Vignette e papaveri per la nuova Resistenza
di Clotilde Veltri , di Clotilde VeltriLa raccolta di Mauro Biani dedicata all’antifascismo
C’è il rosso. Che quasi sempre segna il confine. O di qua o di là. Non si può stare in mezzo, bisogna scegliere. E il rosso indica anche la strada. Come il papavero sulla copertina. Il papavero rosso è partigiano e Mauro Biani nella raccolta di vignette È questo il fiore — pubblicata dalla casa editrice People di Giuseppe Civati —, rivendica innanzitutto un senso di appartenenza al lato giusto della Storia, quello dell’antifascismo, della Costituzione repubblicana nata per mettere al riparo i deboli, le vittime delle ingiustizie, le minoranze. Gli eroi loro malgrado che, nelle sue vignette, indossano magliette rosse, hanno in mano papaveri rossi, si muovono su sfondi rossi.
Quella di Mauro Biani, vignettista, illustratore, scultore, firma di Repubblica, non è semplicemente una raccolta di illustrazioni realizzate per i quotidiani, quindi strette sulla cronaca e che raccontano il mondo di oggi tra pandemia e sovranismi,…
Quella di Mauro Biani, vignettista, illustratore, scultore, firma di Repubblica, non è semplicemente una raccolta di illustrazioni realizzate per i quotidiani, quindi strette sulla cronaca e che raccontano il mondo di oggi tra pandemia e sovranismi,…
C’è il rosso. Che quasi sempre segna il confine. O di qua o di là. Non si può stare in mezzo, bisogna scegliere. E il rosso indica anche la strada. Come il papavero sulla copertina. Il papavero rosso è partigiano e Mauro Biani nella raccolta di vignette È questo il fiore — pubblicata dalla casa editrice People di Giuseppe Civati —, rivendica innanzitutto un senso di appartenenza al lato giusto della Storia, quello dell’antifascismo, della Costituzione repubblicana nata per mettere al riparo i deboli, le vittime delle ingiustizie, le minoranze. Gli eroi loro malgrado che, nelle sue vignette, indossano magliette rosse, hanno in mano papaveri rossi, si muovono su sfondi rossi.
Quella di Mauro Biani, vignettista, illustratore, scultore, firma di Repubblica, non è semplicemente una raccolta di illustrazioni realizzate per i quotidiani, quindi strette sulla cronaca e che raccontano il mondo di oggi tra pandemia e sovranismi, tra fascismi rinascenti e antisemitismi, è piuttosto un manifesto per la nuova Resistenza alla quale, sembra dirci l’autore con l’ausilio del presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo che firma la prefazione, non si può dire di no se si è cittadini consapevoli e, ancora prima, esseri umani. Se si ha a cuore la democrazia.
Le vignette “chiamano” letteralmente il lettore a combattere innanzitutto l’indifferenza di fronte alle ingiustizie. Di fronte ai segnali che riportano indietro l’orologio della Storia come facciamo a girarci dall’altra parte, a essere «ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono», si chiede Pagliarulo citando Saramago.
I piccoli mondi senza se e senza ma di Biani parlano all’attualità e con essa si confrontano e si scontrano. Non c’è quasi mai ironia o malizia nel tratto netto di questo autore che ha lavorato per sette anni al Manifesto e prima all’Unità, a Left e giù giù fino al Male di Vauro e Vincino, una storia la sua di assoluta partigianeria. Piccoli mondi dunque, nei quali si aggirano straniati ed estranei, bellissimi bambini figli della speranza che si rivolgono a miliziani armati o a fascisti in doppiopetto con una struggente limpidezza, una saggezza che viene da lontano, destinata a sopravvivere a ogni scempio. Speranza come quella che si fa persona in Liliana Segre la cui scorta — ricordate le polemiche nel 2019? — è costituita da giovani donne, giovani uomini, bambini, la società civile che qui ritrova una forza primigenia e cosmopolita. Antisemitismo e razzismo del nuovo millennio sono raccontati con le parole e il volto di Primo Levi ma con egual potenza dal ragazzino disabile che azzarda un computo: «Dunque, prima i migranti, poi gli ebrei, poi…».
Chi è il nemico in una società apparentemente pacificata e democratica? Come si riconosce? Biani lo indica senza timore, intrecciando citazioni, pezzi della nostra storia e del nostro vissuto attuale. Nel capitolo dedicato al 25 Aprile, maiuscolo per citare lo scrittore Maurizio Maggiani, c’è Anna Magnani in Roma città aperta che corre tra le urla vomitate da quelli che non sono i nazisti di ieri, ma i fascisti di oggi, c’è il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry che invece di innaffiare la rosa innaffia il papavero, c’è l’omaggio gentile alla staffetta partigiana Carla Nespolo, c’è Bella Ciao e quanto è bella!
Ma ci sono anche i Salvini e i Trump. È qui che le vignette diventano feroci, arrabbiate, sprezzanti soprattutto contro coloro che predicano la medietà: «Restiamo moderati. Manteniamo equidistanza tra fascismo e democrazia» dice impassibile l’uomo senza volto mentre, e siamo alla pandemia, una testa rasata grida in faccia a un bambino con la mascherina: «È una dittatura sanitaria», replica del piccolo: «E me la sputi in faccia?».
Non me ne avrà l’autore se in alcune vignette intravedo lo spirito del Banksy situazionista, penso per esempio a quella del cowboy che cavalca un kalashnikov, dal titolo Strangelove. Con il writer di Bristol il partigiano Biani condivide la certezza di stare dalla parte giusta della Storia. La stessa del bambino che risponde al militare bardato di casco e mitra: «Ti conci così, spari su gente inerme: hai più paura tu». Il risultato non è affatto un grido sordo che qualcuno ha paragonano a Munch, il risultato è poesia. Questo è il fiore.
Quella di Mauro Biani, vignettista, illustratore, scultore, firma di Repubblica, non è semplicemente una raccolta di illustrazioni realizzate per i quotidiani, quindi strette sulla cronaca e che raccontano il mondo di oggi tra pandemia e sovranismi, tra fascismi rinascenti e antisemitismi, è piuttosto un manifesto per la nuova Resistenza alla quale, sembra dirci l’autore con l’ausilio del presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo che firma la prefazione, non si può dire di no se si è cittadini consapevoli e, ancora prima, esseri umani. Se si ha a cuore la democrazia.
Le vignette “chiamano” letteralmente il lettore a combattere innanzitutto l’indifferenza di fronte alle ingiustizie. Di fronte ai segnali che riportano indietro l’orologio della Storia come facciamo a girarci dall’altra parte, a essere «ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono», si chiede Pagliarulo citando Saramago.
I piccoli mondi senza se e senza ma di Biani parlano all’attualità e con essa si confrontano e si scontrano. Non c’è quasi mai ironia o malizia nel tratto netto di questo autore che ha lavorato per sette anni al Manifesto e prima all’Unità, a Left e giù giù fino al Male di Vauro e Vincino, una storia la sua di assoluta partigianeria. Piccoli mondi dunque, nei quali si aggirano straniati ed estranei, bellissimi bambini figli della speranza che si rivolgono a miliziani armati o a fascisti in doppiopetto con una struggente limpidezza, una saggezza che viene da lontano, destinata a sopravvivere a ogni scempio. Speranza come quella che si fa persona in Liliana Segre la cui scorta — ricordate le polemiche nel 2019? — è costituita da giovani donne, giovani uomini, bambini, la società civile che qui ritrova una forza primigenia e cosmopolita. Antisemitismo e razzismo del nuovo millennio sono raccontati con le parole e il volto di Primo Levi ma con egual potenza dal ragazzino disabile che azzarda un computo: «Dunque, prima i migranti, poi gli ebrei, poi…».
Chi è il nemico in una società apparentemente pacificata e democratica? Come si riconosce? Biani lo indica senza timore, intrecciando citazioni, pezzi della nostra storia e del nostro vissuto attuale. Nel capitolo dedicato al 25 Aprile, maiuscolo per citare lo scrittore Maurizio Maggiani, c’è Anna Magnani in Roma città aperta che corre tra le urla vomitate da quelli che non sono i nazisti di ieri, ma i fascisti di oggi, c’è il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry che invece di innaffiare la rosa innaffia il papavero, c’è l’omaggio gentile alla staffetta partigiana Carla Nespolo, c’è Bella Ciao e quanto è bella!
Ma ci sono anche i Salvini e i Trump. È qui che le vignette diventano feroci, arrabbiate, sprezzanti soprattutto contro coloro che predicano la medietà: «Restiamo moderati. Manteniamo equidistanza tra fascismo e democrazia» dice impassibile l’uomo senza volto mentre, e siamo alla pandemia, una testa rasata grida in faccia a un bambino con la mascherina: «È una dittatura sanitaria», replica del piccolo: «E me la sputi in faccia?».
Non me ne avrà l’autore se in alcune vignette intravedo lo spirito del Banksy situazionista, penso per esempio a quella del cowboy che cavalca un kalashnikov, dal titolo Strangelove. Con il writer di Bristol il partigiano Biani condivide la certezza di stare dalla parte giusta della Storia. La stessa del bambino che risponde al militare bardato di casco e mitra: «Ti conci così, spari su gente inerme: hai più paura tu». Il risultato non è affatto un grido sordo che qualcuno ha paragonano a Munch, il risultato è poesia. Questo è il fiore.