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A Vivaldi non preferiva l'uva passa

(fotogramma)
Da “Genesi” a “Telesio” il senso di Battiato per la classica
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Bisognerebbe pensare che Franco Battiato se n’è andato da questa terra (immagine che non gli piacerebbe, vista la sua fede nella reincarnazione) incoronato come “musicista-e-basta”, cioè estraneo a collocazioni in ambiti quali il pop, la classi#ca, il minimalismo, la world music… Il musicista tout-court Battiato spaziava attraverso un cosmo proprio, fluido e metamorfico, creando musica che indaga, mescola, assapora, viaggia, intuisce e ritaglia. Musica che esplora l’alto e il basso, semmai fosse ancora lecito o credibile situare l’arte musicale in campi contrapposti dove il primo guarda con sprezzo il secondo. Operazione che da decenni non si può più fare. Certi terremoti estetici hanno sconvolto il paesaggio e infranto gli steccati, consentendo a Luciano Berio d’innamorarsi artisticamente di Frank Zappa, a Paul McCartney di scrivere partiture per orchestre sinfoniche istituzionali e a Philip Glass di attrarre il p…

Bisognerebbe pensare che Franco Battiato se n’è andato da questa terra (immagine che non gli piacerebbe, vista la sua fede nella reincarnazione) incoronato come “musicista-e-basta”, cioè estraneo a collocazioni in ambiti quali il pop, la classi#ca, il minimalismo, la world music… Il musicista tout-court Battiato spaziava attraverso un cosmo proprio, fluido e metamorfico, creando musica che indaga, mescola, assapora, viaggia, intuisce e ritaglia. Musica che esplora l’alto e il basso, semmai fosse ancora lecito o credibile situare l’arte musicale in campi contrapposti dove il primo guarda con sprezzo il secondo. Operazione che da decenni non si può più fare. Certi terremoti estetici hanno sconvolto il paesaggio e infranto gli steccati, consentendo a Luciano Berio d’innamorarsi artisticamente di Frank Zappa, a Paul McCartney di scrivere partiture per orchestre sinfoniche istituzionali e a Philip Glass di attrarre il pubblico del rock presentando opere nei teatri più “nobili” del pianeta.

Battiato plasmava un mondo che poteva avere spunti e modelli sia nel territorio multiculturale, con una predilezione per l’Oriente, sia in quello classico. Diciamo che, nel suo forte rapporto con la classica e la lirica, era un autore postmoderno, benché non sia giusto appioppargli l’ennesima etichetta. Certo sorprende che un artista che lanciava nei suoi brani testi provocanti come «a Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata / a Vivaldi l’uva passa che mi dà più calorie», fosse un esperto sia di Beethoven che di Vivaldi, così come dell’amatissimo Händel. Battiato lo era, con un’estrema libertà di scelte e molta spregiudicatezza. Adorava le opere di Richard Strauss, che per densità e turgore sono agli antipodi del rarefatto Erik Satie, che tuttavia era un altro dei suoi amori. E prima di conquistare il successone degli anni Ottanta s’immerse nelle sperimentazioni più ardite della musica “colta”. Il suo peculiare “pop esoterico” degli anni Settanta scaturì dal#la scoperta dell’avanguardia tedesca, della musica cosmica e di ciò che si stava muovendo nella musica elettronica. Ebbe un incontro decisivo con Karlheinz Stockhausen, da cui carpì i segreti della grammatica più rigorosa e avanzata della musica, e fu influenzato da John Cage, di cui seguì gli esperimenti sonori e al quale si sentiva affine nel comune interesse per le filosofie orientali e per la poetica Dada.

A parte tutto ciò Battiato conosceva bene il senso di quella forma che chiamiamo “opera lirica”, e sapeva la differenza tra una canzone pop, costruita su un messaggio sintetico e diretto, e un’aria disegnata per il melodramma in strutture più ampie e stratificate. La sua produzione operistica parte da Genesi, che esordì al Regio di Parma nel 1987, e giunge fino a Telesio, votata a uno dei massimi filosofi naturalisti italiani del sedicesimo secolo, Bernardino Telesio. Debuttò al Teatro Rendano di Cosenza nel 2011 e fu registrata in un disco dove il compositore Carlo Boccadoro è sul podio della Royal Philharmonic Orchestra. Un’incisione raffinata.

Scandita in tre atti e dominata dal culto di Gurdjieff, punto di riferimento determinante nel suo pensiero estetico, l’opera iniziale di Battiato, Genesi, intreccia sezioni sinfoniche a tinte musicali arabeggianti, elettronica e video, mentre il testo in varie lingue, tra cui il sanscrito e il greco, esalta le presenze di una voce recitante, di un soprano, di un tenore e di un bari#tono. La sua seconda opera, Gilgamesh, fu messa in scena all’Opera Roma nel ’92. Qui il gioco di sonorità molto materiche e di orchestrazione spesso ridondante, permeata da influssi del minimalismo e con un uso spiccato di timbri strumentali elettronici, è abitato da melologhi, danze, intrecci di lingue quali il sumero, l’accadico e l’ittita e intonazioni di parti vocali conce#pite per narrare la storia del mitico re di Uruk, eroe della letteratura sumerica.

La Messa arcaica, nata nel ’93 e destinata alla cornice della Basilica di San Francesco in Assisi, è la più asciutta e tersa fra le sue composizioni “classiche”. L’essenza sta nel Kyrie, che tra i passaggi della Messa è quello che riassume di più una volontà di assoluta distillazione: un suono di harmonium, note lunghe di pianoforte, brevi inserti orchestrali e corali che richiamano la melodia anticipata dal pianoforte. Così il tempo si ferma o si dilata nell’infinitezza.

Un’opera di Battiato non registrata, ma preziosa e da riscoprire, fu Il cavaliere dell’intelletto, votata al personaggio di Federico II e rappresentata nella Cattedrale di Palermo nel ’94. Arie, recitativi, cori, canti gregoriani, sospensioni nel silenzio, rumori colti nelle strade di Palermo, suoni acustici dell’orchestra miscelati a quelli elettronici delle tastiere… L’impasto s’incrocia con frammenti vocali in ebraico, arabo, greco e tedesco, e il tutto è pervaso dal sogno forse prioritario del Battiato operistico: l’identificazione di un equilibrio tra le dimensioni musicali extraoccidentali e le suggestioni profonde e commoventi del canto lirico generato dalla nostra cultura.