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Memorie dal Ghetto ferito

Torna in libreria il capolavoro di Giacomo Debenedetti sul rastrellamento nazista del ’43, nel quartiere ebraico di Roma: voci, volti, episodi di una pagina tragica della nostra storia  
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Era stato un letterato, Pietro Pancrazi, a prendere l'iniziativa: Giacomo Debenedetti doveva lasciare Roma, perché a Roma era in pericolo. I tedeschi si erano impadroniti della città dopo l'otto settembre e nessuno era al sicuro: meno che mai gli ebrei. Pancrazi era il critico letterario del Corriere della Sera e aveva casa a Cortona, in Toscana, dove era nato. E a Cortona voleva portare Debenedetti con la sua famiglia, la moglie Renata Orengo e i due figli ancora piccoli: Elisa e Antonio. Proprio Antonio, che sarebbe, come si sa, diventato giornalista e scrittore, ricordò quei giorni nel suo bel libro dedicato al padre e alla sua storia: Giacomino (1994).

La famiglia, intanto, aveva lasciato l'appartamento di via Sant'Anselmo, all'Aventino, dove abitava e si era temporaneamente trasferita all'hotel Boston, dalle parti di via Veneto. Proprio qui, la mattina in cui avevano deciso di partire e si stavano incamminando a piedi verso la stazion…
Era stato un letterato, Pietro Pancrazi, a prendere l'iniziativa: Giacomo Debenedetti doveva lasciare Roma, perché a Roma era in pericolo. I tedeschi si erano impadroniti della città dopo l'otto settembre e nessuno era al sicuro: meno che mai gli ebrei. Pancrazi era il critico letterario del Corriere della Sera e aveva casa a Cortona, in Toscana, dove era nato. E a Cortona voleva portare Debenedetti con la sua famiglia, la moglie Renata Orengo e i due figli ancora piccoli: Elisa e Antonio. Proprio Antonio, che sarebbe, come si sa, diventato giornalista e scrittore, ricordò quei giorni nel suo bel libro dedicato al padre e alla sua storia: Giacomino (1994).

La famiglia, intanto, aveva lasciato l'appartamento di via Sant'Anselmo, all'Aventino, dove abitava e si era temporaneamente trasferita all'hotel Boston, dalle parti di via Veneto. Proprio qui, la mattina in cui avevano deciso di partire e si stavano incamminando a piedi verso la stazione, incontrano Moravia e la Morante di cui Giacomo era molto amico. Scrive Antonio Debenedetti: "Si guardarono, Elsa e papà, come dovessero riprendere e approfondire con festosità tutta loro un vecchio discorso. La mattina del 14 settembre 1943, però, non c'era tempo di dirsi nulla o quasi. La Morante era mezza ebrea, Moravia era mezzo ebreo, Debenedetti era ebreo del tutto e le truppe del generale Kesselring, insieme con la Gestapo del colonnello Dollmann, si apprestavano a assumere il pieno controllo della Capitale". Quando Moravia seppe che stavano per raggiungere Cortona, cittadina che conosceva molto bene, guardò negli occhi Elsa, mentre Giacomo gli chiedeva di unirsi a loro. Ma Elsa non voleva (devo lavorare, diceva, al mio romanzo, Menzogna e sortilegio) e i Debenedetti partirono. In ottobre Giacomo è di nuovo a Roma nascosto in casa di una vicina.

16 ottobre 1943 , il libro sul rastrellamento nazista del Ghetto di Roma, non è un instant book. Debenedetti, tornato a Cortona, lo meditò a lungo, lasciò passare addirittura tredici mesi. Profittando della biblioteca di Pancrazi, lavorò prima ad un saggio su Alfieri. E prima portò a termine un lungo articolo intitolato Otto ebrei sulla lista dei condannati a morte alle Fosse Ardeatine, dalla quale bisognava cancellare dieci nomi che erano in eccesso. Il commissario Alianello disse di aver cancellato subito gli otto ebrei mentre per gli altri due aveva tirato a sorte. Perché questo riguardo per gli ebrei? Perché non considerarli persone come tutte le altre? Anche nel bene, argomenta Debenedetti, c'è una separazione sospetta nei confronti degli ebrei.

Ora Otto ebrei viene riproposto in questo volume col più celebre 16 ottobre 1943 (con prefazioni di Natalia Ginzburg e Alberto Moravia, un testo inedito di Guido Piovene, una nota di Mario Andreose, la copertina di Alberto Savinio e due ritratti inediti dell'autore di Felice Casorati e Carlo Levi). Dunque, siamo al Ghetto di Roma , che giustamente Debenedetti definisce "ex-Ghetto" essendo stato aperto con l'arrivo dei piemontesi e anche in gran parte risanato. La grande Sinagoga è recente: risale al 1904.

E proprio sulla Sinagoga punta l'apertura del racconto. La vediamo: è come se l'autore usasse una macchina da presa e inquadrasse il grande edificio per raccontare i preparativi in attesa del Sabbato: in sottofondo un suono, "l'inno dell'antico cabbalista... Vieni, o amico, vieni incontro al Sabbato". Non bisogna dimenticare che Debenedetti ha una profonda conoscenza del Libro. A 23 anni teneva conferenze sui Profeti. Ma eccoci al fatale venerdì 15 ottobre quando, invece del Sabbato che giunge come una sposa, scrive Debenedetti, "giungeva una donna vestita di nero, scarmigliata, sciatta, fradicia di pioggia". È la Celeste: ha saputo che i tedeschi hanno in mano una lista di 200 capifamiglia ebrei e si preparano a portar via tutti e ora si precipita da Trastevere al Ghetto (la strada è breve) per gridare a tutti il suo allarme. E forse proprio perché grida e si agita, non viene creduta, anzi le ridono dietro, mentre lei sempre più si esaspera.

Perché non le credono? Perché pensano che si sbagli e che si riferisca ad una vicenda che si è da poco conclusa: i tedeschi avevano preteso, qualche giorno prima, cinquanta chili d'oro dalla Comunità Israelitica che erano stati faticosamente raccolti (anche con l'aiuto di qualche "ariano" di cui purtroppo, dice Debenedetti, non è rimasto il nome). Il tempo concesso era esiguo: un giorno e mezzo, ma ce l'avevano fatta. Consegnato l'oro pensavano di poter stare tranquilli e la sera del 15 ottobre andarono dunque a dormire. Furono svegliati da una serie di spari per le strade e cominciò l'angoscia. Sul far dell'alba il caffettiere "ariano" che aveva il suo locale proprio al Ghetto, poté osservare da vicino le squadre di Ss che marciavano per le strade.

Debenedetti, come si sa, era un appassionato di cinema e io credo che il 16 ottobre sia stato anche pensato e "montato" come un film. Di fatto noi "vediamo" i soldati impadronirsi del quartiere e per le scale delle case sentiamo le voci incredule della gente, registrate come dal vivo. Assistiamo a piccoli episodi: la vecchia che ha la gamba ingessata e batte sul gesso per dimostrare la sua situazione, al che il soldato, forse austriaco, le risponde "ja, ja" e le fa cenno con la mano di svignarsela. La disgrazia di Sterina che, avvertita di quanto succede, dice: vesto pupetto e vengo, ma proprio il tempo di vestire pupetto le è fatale e viene portata via. Poi c'è il giovanotto che, chissà con che coraggio, chiede alla Ss il permesso di andare a prendere un caffè e al caffettiere, che già abbiamo incontrato, domanda "che faranno di noi?". Quelle poche parole sono quanto ci è rimasto.

Ammassati vicino agli scavi del teatro di Marcello gli ebrei vennero prima trasportati al Collegio Militare e poi chiusi nei carri merci piombati alla stazione Tiburtina. A guidare la locomotiva era un ferroviere di nome Quirino Zazza. Portò il treno fino a Firenze senza essere riuscito a parlare con nessuno dei rinchiusi nei carri. Poi fu sostituito. Né il Vaticano, né la Croce Rossa, né la Svizzera, conclude Debenedetti, riuscirono ad avere notizie dei deportati e anche la cifra è incerta: forse furono più di mille.

Finito nel novembre del '44, il testo del 16 ottobre fu pubblicato il mese dopo su Mercurio, la rivista di Alba De Cespedes. Tutto il numero era dedicato alla Resistenza. Da lì lo riprese Libera Stampa di Lugano e poi (nel '47) Sartre lo fece tradurre per Les Temps Modernes. Intanto era uscito in volume e più volte sarebbe stato ripubblicato nel corso degli anni. Fu paragonato alla Storia della Colonna infame di Manzoni. Era e resta un racconto in tutto esemplare. Quel che si dice un capolavoro.