Manzoni, Calvino, Gadda. Quella dell’imperatore è stata anche una vita letteraria. Da rileggere
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La scrisse con l'urgenza con cui si scrive un editoriale. La scrisse in fretta, impiegando nemmeno tre giorni a completarla: con uno stato d'animo turbato, uno stordimento che per poco - leggendo la notizia sulla Gazzetta di Milano - non lo fece svenire. Mise in versi quello sconcerto, e venne fuori una delle poesie più note della tradizione letteraria italiana. Una di quelle che si mandavano a memoria: "Ei fu. Siccome immobile...".
Il cinque maggio, sì! Ma Manzoni seppe in ritardo della morte di Napoleone, in piena estate. L'informazione camminava lenta, ma questo non ridusse l'impatto della notizia, che per Manzoni fu "un colpo di cannone". Così racconta Matteo Palumbo nelle pagine di Ei fu. Vita letteraria di Napoleone da Foscolo a Gadda (Salerno); e ci dà l'…
La scrisse con l'urgenza con cui si scrive un editoriale. La scrisse in fretta, impiegando nemmeno tre giorni a completarla: con uno stato d'animo turbato, uno stordimento che per poco - leggendo la notizia sulla Gazzetta di Milano - non lo fece svenire. Mise in versi quello sconcerto, e venne fuori una delle poesie più note della tradizione letteraria italiana. Una di quelle che si mandavano a memoria: "Ei fu. Siccome immobile...".
Il cinque maggio, sì! Ma Manzoni seppe in ritardo della morte di Napoleone, in piena estate. L'informazione camminava lenta, ma questo non ridusse l'impatto della notizia, che per Manzoni fu "un colpo di cannone". Così racconta Matteo Palumbo nelle pagine di Ei fu. Vita letteraria di Napoleone da Foscolo a Gadda (Salerno); e ci dà l'occasione per rimettere a fuoco la "realtà aumentata" di Napoleone Bonaparte. Al politico, al generale, all'imperatore si aggiunge il personaggio letterario, già attivo mentre l'originale in carne e ossa era ancora vivo e potente. Participio presente magnetico per gli intellettuali, anche quando ne contestano le ombre e i soprusi. Stendhal che abbozzava una Vita di Napoleone, lui vivo, polarizza il "talento straordinario" e la "pericolosa ambizione"; e ammira la capacità di sopportare le avversità con fermezza, che è più salda dei cedimenti all'ebbrezza della fortuna.
Il bello è che a Napoleone stesso non sarebbe dispiaciuto essere uno scrittore. In un'eccentrica opera enciclopedica, Alberto Savinio ne ricorda gli acerbi esperimenti giovanili e il desiderio segreto di scambiare le grandi battaglie combattute con "un'opera letteraria che sfidasse i secoli". Benché non l'abbia scritta di suo pugno, per interposta persona esiste - ed è un'opera collettiva, inesauribile. La forza dello "spirito superiore" è materia per scrittori: soprattutto se sanno maneggiare gli assoluti, come Balzac, tenendoli sempre ancorati ai penosi, e carnali, relativi dell'umano. L'"ometto piuttosto grasso", con i pantaloni bianchi e un tricorno in testa, scatena un entusiasmo irrefrenabile nella folla: "Perfino i muri delle più alte gallerie del vecchio palazzo sembravano gridare: "Viva l'Imperatore!". C'era in tutto ciò qualcosa di magico", commenta Balzac nel romanzo La trentenne.
L'autore della Commedia umana è fra gli ammiratori di Napoleone, e ne trascrive frasi e pensieri "in un libro di cucina che non abbandonava mai la mia scrivania". Ecco che le Massime e pensieri di Napoleone, appena ristampato da Sellerio a cura di Carlo Carlino, diventano una specie di piccolo romanzo aggiunto ai romanzi di Balzac. L'autore lascia parlare il personaggio dalla volontà più ferrea che si registri "negli annali delle dominazioni umane", e lo fa - un po' soggiogato, un po' divertito - per porne l'anima davanti ai lettori. Gli aforismi, letti in sequenza o disordinatamente, hanno la nota acidula della vera intelligenza. Qualche esempio? "Durante la rivoluzione si dimentica tutto", "I crimini collettivi non impegnano nessuno". Parole qualche volta machiavelliche e crudeli, ammette lo stesso Balzac - e tuttavia, coerenti.
Se la pubblicistica intorno alla figura di Napoleone - anche in epoca di allarmate revisioni morali - è così florida (dall'inizio dell'anno almeno quaranta titoli) è perché sulla vicenda dell'artigliere partito da Ajaccio si incaglia ogni nostro tentativo di comprensione della natura ambigua e misteriosa del potere. La domanda su cui Manzoni lasciava ai posteri l'ardua sentenza resta aperta. Fu vera gloria? C'è una pulsione napoleonica in ogni scalata al potere, anche la più risibile; e c'è la "competizione con la fuga del tempo", come la definisce Yasmina Reza nel bellissimo libro in cui osservava l'ascesa di Sarkozy, L'alba, la sera o la notte (Bompiani).
E quando tutto finisce, quando si arriva alla sconfitta, alla resa, finisce anche il racconto? Quello no, non finisce mai. Il nostro Gadda proietta su colui che impietosamente chiama Nano l'ombra degli estinti a causa sua; e si diverte a irridere i suoi antichi celebratori - spariti quando Napoleone è ridotto alle sembianze di "un topo in un pitale". Ma sempre stando al Cinque maggio, una voce davvero e fino in fondo "vergin di servo encomio e di codardo oltraggio", fra i contemporanei del Mito, è pressoché impossibile trovarla. Lo sguardo pietoso può permetterselo un romanziere due secoli dopo: penso a N di Ernesto Ferrero, ormai un piccolo classico. O a quel cammeo di Napoleone nella "scenografia incantata", come la definisce Palumbo nel suo saggio, del Barone rampante di Calvino.
L'Imperatore guarda tra i rami su cui si è appollaiato Cosimo. Si mettono a parlare, l'uno con i piedi a terra, l'altro con i piedi sospesi, di Alessandro Magno e di Diogene, ma dietro il brillio della conversazione c'è una palpabile malinconia. Perché - pensano entrambi - sarebbe bello dare indietro le costituzioni, il consolato, l'impero, pur di "ricominciare da capo", rimettersi in sella, e inseguire di nuovo il sogno.