Come riusciremo a fermare le mafie
di Giuseppe Pignatone , di Giuseppe PignatoneLe riflessioni del capo dello Stato su giustizia, democrazia e responsabilità si possono applicare anche alla lotta alla criminalità organizzata
Nell'intervista pubblicata il 9 maggio su questo giornale, il Presidente Sergio Mattarella ha toccato molti aspetti del fenomeno terroristico, offrendo un'ampia visuale su ciò che quegli eventi hanno rappresentato per il Paese e sugli interrogativi ancora oggi senza risposta. Alcune di queste considerazioni possono valere - mi sembra - anche nel contrasto alle mafie, ferma restando l'assoluta differenza tra i due fenomeni, uno ormai concluso, l'altro sempre di drammatica attualità. "Lo Stato di diritto, la Repubblica democratica - ha detto Mattarella - seppero battere il terrorismo senza mai venire meno alla pienezza delle garanzie, dei diritti fondamentali, senza leggi eccezionali". E una implicita conferma a questa verità storica giunge dalla recente decisione della Francia che, pur con grande ritardo, ha consentito la cattura e l'avvio delle procedure di estradizione di alcuni terroristi condannati per fatti di sangue, da moltissim…
Nell'intervista pubblicata il 9 maggio su questo giornale, il Presidente Sergio Mattarella ha toccato molti aspetti del fenomeno terroristico, offrendo un'ampia visuale su ciò che quegli eventi hanno rappresentato per il Paese e sugli interrogativi ancora oggi senza risposta. Alcune di queste considerazioni possono valere - mi sembra - anche nel contrasto alle mafie, ferma restando l'assoluta differenza tra i due fenomeni, uno ormai concluso, l'altro sempre di drammatica attualità. "Lo Stato di diritto, la Repubblica democratica - ha detto Mattarella - seppero battere il terrorismo senza mai venire meno alla pienezza delle garanzie, dei diritti fondamentali, senza leggi eccezionali". E una implicita conferma a questa verità storica giunge dalla recente decisione della Francia che, pur con grande ritardo, ha consentito la cattura e l'avvio delle procedure di estradizione di alcuni terroristi condannati per fatti di sangue, da moltissimi anni riparati Oltralpe.
Lo stesso possiamo dire - persino a maggior ragione - a proposito dell'azione di contrasto alle mafie. Ed è bene ribadirlo proprio oggi, perché in questo periodo viene riproposta la tesi secondo cui la legislazione antimafia non assicurerebbe agli imputati le garanzie fondamentali e quindi sarebbe costituzionalmente illegittima e in contrasto con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Tesi che non si può condividere e che è stata già smentita in numerose sentenze della Corte costituzionale, che pure è intervenuta anche di recente - modificando la sua precedente giurisprudenza - su singole, specifiche norme, ribadendo però la necessità di mantenere l'attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata. Non sembri un paradosso, ma la conferma della correttezza e dell'equilibrio che hanno caratterizzato i processi di mafia sta nelle assoluzioni, e - prima ancora - nelle archiviazioni, decise dai giudici per una parte degli imputati.
Un secondo tema di fondamentale importanza toccato dal Presidente della Repubblica riguarda la necessità di fare luce sulle "ombre, spazi oscuri, complicità non pienamente chiarite" perché "l'esigenza di completa verità è molto sentita dai familiari delle vittime, ma è anche un'esigenza fondamentale per la Repubblica". Anche queste parole si attagliano a tanti delitti di mafia, basti ricordare quanto sia ancora contraddittoria e confusa la ricostruzione della strage di via d'Amelio. E, tuttavia, va detto, per la mafia come per il terrorismo, che rispetto ai decenni terribili del secolo scorso sono stati compiuti enormi passi avanti: le indagini hanno chiarito contesti e motivazioni, sono stati identificati e condannati gran parte dei responsabili dei delitti, eccellenti e non.
Questo tema si collega, anche nelle parole del Presidente, a quello delle vittime dei reati e dei loro familiari. A questo proposito bisogna essere consapevoli che, con riferimento ai crimini di mafia, i "familiari delle vittime" sono molte decine di migliaia, se è vero che dal 1970 sono state uccise dai killer almeno diecimila persone e che ancora oggi un numero altissimo di cittadini subisce usura ed estorsioni e ci sono imprenditori che devono abbandonare l'attività a Palermo come a Reggio Calabria, a Foggia come a Napoli e in tante altre zone del Paese.
Sono perciò sempre troppi gli italiani che aspettano dallo Stato un aiuto concreto: anche economico, ma in primo luogo come creazione di spazi di libertà, di riconquista del territorio, che può iniziare solo con un'azione repressiva efficace e non episodica.
Veniamo così a una terza questione toccata dal presidente Mattarella nell'intervista, là dove mette in evidenza che "fu proprio la violenza contro persone inermi e innocenti a prosciugare rapidamente il bacino del consenso del terrorismo" e che a provocarne la crisi "fu l'isolamento, la totale contrarietà che il terrorismo e lo stragismo trovarono nella vita della comunità, nei luoghi di lavoro, nel sindacato, negli uffici, nel sentire comune". Anche sul versante dell'antimafia molto è stato fatto, specie dopo le stragi di Palermo, Milano, Firenze e Roma. In questi ultimi trent'anni la società civile è senza dubbio cresciuta in consapevolezza, specie in quelle zone del Sud dove ormai è chiaro che non esistono "mafie buone" e che non è possibile "convivere con la mafia". L'unica opzione è sconfiggerle, o saranno queste a piegare la società.
E tuttavia resta molto da fare. Non solo nel Meridione d'Italia, ma anche al Nord, dove le mafie, con una scelta intelligente, hanno rinunciato ad atti di violenza eclatanti per praticare la più discreta via della corruzione. Il risultato, confermato dai processi, è che dietro una cortina di silenzio e di omertà e sulla base di un illusorio calcolo di convenienza, operatori economici, amministratori, funzionari pubblici coltivano rapporti e fanno affari con i mafiosi, facendo espandere quella "zona grigia", che è la loro vera forza.
Ancora oggi, purtroppo, le mafie non si sono ridotte a "criminalità di strada", cioè non viviamo ancora quel momento che, secondo Giovanni Falcone, avrebbe segnato la fine della mafia. Tuttavia, come per il terrorismo, l'invincibilità della mafia non esiste. Dipende da noi.
Lo stesso possiamo dire - persino a maggior ragione - a proposito dell'azione di contrasto alle mafie. Ed è bene ribadirlo proprio oggi, perché in questo periodo viene riproposta la tesi secondo cui la legislazione antimafia non assicurerebbe agli imputati le garanzie fondamentali e quindi sarebbe costituzionalmente illegittima e in contrasto con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Tesi che non si può condividere e che è stata già smentita in numerose sentenze della Corte costituzionale, che pure è intervenuta anche di recente - modificando la sua precedente giurisprudenza - su singole, specifiche norme, ribadendo però la necessità di mantenere l'attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata. Non sembri un paradosso, ma la conferma della correttezza e dell'equilibrio che hanno caratterizzato i processi di mafia sta nelle assoluzioni, e - prima ancora - nelle archiviazioni, decise dai giudici per una parte degli imputati.
Un secondo tema di fondamentale importanza toccato dal Presidente della Repubblica riguarda la necessità di fare luce sulle "ombre, spazi oscuri, complicità non pienamente chiarite" perché "l'esigenza di completa verità è molto sentita dai familiari delle vittime, ma è anche un'esigenza fondamentale per la Repubblica". Anche queste parole si attagliano a tanti delitti di mafia, basti ricordare quanto sia ancora contraddittoria e confusa la ricostruzione della strage di via d'Amelio. E, tuttavia, va detto, per la mafia come per il terrorismo, che rispetto ai decenni terribili del secolo scorso sono stati compiuti enormi passi avanti: le indagini hanno chiarito contesti e motivazioni, sono stati identificati e condannati gran parte dei responsabili dei delitti, eccellenti e non.
Questo tema si collega, anche nelle parole del Presidente, a quello delle vittime dei reati e dei loro familiari. A questo proposito bisogna essere consapevoli che, con riferimento ai crimini di mafia, i "familiari delle vittime" sono molte decine di migliaia, se è vero che dal 1970 sono state uccise dai killer almeno diecimila persone e che ancora oggi un numero altissimo di cittadini subisce usura ed estorsioni e ci sono imprenditori che devono abbandonare l'attività a Palermo come a Reggio Calabria, a Foggia come a Napoli e in tante altre zone del Paese.
Sono perciò sempre troppi gli italiani che aspettano dallo Stato un aiuto concreto: anche economico, ma in primo luogo come creazione di spazi di libertà, di riconquista del territorio, che può iniziare solo con un'azione repressiva efficace e non episodica.
Veniamo così a una terza questione toccata dal presidente Mattarella nell'intervista, là dove mette in evidenza che "fu proprio la violenza contro persone inermi e innocenti a prosciugare rapidamente il bacino del consenso del terrorismo" e che a provocarne la crisi "fu l'isolamento, la totale contrarietà che il terrorismo e lo stragismo trovarono nella vita della comunità, nei luoghi di lavoro, nel sindacato, negli uffici, nel sentire comune". Anche sul versante dell'antimafia molto è stato fatto, specie dopo le stragi di Palermo, Milano, Firenze e Roma. In questi ultimi trent'anni la società civile è senza dubbio cresciuta in consapevolezza, specie in quelle zone del Sud dove ormai è chiaro che non esistono "mafie buone" e che non è possibile "convivere con la mafia". L'unica opzione è sconfiggerle, o saranno queste a piegare la società.
E tuttavia resta molto da fare. Non solo nel Meridione d'Italia, ma anche al Nord, dove le mafie, con una scelta intelligente, hanno rinunciato ad atti di violenza eclatanti per praticare la più discreta via della corruzione. Il risultato, confermato dai processi, è che dietro una cortina di silenzio e di omertà e sulla base di un illusorio calcolo di convenienza, operatori economici, amministratori, funzionari pubblici coltivano rapporti e fanno affari con i mafiosi, facendo espandere quella "zona grigia", che è la loro vera forza.
Ancora oggi, purtroppo, le mafie non si sono ridotte a "criminalità di strada", cioè non viviamo ancora quel momento che, secondo Giovanni Falcone, avrebbe segnato la fine della mafia. Tuttavia, come per il terrorismo, l'invincibilità della mafia non esiste. Dipende da noi.