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Jean-Michel Jarre: Io e Salgado

Lo sperimentatore francese ha realizzato le musiche per la mostra Amazônia del grande fotografo contemporaneo: “È stata la mia sfida più difficile"

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Anche chi è soddisfatto della sua vita ha buoni motivi per pensare che Jean-Michel Jarre non se la passi affatto male. Una lunga storia con Isabelle Adjani e quattro matrimoni con donne affascinanti: Flore Guillard, Charlotte Rampling, Anne Parillaud e oggi con la star di Lanterne Rosse, Gong Li (nel 2019 i due hanno cenato all’Eliseo con Emmanuel Macron e il presidente cinese Xi Jinping); una famiglia piena di artisti, il padre Maurice Jarre è stato un famoso compositore, il nonno André Jarre, oboista e inventore perfezionò il primo mixer audio, la madre France Pejot pluridecorata per aver fatto parte della resistenza francese sopravvivendo anche al campo di concentramento.

Il giovane Jean-Michel inizia la sua carriera come allievo del creatore della musica concreta Pierre Schaeffer e di Karlheinz Stockhausen e nel 1976 con il suo secondo album, Oxygène, realizza uno degli album francesi più venduti di sempre: quindici milioni di copie in tutto il mondo (di cui due in Francia). Oggi le vendite dei suoi album oltrepassano gli ottanta milioni di copie e Jean-Michel Jarre occupa anche cinque posizioni su venti nel Guinness dei primati per i più grandi concerti della storia, con un secondo posto per un concerto a Mosca del 1997 a cui hanno assistito tre milioni e mezzo di spettatori. È dello scorso capodanno infine la performance virtuale a Notre Dame che ha attirato oltre 75 milioni di spettatori da tutto il mondo. Oggi Jarre è stato chiamato a realizzare le musiche per un importante evento: la mostra Amazônia basata sulle foto di Sebastião Salgado che si terrà alla Philharmonie De Paris.

Come è nato questo progetto?
«Ovviamente conoscevo e amavo da molto tempo il lavoro di Salgado, che non è solo un fotografo ma un artista. Per cui quando la Philarmonie mi ha contattato per chiedermi se volevo far parte del progetto di una mostra che avrebbe coinvolto fotografia e musica ero molto intrigato dall’idea. Era un onore ma anche una sfida perché una cosa simile è piena di trappole: per esempio quella di fare della musica-tappezzeria, oppure di fare della “world music” o, ancora, una sorta di colonna sonora. E nemmeno un approccio da etnomusicologo andava bene secondo me. Infine, la musica non poteva dipendere da una certa immagine perché ovviamente non poteva essere sincronizzata: diverse persone avrebbero guardato diverse immagini. E poi c’era l’interesse per l’Amazzonia, per quello che significa dal punto di vista ecologico visto che il nostro futuro sul pianeta dipende da posti come quello».


In che modo ha risolto questi problemi?
«Sono partito dal presupposto che la foresta è molto rumorosa, un rumore fatto di suoni casuali, che non sono parte di un’orchestrazione: ci sono suoni di uccelli che vanno e vengono, il vento degli alberi, animali che camminano, volano, strisciano, le voci e i canti tribali degli uomini. Tutti questi elementi casuali sono parte di un’armonia globale. L’altro elemento su cui ho lavorato è il fatto che in un posto simile tutto è in movimento così i suoni appaiono e scompaiono. Questo è stato un approccio completamente nuovo al mio lavoro: di solito quando componi un brano parti dall’inizio e arrivi a una fine. In questo caso invece era come avere a disposizione una tela vuota dove creare un universo di suoni elettronici legati alla vita della foresta senza lo scopo di illustrare o di narrare: una foresta immaginaria. In questo mi ha aiutato anche Federico Fellini».


Davvero?
«Sì. Non dimenticherò mai l’incontro con lui. Una delle cose che mi disse in quell’occasione fu : “Non mi interessa filmare in un determinato luogo come per esempio il Mar Mediterraneo, preferisco ricrearlo in studio con pannelli, dipinti, carpentieri e così via perché quella che voglio dare è la mia idea del mare. Allo stesso modo, io che non sono mai stato nella foresta dell’Amazzonia voglio portarvi con me in questo viaggio. Altre influenze per me sono state Aguirre e Fitzcarraldo di Werner Herzog e Gli uccelli di Hitchcock perché molti degli uccelli del film sono falsi e si crea un’atmosfera molto strana in cui un uccello può essere molto carino ma al tempo stesso davvero spaventoso».


Il suo potrebbe essere considerato una sorta di esperimento di musica concreta? Lei ha lavorato con uno dei padri di questa corrente, Pierre Schaeffer…
«Assolutamente sì. Questo lavoro è un mix tra musica concreta e musica elettronica».


Qual è stata la cosa più importante che ha imparato da personaggi come lui e come Karlheinz Stockhausen?
«Che la musica è fatta di suoni e non solo di note basate sul solfeggio. È il suono a essere fondamentale, il sistema musicale viene dopo. Amo l’idea che viene dall’Egitto e dalla Grecia per cui tutte le possibili forme sono presenti già nella roccia e che la scultura non è altro che l’arte di rivelarle. La musica è la stessa cosa: tutte le musiche sono presenti nel suono e il lavoro del musicista è quello di tirarle fuori dal mondo “sonico”».

Lei è forse l’unica persona al mondo ad essere riuscita ad avere un immenso successo di pubblico facendo musica sperimentale. È addirittura nel Guinnes dei primati: come ha fatto?
«Non ne ho idea. Con i lavori prima di Oxygène non ho avuto alcun successo e quando al mio primo concerto è venuto un milione di persone non ho capito neanch’io il perché. Forse una ragione è che, in quanto latino, ho sempre cercato di mescolare sperimentazione e melodia. La mia musica non ha niente a che vedere con jazz, blues o rock. Non ha niente a che vedere con la musica americana. Voi in Italia per esempio non siete interessati a un Celentano che viene dal Brasile o da una Mina che viene dal Madagascar perché avete già gli originali. E così è per il rock: gli americani e gli inglesi hanno gli originali anche se ci possono essere talentuosi artisti rock francesi o italiani. Ma il rock è la loro rivoluzione. La mia, la nostra è la musica elettronica: Luigi Russolo scrisse L’arte dei rumori nel 1913 e Schaeffer e Stockhausen hanno definito i concetti di musica concreta ed elettronica, quindi questi generi musicali hanno una legittimazione storica che viene dall’Europa».

Perché ha deciso di realizzare una versione del suo lavoro usando la tecnica “binaurale”?
«Io non sono un grande fan del “surround sound” ma credo che questa tecnica immersiva riesca a dare il senso di emozione che puoi provare quando ti trovi in una foresta come quella amazzonica. Per provare questa esperienza però bisogna assolutamente ascoltare i suoni con la cuffia: chi lo farà credo che resterà veramente sorpreso» .


Ha incontrato Salgado?
«Sì certo. È venuto diverse volte nel mio studio per ascoltare la musica: siamo stati sulla stessa lunghezza d’onda fin dal primo momento riguardo a come dovesse essere».


Che tipo di persona è?
«È un artista molto sensibile e come molte persone che passano il loro tempo immerse nella natura, ha un’anima… antica. Lui non ha fatto un reportage sull’Amazzonia, non la descrive ma ce la fa capire a un livello emozionale. Usa il bianco e nero che in natura non esiste, tutto il suo lavoro non riproduce la realtà ma ne coglie l’essenza, ed è proprio questo che fa di lui un artista».

L'ultima volta che ci siamo incontrati lei aveva appena divorziato da Anne Parillaud e mi aveva detto di averne abbastanza delle attrici. E invece si è sposato con l'attrice Gong Li nel 2019. Come vi siete incontrati?
«È avvenuto a Parigi grazie a un comune amico ed è stata una cosa incredibile: è stato come se ci conoscessimo da sempre. Ero in tour con l'album Electronica e siamo ripartiti insieme per la data successiva. Era come fosse una cosa predestinata dal momento che sono stato il primo artista occidentale ad esibirmi in Cina dopo il periodo di Mao, nel 1981 a pechino e Shangai (da quelle esibizioni è stato tratto un doppio album live intitolato Les Concerts in Chine, ndr)».

Ho letto che Gong Li, ai suoi inizi, avrebbe voluto cantare invece che fare l'attrice, forse adesso con lei potrà coronare il suo sogno...
«Cantare? No, no, no, no (pensate queste negazioni con forte accento francese). Lei è una persona molto allegra ma non ha mai particolarmente espresso il desiderio di cantare. No».

Però le piace la musica?
«Beh sì, certo ma non per farla. Credo però che potrebbe essere un'ottima fotografa e regista perché ha un occhio eccezionale e io sono davvero impressionato dalla qualità delle foto e dei video che fa. Però non è ancora pronta per farli in maniera professionale. Magari in futuro».

Ha realizzato questo progetto usando vari supporti: una versione digitale binaurale, in cd e in vinile. Ha ancora un senso "possedere" la musica?
«Se rispettiamo la musica, se amiamo la musica, ce l'ha. Su Internet non viene rispettata e non solo per colpa del mezzo ma per colpa nostra. Bisogna smettere di considerare la musica libera come l'aria che respiriamo. Dobbiamo accettare l'idea che è necessario pagare per un album, un film, un libro, una rivista di nautica. Nel mondo reale le cose hanno un prezzo. Non capisco perché se leggo su Internet la repubblica, il giornale per cui lei scrive, debba pagarlo dieci volte meno o addirittura non pagarlo. Spero che questa pandemia possa servire almeno a riequilibrare il nostro rapporto con il mondo digitale e che consenta di trovare un modo per pagare i giornalisti, i musicisti, gli attori, i filmaker e tutte le categorie danneggiate dalla mentlità per cui su Internet tutto debba essere gratis».

L'ultima domanda. Sono curioso: che cosa sono quelli dietro di lei? Dei piccoli specchi?
«È un trittico molto interessante che ho trovato a un mercato delle pulci a Parigi e sì, sono degli specchi, specchi convessi. Credo che siano stati creati da un designer per qualche tipo di progetto».

Spero di rivederla a Roma dal momento che è prevista come seconda data per la mostra dopo Parigi. Anche perché vorrebbe dire che la pandemia è finita o quantomeno che ci sono le condizioni per poter tornare nei musei. Dovrebbe svolgersi al Maxxi...
«Sì, lo spero proprio anch'io. Lo speriamo tutti. Voglio essere ottimista: ci vedremo lì di sicuro...>.

 

Dal 9 aprile è disponibile in versione digitale/ binaurale (il cui ascolto per ottenere l’effetto “immersivo” deve essere effettuato in cuffia), in cd e in vinile la colonna sonora di Amazônia. La mostra con più di 200 opere di Salgado si terrà invece dal 20 maggio al 31 ottobre presso la Philharmonie De Paris. A seguire, in data da destinarsi al Maxxi di Roma.