier di quel momento, Giuliano Amato, esigendo di essere informato prima che il governo assumesse decisioni di politica internazionale. Da allora si impose l'abitudine di tenere una riunione al Quirinale prima dei Consigli europei. Ma l'ex governatore della Banca d'Italia spedì una missiva, in materia analoga, anche a Silvio Berlusconi nel 2003, per impedire che l'Italia venisse coinvolta nella seconda guerra del Golfo al di fuori delle decisioni prese dalle Nazioni Unite.
Ecco, appunto, la politica estera. La difesa del multilateralismo e, in particolare, l'edificazione del progetto europeista. È proprio questo il secondo fattore che unisce i diversi volti del Colle in tre quarti di secolo. Il nucleo di questa particolare forma di interventismo quirinalizio si trova nell'articolo 87 della Costituzione che ne elenca i poteri. Tra cui il comando delle Forza armate e la ratifica dei Trattati internazionali. Ciampi, come noto, fu uno dei "padri" dell'euro. Ma questa scelta viene da lontano e accompagna la storia di tutti i capi dello Stato. Il liberale Einaudi, già nel 1954, scriveva: "Il tempo propizio per l'unione europea è ora soltanto quello durante il quale dureranno nell'Europa occidentale i medesimi ideali di libertà".
Il primo passo verso l'Ue venne poi compiuto dal successore, il democristiano Gronchi. Il socialdemocratico Saragat, nel 1967, prevedeva: "Quando l'Europa si farà e i popoli si riconosceranno nella pace e nella concordia, le frontiere saranno segni convenzionali". Così come Scalfaro accompagnò il lavoro del governo Prodi per l'adesione alla moneta unica nel 1998.
Mattarella, dunque, nei suoi discorsi commemorativi dipana quel filo invisibile che tiene insieme, se così si può dire, i "Quirinali". Con un architrave che rappresenta una sorta di precondizione: il rispetto della Costituzione.
Perché il presidente della Repubblica, lo ha rimarcato nel 2016 in occasione del 120mo anniversario della nascita di Sandro Pertini, in primo luogo tutela "con autorevolezza i principi fondativi della comunità civile".
Il Quirinale ha rappresentato in tutti questi anni un raccordo. Gli uomini che si sono seduti sulla poltrona più alta hanno in qualche modo - e magari con modalità personali - consegnato una eredità univoca al successore, a prescindere dalla loro estrazione politica. Un lascito sicuramente adattato alle esigenze del tempo vissuto. Ma comunque con una uniformità particolare. Certo, i limiti imposti dalla Costituzione hanno aiutato le diverse personalità a modellarsi su questa omogeneità di fondo. Eppure l'impianto della nostra Carta - in seguito all'approvazione da parte della Costituente del cosiddetto ordine del giorno Perassi - è volutamente ambiguo sui poteri del Presidente della Repubblica e questa circostanza avrebbe potuto produrre valutazioni ben diverse tra i "settennati". Ed invece, al di là del cosiddetto "effetto fisarmonica" secondo cui la capacità di azione del Colle si espande e si restringe in maniera inversamente proporzionale alla forza del sistema dei partiti, tutto il resto ha conservato una eccezionale sintonia.
E lo si può cogliere in pieno rileggendo i discorsi che negli ultimi sei anni Sergio Mattarella ha dedicato ai suoi predecessori non più in vita. Una raccolta è stata pubblicata dall'Ufficio comunicazione del Quirinale e messa a disposizione di tutti sul sito ufficiale della presidenza. Si tratta di riflessioni pronunciate in occasione di vari anniversari. Manca al momento solo il ricordo di Giovanni Leone che però è stato fissato proprio per il 2021, anno in cui ricorre il cinquantenario della sua elezione.
In ogni intervento emerge una continuità senza interruzioni. Il cui timbro fa riferimento al primo presidente eletto dal nuovo Parlamento: Luigi Einaudi. "Dovere del Presidente della Repubblica - sono le sue parole citate dall'attuale capo dello Stato nel 2018 - è evitare si pongano precedenti grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da ogni incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce". Dal 1948 al 1955, come sottolinea Mattarella, "si servì in pieno delle prerogative attribuite al suo ufficio". L'idea di una funzione "notarile" venne fin dal primo mandato respinta. Basti ricordare come interpretò l'articolo 92 della Costituzione dopo le famose elezioni del 1953 (quelle che della cosiddetta Legge Truffa che assegnava un premio di maggioranza alla lista o alla coalizione di liste che avessero raccolto ameno il 50 per cento dei voti). Contro il parere della Dc - partito con un'ampia maggioranza relativa ma che non conquistò il premio con gli alleati - nominò Giuseppe Pella per Palazzo Chigi. E con la medesima puntualità si avvalse dell'articolo 87 della Costituzione sulla presentazione dei disegni di legge governativi. Ai quali non risparmiava consigli e suggerimenti che Palazzo Chigi non poteva certo trascurare. Sapeva che ogni suo atto rappresentava un precedente. E si è comportato di conseguenza.
Quei precedenti hanno accompagnato anche una parte del mandato di Giovanni Gronchi. Soprattutto negli anni che segnarono il passaggio, a cavallo tra la fine egli anni '50 e l'inizio dei '60, dal centrismo al centrosinistra. Venne accusato per questo di aver pescato da una ideale "cassetta degli attrezzi" lo strumento dell'"interventismo". "Qualcuno - ammonì in quegli anni - ancora sorgerà a parlare di esorbitanza delle funzioni costituzionali di un Capo dello Stato. Ma io credo in coscienza che spetti a questo più per dovere che per diritto il segnare indirizzi e orientamenti quando lo ritenga essenziale agli interessi della Nazione".
L'attuale presidente conviene con il suo lontano predecessore perché chi siede al Quirinale "pro tempore è portatore dell'indirizzo di attuazione e di rispetto della Costituzione". Un messaggio raccolto anche da Antonio Segni - pur nel suo breve incarico - che inaugurò per primo la possibilità di inviare messaggi al Parlamento. Abitudine che poi assunse con più forza Francesco Cossiga. Anzi, quest'ultimo rivendicò - nel mezzo della fase "picconatoria" - i suoi poteri nella nomina dei ministri in una lettera ufficiale all'allora presidente del consiglio Giulio Andreotti. Seppure con toni non paragonabili si comportò analogamente Oscar Luigi Scalfaro che nella stagione di Mani Pulite, della crisi verticale del sistema politico e dell'emersione del berlusconismo, mantenne la solidità delle Istituzioni. E nello stesso solco si è mosso anche Sergio Mattarella quando, ad esempio, nel 2018 si pose il problema della scelta del Ministro dell'Economia: dopo una iniziale candidatura di Paola Savona si arrivò alla indicazione di Giovanni Tria.
Anche Carlo Azeglio Ciampi si mosse lungo la traiettoria segnata da Einaudi agli albori della Repubblica. Ne è un esempio la lettera spedita nel 2000 al premier di quel momento, Giuliano Amato, esigendo di essere informato prima che il governo assumesse decisioni di politica internazionale. Da allora si impose l'abitudine di tenere una riunione al Quirinale prima dei Consigli europei. Ma l'ex governatore della Banca d'Italia spedì una missiva, in materia analoga, anche a Silvio Berlusconi nel 2003, per impedire che l'Italia venisse coinvolta nella seconda guerra del Golfo al di fuori delle decisioni prese dalle Nazioni Unite.
Ecco, appunto, la politica estera. La difesa del multilateralismo e, in particolare, l'edificazione del progetto europeista. È proprio questo il secondo fattore che unisce i diversi volti del Colle in tre quarti di secolo. Il nucleo di questa particolare forma di interventismo quirinalizio si trova nell'articolo 87 della Costituzione che ne elenca i poteri. Tra cui il comando delle Forza armate e la ratifica dei Trattati internazionali. Ciampi, come noto, fu uno dei "padri" dell'euro. Ma questa scelta viene da lontano e accompagna la storia di tutti i capi dello Stato. Il liberale Einaudi, già nel 1954, scriveva: "Il tempo propizio per l'unione europea è ora soltanto quello durante il quale dureranno nell'Europa occidentale i medesimi ideali di libertà".
Il primo passo verso l'Ue venne poi compiuto dal successore, il democristiano Gronchi. Il socialdemocratico Saragat, nel 1967, prevedeva: "Quando l'Europa si farà e i popoli si riconosceranno nella pace e nella concordia, le frontiere saranno segni convenzionali". Così come Scalfaro accompagnò il lavoro del governo Prodi per l'adesione alla moneta unica nel 1998.
Mattarella, dunque, nei suoi discorsi commemorativi dipana quel filo invisibile che tiene insieme, se così si può dire, i "Quirinali". Con un architrave che rappresenta una sorta di precondizione: il rispetto della Costituzione.
Perché il presidente della Repubblica, lo ha rimarcato nel 2016 in occasione del 120mo anniversario della nascita di Sandro Pertini, in primo luogo tutela "con autorevolezza i principi fondativi della comunità civile".