La Beatrice di Dante che visse due volte
di Filippo La Porta , di Filippo La PortaLa donna amata dal poeta nonché protagonista della "Divina Commedia" è portatrice di uno sguardo sul mondo che, secoli dopo, rinasce nelle grandi figure femminili del Novecento. Ecco perché
Tentare di avvicinare Dante, che si trova infinitamente dietro di noi e infinitamente davanti a noi, è impresa temeraria almeno quanto il suo viaggio nell'oltretomba. Per una tale impresa vorrei convocare alcune "Beatrici" novecentesche, che hanno meditato sulla crisi della nostra civiltà senza indulgere ad alcuna deriva nichilista, ma anzi cercando sempre una via d'uscita, per "riveder le stelle". Il loro è uno sguardo femminile sulle cose: aspirano a coltivare una attenzione verso la realtà e non a dominarla (come ha osservato Giancarlo Gaeta): Edith Stein, Simone Weil, Hannah Arendt, Maria Zambrano (tutte hanno solo sfiorato Dante, tranne Zambrano che vi dedicò un saggio). In loro capire è anche sentire: "l'atto che vede" e "quel ch'ama" sono inseparabili.
In particolare possono aiutarci, indirettamente, a decifrare una immagine abbagliante del secondo canto del Paradiso, primo cielo …
In particolare possono aiutarci, indirettamente, a decifrare una immagine abbagliante del secondo canto del Paradiso, primo cielo …
Tentare di avvicinare Dante, che si trova infinitamente dietro di noi e infinitamente davanti a noi, è impresa temeraria almeno quanto il suo viaggio nell'oltretomba. Per una tale impresa vorrei convocare alcune "Beatrici" novecentesche, che hanno meditato sulla crisi della nostra civiltà senza indulgere ad alcuna deriva nichilista, ma anzi cercando sempre una via d'uscita, per "riveder le stelle". Il loro è uno sguardo femminile sulle cose: aspirano a coltivare una attenzione verso la realtà e non a dominarla (come ha osservato Giancarlo Gaeta): Edith Stein, Simone Weil, Hannah Arendt, Maria Zambrano (tutte hanno solo sfiorato Dante, tranne Zambrano che vi dedicò un saggio). In loro capire è anche sentire: "l'atto che vede" e "quel ch'ama" sono inseparabili.
In particolare possono aiutarci, indirettamente, a decifrare una immagine abbagliante del secondo canto del Paradiso, primo cielo (della Luna): Dante e Beatrice volano in direzione dell'astro. Sembra una scena fiabesca: quando la lessi la prima volta, al liceo, immaginai la coppia su un manico di scopa. E qui avviene un prodigio: la superficie lunare di diamante "riceve", miracolosamente, Dante e Beatrice, che la attraversano senza scompaginarla: "com'acqua recepe / raggio di luce permanendo unita". Spero non sia abusivo usare questa immagine come paradigma ideale di relazione con l'altro: una relazione cioè da vivere in tutta la sua pienezza, ma senza alterare l'integrità dell'altro, proprio come un raggio che entra nell'acqua. Da questa immagine - dall'idea di Dio come luce (che rivela il mondo) prima ancora che come potenza - discende poi un diverso paradigma conoscitivo: conoscenza non come violazione e possesso, come oltrepassamento continuo (Ulisse), ma come passività ricettiva e virtù dell'attesa. Dalla metafisica della luce del Paradiso si generano poi altre metafore e similitudini che rinviano ad una azione a distanza su un oggetto: già nel Purgatorio avevamo incontrato "il calor del sol che si fa vino".
Ho avvertito prima che qualsiasi viaggio nella Commedia di noi contemporanei, privi della grazia che accompagnò Dante, è un azzardo. L'immagine da cui siamo partiti - il corpo solido della luna penetrato ma non violato dunque la conoscenza come passività vigile, che permette all'altro di manifestarsi - confligge con una disposizione assai poco "passiva" che incontriamo nel poema: la guerra contro gli "sterpi eretici", una iracondia vendicativa che anticipa il Giudizio Universale, la hybris politica di riformare l'umanità corrotta. Si tratta di contraddizioni felicemente "squadernate" attraverso l'intera opera dantesca: possiamo solo farle deflagrare, senza pretendere di ricomporle.
Mentre sale nel Paradiso Dante è investito da una pioggia - "ploia" - , da un fascio luminoso che lo avvolge, una luce accecante e tenebrosa. Il lettore attuale del Paradiso deve anche lui abbandonarsi a quella "ploia", e alle sue inesauribili associazioni, superando il pregiudizio che ritiene la terza cantica quella più "difficile" e dottrinaria. Tutt'altro. Dante avrebbe potuto ridurre la cantica al solo Empireo, un cielo fatto di pure luce intellettuale, dimora di angeli e beati, e invece si inventa il "teatro" drammaturgico degli altri nove cieli, dove dialoga con alcune figure tutt'altro che immateriali.
Tra queste Piccarda Donati. Il poeta all'inizio non la riconosce: in paradiso è "più bella". Perché più bella (anche Beatrice diventa sempre più bella)? Perché ora è felice, ricongiunta alla sua verità più profonda. Nella vita terrena aveva scelto il chiostro per fuggire da un mondo fondato sulla violenza. Qui invece non bisogna fuggire da niente. Non è vero che i personaggi paradisiaci sono spettrali. Anzi nella trasmutazione la loro bellezza di un tempo si fa più piena: una bellezza che si manifesta con i lineamenti individuali (Dante ha un forte senso della unicità della persona). Piccarda risponde "pronta e con occhi ridenti". E con gli occhi "pieni di faville d'amore" Beatrice si rivolge a Dante, perfino quando la tormenta con i suoi dubbi.
Per Maria Zambrano - Beatrice andalusa - che definisce l'attenzione un "raggio di luce" - la conoscenza non è altro che "un lasciar alle cose il tempo e il modo di manifestarsi nel loro essere proprio". L'anima, da lei definita "farfalla", non canta, però vibrando - come le ali della farfalla - emette un suono inconfondibile. È la vibrazione stessa del cosmo, che in noi si condensa nella palpitazione del cuore. E noi, come leggiamo nel Purgatorio, siam vermi "nati a formar l'angelica farfalla".
In particolare possono aiutarci, indirettamente, a decifrare una immagine abbagliante del secondo canto del Paradiso, primo cielo (della Luna): Dante e Beatrice volano in direzione dell'astro. Sembra una scena fiabesca: quando la lessi la prima volta, al liceo, immaginai la coppia su un manico di scopa. E qui avviene un prodigio: la superficie lunare di diamante "riceve", miracolosamente, Dante e Beatrice, che la attraversano senza scompaginarla: "com'acqua recepe / raggio di luce permanendo unita". Spero non sia abusivo usare questa immagine come paradigma ideale di relazione con l'altro: una relazione cioè da vivere in tutta la sua pienezza, ma senza alterare l'integrità dell'altro, proprio come un raggio che entra nell'acqua. Da questa immagine - dall'idea di Dio come luce (che rivela il mondo) prima ancora che come potenza - discende poi un diverso paradigma conoscitivo: conoscenza non come violazione e possesso, come oltrepassamento continuo (Ulisse), ma come passività ricettiva e virtù dell'attesa. Dalla metafisica della luce del Paradiso si generano poi altre metafore e similitudini che rinviano ad una azione a distanza su un oggetto: già nel Purgatorio avevamo incontrato "il calor del sol che si fa vino".
Ho avvertito prima che qualsiasi viaggio nella Commedia di noi contemporanei, privi della grazia che accompagnò Dante, è un azzardo. L'immagine da cui siamo partiti - il corpo solido della luna penetrato ma non violato dunque la conoscenza come passività vigile, che permette all'altro di manifestarsi - confligge con una disposizione assai poco "passiva" che incontriamo nel poema: la guerra contro gli "sterpi eretici", una iracondia vendicativa che anticipa il Giudizio Universale, la hybris politica di riformare l'umanità corrotta. Si tratta di contraddizioni felicemente "squadernate" attraverso l'intera opera dantesca: possiamo solo farle deflagrare, senza pretendere di ricomporle.
Mentre sale nel Paradiso Dante è investito da una pioggia - "ploia" - , da un fascio luminoso che lo avvolge, una luce accecante e tenebrosa. Il lettore attuale del Paradiso deve anche lui abbandonarsi a quella "ploia", e alle sue inesauribili associazioni, superando il pregiudizio che ritiene la terza cantica quella più "difficile" e dottrinaria. Tutt'altro. Dante avrebbe potuto ridurre la cantica al solo Empireo, un cielo fatto di pure luce intellettuale, dimora di angeli e beati, e invece si inventa il "teatro" drammaturgico degli altri nove cieli, dove dialoga con alcune figure tutt'altro che immateriali.
Tra queste Piccarda Donati. Il poeta all'inizio non la riconosce: in paradiso è "più bella". Perché più bella (anche Beatrice diventa sempre più bella)? Perché ora è felice, ricongiunta alla sua verità più profonda. Nella vita terrena aveva scelto il chiostro per fuggire da un mondo fondato sulla violenza. Qui invece non bisogna fuggire da niente. Non è vero che i personaggi paradisiaci sono spettrali. Anzi nella trasmutazione la loro bellezza di un tempo si fa più piena: una bellezza che si manifesta con i lineamenti individuali (Dante ha un forte senso della unicità della persona). Piccarda risponde "pronta e con occhi ridenti". E con gli occhi "pieni di faville d'amore" Beatrice si rivolge a Dante, perfino quando la tormenta con i suoi dubbi.
Per Maria Zambrano - Beatrice andalusa - che definisce l'attenzione un "raggio di luce" - la conoscenza non è altro che "un lasciar alle cose il tempo e il modo di manifestarsi nel loro essere proprio". L'anima, da lei definita "farfalla", non canta, però vibrando - come le ali della farfalla - emette un suono inconfondibile. È la vibrazione stessa del cosmo, che in noi si condensa nella palpitazione del cuore. E noi, come leggiamo nel Purgatorio, siam vermi "nati a formar l'angelica farfalla".