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Il tempo barocco che magnifica ossessione

Guido Cagnacci: Morte  di Cleopatra (1661-1662,
olio su tela) 
Palazzo Barberini inaugura i nuovi spazi espositivi con una mostra dedicata al Seicento. Dove dominano “Vanitas”, “Memento mori” e allegorie dello scorrere inesorabile dei giorni. Così i capolavori del secolo di Caravaggio e Galileo tornano a parlarci da vicino
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Il tempo non fa rumore, ha scritto Seneca nella Brevità della vita: non dà segno della sua velocità, scorre in silenzio, senza soste. Il tempo fugge, vola, stringe. Il tempo lo si può perdere o ammazzare, ma non fermare. È un avaro che tutto vince e tutto ritoglie (Petrarca), e anche il figlio del profondo consiglio di Dio (Boccaccio).

Il tempo non esiste eppure è il cardine dell’esistenza mortale: i filosofi non hanno mai smesso di interrogarlo, ma nella contemporaneità è stato svilito – come rivelano gli aggettivi che ora usiamo preferibilmente associargli: tempo pieno, tempo libero, morto, utile, massimo, reale, supplementare, comunque bastardo (Egan). Il tempo sospeso della pandemia che ha bloccato l’orologio del mondo, però, ci ha costretto a riabilitarlo: a restituirgli potere e grandezza.


Non sembra dunque una coincidenza ma proprio il momento opportuno nel senso del greco kairós che la m…

Il tempo non fa rumore, ha scritto Seneca nella Brevità della vita: non dà segno della sua velocità, scorre in silenzio, senza soste. Il tempo fugge, vola, stringe. Il tempo lo si può perdere o ammazzare, ma non fermare. È un avaro che tutto vince e tutto ritoglie (Petrarca), e anche il figlio del profondo consiglio di Dio (Boccaccio).

Il tempo non esiste eppure è il cardine dell’esistenza mortale: i filosofi non hanno mai smesso di interrogarlo, ma nella contemporaneità è stato svilito – come rivelano gli aggettivi che ora usiamo preferibilmente associargli: tempo pieno, tempo libero, morto, utile, massimo, reale, supplementare, comunque bastardo (Egan). Il tempo sospeso della pandemia che ha bloccato l’orologio del mondo, però, ci ha costretto a riabilitarlo: a restituirgli potere e grandezza.


Non sembra dunque una coincidenza ma proprio il momento opportuno nel senso del greco kairós che la mostra Tempo barocco, ideata da Francesca Cappelletti con Flaminia Gennari Santori fin dal 2017, inauguri alle Gallerie Nazionali di Arte Antica, e sarà aperta fino a ottobre (catalogo Officina Libraria), in quelli che tutti ci auguriamo siano i mesi di un tempo nuovo. È allestita nelle otto vaste sale al pianterreno di Palazzo Barberini, che dopo un complesso e oneroso restauro finanziato dal Cipe diventeranno il nuovo spazio espositivo delle Gallerie: nell’intervallo trascorso dall’ideazione alla realizzazione, Cappelletti è divenuta direttrice della Galleria Borghese – e pure la collaborazione tra i due musei romani è un messaggio di rinascita per la città.


Tempo barocco rapisce in un viaggio affascinante fra arte, scienza, poesia e tecnologia del Seicento, secolo più di ogni altro ossessionato dal tempo. Le osservazioni di Galileo Galilei e Christiaan Huygens sulla meccanica celeste e terrestre permettevano ormai di misurarlo con esattezza, nell’illusione di dominarlo. Gli orologi, sempre più precisi, fabbricati con materiali indistruttibili (pietre, metalli, smalti), cessarono di essere strumenti per divenire “reliquiari del tempo”, presenze immancabili nella letteratura (chi non ricorda il “mobile ordigno di dentate rote” di Ciro di Pers?) e nella vita di signori, principi e papi – questi forse, poiché il loro potere era vincolato alla loro mortalità, particolarmente sensibili al tema: Urbano VIII, angosciato dalle congiunture, non prendeva decisioni senza interrogare gli astri; Alessandro VII, insonne, ne volle uno notturno per spiare il corso delle stelle. In mostra se ne ammirano di ogni tipologia: con automa in forma di elefante o di Annunciazione a Maria, con scheletro, di bronzo e d’oro, da tavolo e da tasca con suoneria… Ma poter vedere e sentire il rumore del tempo – sconosciuto a Seneca – non ha avuto un effetto tranquillizzante sugli uomini, anzi, li ha posti di fronte ogni giorno e ogni minuto alla loro stessa fine. Di qui la proliferazione barocca delle Vanitas: le nature morte insieme struggenti e inquietanti – nelle quali sugli strumenti musicali, gli attrezzi artistici, la frutta e i fiori dipinti nella loro effimera bellezza incombono come memento teschi, clessidre e candele.


E l’interpretazione del tempo oscillava, proprio come il Pendolo di Foucault, fra due concetti opposti: forza distruttiva, forza creatrice. Il tempo cosmico, ciclico (il moto della luna, del sole, la danza delle ore, il flusso delle stagioni), sacro perché inserito nel circolare calendario naturale e liturgico, poteva essere celebrato quale epifania di Divina Sapienza (come nel dipinto di Andrea Sacchi) o del Trionfo della Divina Provvidenza (come nello spettacolare affresco di Pietro da Cortona, in mostra rappresentato da un bozzetto preparatorio). Ma il tempo lineare, progressivo, edace, consuma inesorabilmente la vita dei mortali, come nel meditativo Le quattro età dell’uomo di Valentin de Boulogne (1629 circa), nel quale bambino, giovane, adulto e vecchio condividono la stessa malinconia.


È un modo realistico e immediato di visualizzare il tempo. Ma prevaleva quello concettoso, allegorico. Il Tempo assumeva le sembianze ambivalenti di Crono-Saturno, il Vecchio che divora ogni cosa e che tuttavia svela la Verità (come nel disegno di Bernini e nell’acquerello di Baciccia).


Chi si oppone al tempo? Chi gli è degno rivale? Chi può sconfiggerlo? Amore, aveva risposto Caravaggio: il suo Amore vincitore divenne prototipo di infinite repliche (qui si apprezzano quella di Riminaldi e Petrazzi). Ma anche Speranza e Bellezza, come nella raffinata tela di Simon Vouet dal Prado. Ma in realtà pure queste sono solo vanità, e anche Amore ne è infine sottomesso, come si vede nel magnifico Van Dyck in prestito dal Museo Jacquemart-André, nel quale l’inesorabile Vecchio taglia spietatamente le ali al ribelle dio Cupido.


Nulla sfugge al tempo, dunque. Neppure l’arte stessa – destinata alla distruzione: la pittura – che può bruciare, scolorire, lacerarsi – più rapidamente della scultura. Guido Reni, conscio dalla deperibilità dei pigmenti, si ingegnava a crearne di eterni, e il visitatore, ammirando i due capolavori esposti (Amor sacro e amor profano, Le quattro stagioni) può valutare se ci sia riuscito.


Eppure la mostra suggerisce altro. Nella contesa col tempo il vincitore non è la verità, né la scienza, e neppure la bellezza in senso letterale (lo specchio che Bernini creò per Cristina di Svezia non doveva tanto riflettere la bellezza delle opere attorno quanto permetterle di contemplare la propria finitudine). È l’artista. Egli può fermarlo, cristallizzando l’istante. Lo penserà il visitatore nell’ultima sala, davanti alla sbalorditiva Morte di Cleopatra di Guido Cagnacci, proveniente da Vienna. Artista eccelso dalla vita movimentata e romanzesca e dopo la morte dimenticato, il cui nome – nonostante le rivalutazioni novecentesche – non risuona ancora quanto dovrebbe. E invece la sua regina d’Egitto che trapassa sul rosso trono, circondata da un coro di donne in lacrime di ogni età interrompe la fuga del tempo, e quell’istante – ogni istante della vita – rende eterno.