Robinson

Donna tu non scriverai

Un ritratto della scrittrice Emily Brontë (1818-1848)
 
È uscito in Italia il saggio della femminista Joanna Russ che ripercorre i pregiudizi di cui sono state vittime le autrici anglosassoni
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Nel 1983, quando esce in America Vietato scrivere. Come soffocare la scrittura delle donne, dell’autrice di fantascienza e saggista femminista Joanna Russ, Charlotte Brontë è conosciuta solo per Jane Eyre. Né le librerie, né le biblioteche pubbliche, né i corsi di studio, né tanto meno le antologie letterarie citano le altre opere della Brontë, i romanzi Villette o Shirley. Un caso? Niente affatto. Piuttosto un esempio di uno degli strumenti adottati dalla società letteraria maschile per discriminare una grande scrittrice. Se non puoi impedire che una donna scriva, allora isolala, lascia credere al mondo che il suo successo sia irripetibile, uno scherzo di natura all’interno del sistema ben saldo degli scrittori accreditati.

Chi si chiede perché il numero di scrittrici o poetesse del passato sia così esiguo e perché il canone anglosassone ne abbia riconosciute, almeno fino agli anni presi in considerazione dal saggio, tra il 5 e l’8 per cento, una specie di quota rosa invariabile, troverà qualche risposta nel saggio di Joanna Russ che, nonostante i quasi quarant’anni trascorsi dalla prima apparizione, risulta quanto mai attuale. Vietato scrivere viene proposto per la prima volta in Italia dalla Enciclopedia delle donne con la postfazione di Nicoletta Vallorani.

La tesi di questa vera e propria indagine letteraria è che almeno dalla metà del Seicento il mondo intellettuale maschile abbia operato una sistematica denigrazione, ghettizzazione e cancellazione delle scrittrici utilizzando metodi consolidati nel tempo e, visti i risultati, davvero efficaci. Un apartheid fondato su pregiudizi che vanno dall’improbabile eppure abusato «non l’ha scritto lei» fino al condiscendente e subdolo «l’ha scritto lei, ma ne ha scritto soltanto uno (il caso Charlotte Brontë, appunto)». A queste stigmate si aggiungano i fattori ambientali che hanno condizionato la vita delle donne. La questione economica, per esempio. Già Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé sottolineava che Villette, Emma, Cime tempestose, Middlemarch «tutti quegli ottimi romanzi» erano stati scritti da donne «talmente povere che non si potevano permettere di comprare più di due o tre risme di carta alla volta». Non solo povere, dipendenti economicamente, e con un quotidiano occupato da una estenuante gestione domestica e dei figli ancora almeno fino agli anni Settanta del Novecento, ma anche impossibilitate a scrivere di argomenti che non fossero “femminili”.

Esemplare la vicenda editoriale di Cime tempestose apparso in Inghilterra nel 1847 quale romanzo di un autore “nuovo e sconosciuto” recensito in modo entusiastico dalla critica letteraria maschile che lo trovò “potente e originale”. Due anni dopo apparve la seconda edizione e si scoprì che l’autore era un’autrice di cui, la stessa critica, disse che era come «un uccellino che sbatte le ali contro la sua gabbietta». Emily Brontë divenne subito la “strana”, “l’eccezione” che si era permessa di affrontare temi a lei, donna, “estranei”. Povere sorelle Brontë, condannate alla gogna dalla loro talentuosa immaginazione…

Ancora: donna molto indipendente Aphra Behn, intorno al 1680, scrive una poesia, La delusione, in cui parla di «impotenza, masturbazione ed eiaculazione precoce»: verrà bannata, considerata “sbagliata”, destinata all’oblio. E che dire della “zitella eccentrica” Emily Dickinson? La delegittimazione passa dal suo essere autodidatta e per questo inadeguata. Un genio sì, ma marginale visto che, tra le sue letture, non annovera Whitman, Melville, Poe o Irving, pur rivendicando la conoscenza di tantissime autrici. «Quando Dickinson viene isolata da chiunque altro scriva nella sua generazione e nelle successive, risulta bizzarra, irrilevante» e automaticamente non degna di avere un posto d’onore nel sistema culturale: la prima raccolta delle sue opere verrà pubblicata in America solo nel 1914 da una parente, Martha Dickinson Bianchi.

Se le scrittrici sono gravate sempre da uno o più “ma” che finiscono per derubricarle al mondo della letteratura “minore”, gli scrittori, dice Russ, vanno riletti alla luce dei loro pregiudizi. Prediamo Rousseau: «La donna intellettuale è un flagello per il marito, per i figli, la servitù, per chiunque… Cerca sempre di farsi uomo. Fuori casa si rende ridicola. Quando è all’opera, si intuisce sempre quale artista o amico regga la matita o la penna». E Stendhal: «Una donna non dovrebbe mai scrivere niente che non sia postumo. Per una donna sotto i cinquant’anni farsi pubblicare equivale a sottoporre la sua felicità alla più terribile delle lotterie». Mentre E.M. Forster considerava Virginia Woolf una pessima scrittrice il cui femminismo era «responsabile dei suoi libri peggiori; lo scorbutico Tre ghinee e le parti meno riuscite di Orlando». Persino Harold Bloom, critico veneratissimo e padre del futuro canone occidentale non si distinse: nel 1976 in un articolo del New Republic su venti libri di poesia non citava neanche una donna. In un anno, dice Joanna Russ, in cui le poetesse di qualità fiorivano numerose.

E oggi? Mettiamola così: allargando lo sguardo oltre il cortile anglosassone e considerando i Nobel per letteratura dal 1901 al 1961 le insignite sono state solo cinque, mentre negli ultimi cinquantotto anni — dal 1962 al 2020 — se ne contano undici. Quindi le autrici presenti in quello che possiamo considerare un “canone mondiale” sono raddoppiate. Ma in 120 anni parliamo sempre di 16 donne e 104 uomini.

Il libro
Vietato scrivere di Joanna Russ (Enciclopedia delle donne, traduzione Dafne Calgaro e Chiara Reali, pagine 264, euro 16)