Gemelli coltelli: il thriller di Jeffrey Archer
di Enrico Franceschini , di Enrico FranceschiniImpossibile non ammirare Jeffrey Archer, come uomo, seppure non necessariamente come scrittore. Uno che è arrivato due volte ai vertici della vita politica del Regno Unito, deputato per venticinque anni, vicepresidente del partito conservatore, candidato a sindaco di Londra, e due volte ha perso tutto per scandali e processi infamanti, finendo per trascorrere quattro anni dietro le sbarre: eppure, dopo tutto questo, è ancora membro della camera dei Lord con l’augusto titolo di Barone di Weston-super-Mare. Uno che, in due ore di intervista, riesce a fare dubitare l’intervistatore non solo della sua capacità di scrivere un libro, ma della sua capacità di scrivere, tout court: eppure parla circondato di capolavori che valgono una fortuna, ai piani alti di un grattacielo sul Tamigi, di fianco alla sede dello spionaggio britannico, e quei quadri, quella pazzesca camera con vista, quel prestigioso indirizzo, se li è comprati vendendo libri.
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Impossibile non ammirare Jeffrey Archer, come uomo, seppure non necessariamente come scrittore. Uno che è arrivato due volte ai vertici della vita politica del Regno Unito, deputato per venticinque anni, vicepresidente del partito conservatore, candidato a sindaco di Londra, e due volte ha perso tutto per scandali e processi infamanti, finendo per trascorrere quattro anni dietro le sbarre: eppure, dopo tutto questo, è ancora membro della camera dei Lord con l’augusto titolo di Barone di Weston-super-Mare. Uno che, in due ore di intervista, riesce a fare dubitare l’intervistatore non solo della sua capacità di scrivere un libro, ma della sua capacità di scrivere, tout court: eppure parla circondato di capolavori che valgono una fortuna, ai piani alti di un grattacielo sul Tamigi, di fianco alla sede dello spionaggio britannico, e quei quadri, quella pazzesca camera con vista, quel prestigioso indirizzo, se li è comprati vendendo libri.
Quanti libri, esattamente? Una cinquantina, secondo la sua bibliografia. Vendendone complessivamente quante copie, per la precisione? Trecentoventi milioni in tutto il mondo, secondo Wikipedia. Con quali responsi da sbattere in copertina dell’ultimo successo? «Un narratore del calibro di Dumas» (Washington Post). «Uno dei dieci migliori romanzieri del mondo» (Los Angeles Times). «Un classico della letteratura moderna» (Times). Per farla breve, un personaggio così incredibile non dovrebbe nemmeno avere bisogno di immaginare storie, gli basterebbe raccontare la propria: naturalmente Archer ha fatto anche questo, in una trilogia, diventata a sua volta un bestseller.
Adesso esce in Italia, con colpevole ritardo, il suo primo romanzo, con cui nel lontano 1979 ha cominciato una sfolgorante carriera: Kane e Abel. Se vi risveglia reminiscenze del catechismo, ebbene sì, è un’allegoria di Caino e Abele: la saga lunga un secolo (il Novecento) di due uomini disposti a tutto pur di distruggersi a vicenda e conquistare il potere che uno solo di loro può detenere. Altra possibile allegoria: Il Principe e il Povero, visto che uno nasce ricco e potente in America, l’altro in miseria nera nelle campagne dell’Europa orientale. Hanno soltanto una cosa in comune: sono nati lo stesso giorno. Ma, come si dice nelle fiabe, i loro cammini sono destinati a incrociarsi in una lotta spietata per la costruzione di un impero.
Non è sicuramente la bella scrittura il lato forte di questa e altre opere di Archer, ma non sarebbe certo l’unico autore diventato famoso nonostante gli stanchi cliché, le infantili metafore, i patetici dialoghi con cui infarcisce le sue trame: basti pensare al caso di Dan Brown (che in un omaggio a Kane e Abel lo definisce «il romanzo definitivo sulla rivalità fraterna», uno dei suoi classici understatement). Del resto, sebbene il Barone di Weston-super-Mare sostenga di scrivere a mano ogni riga dei suoi libri, circolano versioni un po’ differenti su chi effettivamente li produca: la fedele segretaria a cui tocca il compito di “trascriverli” al computer, l’esercito di ricercatori e fact-checkers che mettono a punto coreografia e costumi, un imprecisato numero di ghost writers, fino al suo editor, Richard Cohen, il quale a un certo punto dichiarò di avere come missione nella vita quella di nascondere agli occhi del lettore «il pieno orrore della prosa di Jeffrey» prima della revisione.
Come che sia, il nome sul volume è suo. E per quanto le storie manchino di originalità, «le idee non hanno copyright» afferma, ammettendo in sostanza di copiare (nel caso di Kane e Abel l’ispirazione viene dalla Bibbia), chi è senza peccato scagli la prima pietra: dopo Omero, come si suole dire, non abbiamo inventato più niente. La sua specialità sono le saghe dalle stalle alle stelle, i conflitti padre-figlio, la lotta tra bene e male: ma in fondo questa è anche materia di buona parte della letteratura mondiale, Omero compreso.
Per tornare alle cifre, la vicenda di William Lowell Kane e Abel Rosnovski, così si chiamano i protagonisti che le danno il titolo, ha venduto 34 milioni di copie: se anche in realtà fossero un po’ meno (c’è chi dubita perfino della veridicità delle sue tirature), vuol dire che il meccanismo funziona. Siete su un’isola deserta, su un aereo in volo per l’Australia, nel soggiorno di casa vostra al tempo della pandemia senza più serial da vedere su Netflix? Le 618 pagine di questa storia vi terranno compagnia per un pezzo.
Il libro
Kane e Abel di Jeffrey Archer (HarperCollins, traduzione Seba Pezzani, pagine 618, euro 16,90)