Veronica Roth: “Scrivere è sognare il futuro”
di Ilaria Zaffino , di Ilaria Zaffino“Finché abbiamo un futuro, c’è bisogno di immaginare quel futuro e poi di reimmaginarlo di nuovo. È questo che fa uno scrittore di fantascienza, ed è quello che farò finché scriverò”. Aveva solo 22 anni, era ancora al college, Veronica Roth quando, nel 2011, si è fatta conoscere nel mondo con Divergent, il primo capitolo di una saga fantasy che in dieci anni ha venduto oltre 20 milioni di copie, di cui 700mila in Italia, e che DeAgostini riporta ora in libreria, in un unico volume. Eppure aveva già le idee molto chiare, quando ci ha mostrato una Chicago del futuro divisa in cinque fazioni e una giovane protagonista costretta a scegliere e a lottare per quello in cui crede, anche se – ammette lei – “sono molto cambiata: ho ancora tanto da imparare, è vero ho 32 anni, ma sono più sicura di me e anche la mia scrittura è cambiata. La mia costruzione del mondo è di…
“Finché abbiamo un futuro, c’è bisogno di immaginare quel futuro e poi di reimmaginarlo di nuovo. È questo che fa uno scrittore di fantascienza, ed è quello che farò finché scriverò”. Aveva solo 22 anni, era ancora al college, Veronica Roth quando, nel 2011, si è fatta conoscere nel mondo con Divergent, il primo capitolo di una saga fantasy che in dieci anni ha venduto oltre 20 milioni di copie, di cui 700mila in Italia, e che DeAgostini riporta ora in libreria, in un unico volume. Eppure aveva già le idee molto chiare, quando ci ha mostrato una Chicago del futuro divisa in cinque fazioni e una giovane protagonista costretta a scegliere e a lottare per quello in cui crede, anche se – ammette lei – “sono molto cambiata: ho ancora tanto da imparare, è vero ho 32 anni, ma sono più sicura di me e anche la mia scrittura è cambiata. La mia costruzione del mondo è diventata più forte, più verosimile. E ho anche imparato la moderazione: per esempio, non terminando i capitoli con grandi dichiarazioni drammatiche”. Quello che non è cambiato è l’entusiasmo che i suoi romanzi – dopo Divergent ha scritto una nuova saga in due volumi Carve the Mark. I predestinati e, l’anno scorso, The Ones. La profezia dei prescelti – suscitano nei lettori di tutto il mondo. Anche dopo dieci anni.
Dica la verità, se lo aspettava un successo simile?
“Aspettarselo? Sarebbe stato assurdo! Ero pronta a metterci tutto il tempo e il lavoro necessario per diventare una scrittrice. È successo prima di quanto mi aspettassi, ma era anche qualcosa su cui stavo lavorando: ho iniziato a scrivere ogni giorno da quando avevo undici anni, ero un’avida lettrice. Leggevo sempre. Leggevo al tavolo della colazione, costringendo mia madre a dirmi che mi faceva male allo stomaco solo perché le parlassi almeno una volta al giorno, e persino sotto la doccia, tenendo il libro fuori dallo spruzzo per non bagnarlo: anche questa è una forma d’arte! Harry Potter ha avuto, ovviamente, un posto importante tra le mie letture. E amavo la fantascienza: ho letto quando ero un po’ troppo giovane per capirlo Dune di Frank Herbert… Penso però che molto del successo di Divergent sia dovuto a diversi fattori che si sono incontrati al momento giusto: dal particolare momento editoriale in cui i libri sono usciti alla portata degli adattamenti cinematografici, al supporto del mio editore”.
Vuole dire che era il momento giusto per questo tipo di serie? Negli stessi anni del resto anche “Twilight” o “Hunger Games”, piuttosto che “Shadowhunters”, hanno avuto molto successo…
“Certo non basta un buon marketing o un adattamento cinematografico a spingere un libro al successo se la storia non regge! Divergent apre una porta sull’adolescenza, che i lettori continuano a trovare interessante perché vi si riconoscono. La storia di Tris in fondo racconta, esagerandola, l’uscita dall’adolescenza: il suo mondo improvvisamente si allarga, la sua vita cambia e lei deve decidere cosa fare di se stessa. Deve decidere cosa mantenere del sistema di valori della sua famiglia e cosa lasciar andare. E poi, dovrà mostrarsi alla sua famiglia per come è diventata nella speranza di essere accettata. Sono tutte prove che ognuno di noi affronta, in qualche modo, a un certo punto della vita. Penso che i miei lettori si riconoscano in questo, dai più giovani che lo stanno ancora vivendo a quelli più cresciuti che se lo ricordano. Anche se il mondo è cambiato negli ultimi dieci anni, le emozioni che si provano durante la crescita sono sempre le stesse”.
Ma immaginare una serie fantasy ha ancora senso dopo la pandemia, ora che la realtà ha superato ogni immaginazione?
“La narrativa distopica ha attraversato tutti i tipi di sconvolgimenti sociali. Da Utopia di Tommaso Moro, che ne è un precursore nel 1516, a Il mondo nuovo di Aldous Huxley del 1931, stiamo parlando di un sottogenere che è passato attraverso epidemie, guerre mondiali, l’avvento della tv, dei cellulari, di internet… tutti cambiamenti drammatici per la nostra società. Ma i racconti distopici sono importanti nei momenti buoni quanto in quelli cattivi. Ci rivelano tanto di noi, in modo poco lusinghiero ma necessario. Divergent lo fa forse più delicatamente di altri romanzi distopici: è più una fantasia che una critica sociale incisiva, anche se a modo suo critica. Pensiamo che quel che stiamo vivendo non sia mai successo prima. Dovremmo ricordarci che abbiamo superato altre pandemie (in gran parte attraverso le vaccinazioni, quindi: vaccinatevi quando potete, tutti!). Forse il mondo non sembrava distopico durante la Seconda guerra mondiale? La caduta del Muro di Berlino non sembra uscita da un romanzo distopico? Gli uomini sono uomini, indipendentemente dal tempo in cui vivono. Ciò significa che c’è sempre stato spazio per le storie, per l’immaginazione, per la critica sociale attraverso la fiction”.
A proposito di immaginazione: quanto di lei invece mette nei suoi personaggi?
“Di più e nello stesso tempo di meno di quanto i lettori sospettino! Scrivo di donne che sono più dure di me, o meno socievoli, o più capaci di usare la violenza. Vedono il mondo molto più in bianco e nero di me, mostrando un atteggiamento da 'io contro il resto del mondo' che io non ho. E questo fa parte della gioia di scrivere, entrare in una mente diversa dalla mia e cercare di capirla in modo profondo. Detto questo, ci sono sempre parti di me che trovano strada nei miei personaggi, anche negli antagonisti! Altrimenti avrei difficoltà a entrare in sintonia con loro. Per esempio, condivido l’impegno di Tris nel capire cosa è giusto, e lei è dura con se stessa quanto lo sono io. Ovviamente le mie protagoniste vivono situazioni molto più estreme delle mie, ma prendo sempre un piccolo granello di verità dalla mia vita, lo pianto in loro e lo lascio crescere. E per gli antagonisti esagero le mie qualità peggiori!”.
Ha visto i film tratti dai suoi libri? Vi si riconosce?
“Certo che li ho visti! Ero spesso sul set durante le riprese del primo film, perché era ambientato a Chicago, dove vivo, e mi sento davvero fortunata ad aver potuto dare una sbirciata dietro le quinte. È stato stranissimo camminare sul set e riconoscere pezzi dei libri: a volte erano proprio come li avevo immaginati, a volte erano interpretazioni diverse, man mano che i film andavano avanti c’erano sempre più deviazioni dal materiale di partenza. Anche gli attori hanno fatto un lavoro meraviglioso nel catturare i personaggi, ammiro molto Shailene Woodley (l’attrice che interpreta Tris, ndr)”.
Invece come è cambiato in questi anni il suo rapporto con i lettori: riceve ancora molta posta?
“Sì tantissima, per lo più email, ma ce ne sono ancora parecchi che scrivono lettere. Mi chiedono di spiegare alcuni punti o cosa è successo ai personaggi dopo la fine della storia. E io non sono in grado di rispondere a queste domande! Per me, la storia si ferma dove finisce il libro. Ciò che amo di più è quando mi scrive chi non ha letto Divergent ma mi ha conosciuto attraverso gli altri romanzi, perché significa che la mia carriera sta andando oltre i primi libri che ho scritto. Non importa se questi resteranno i più famosi, ma io non sono la stessa scrittrice di quando avevo 22 anni e significa molto per me quando anche i lettori lo riconoscono”.
E come hanno preso l’epilogo della saga?
“All’inizio è stato uno choc, eppure pensavo che il finale sarebbe stato prevedibile per i lettori. Ero così stressata nei mesi precedenti l’uscita che avevo accennato troppo, rivelato troppo, e pensavo avrebbero indovinato l’epilogo. Ovviamente mi sbagliavo, ma avevo pianificato quel finale fin dal primo libro, lo avevo costruito con molta attenzione. La reazione è stata piuttosto forte e questo anche perché la serie si è sviluppata mentre la scrivevo e quando il terzo libro stava per uscire i lettori erano molto più numerosi di quando ho iniziato. E poi lo stavano tutti aspettando, così la tensione era andata crescendo, e questo ha aumentato lo choc del finale. Ovviamente un finale triste rende la gente triste – è qualcosa che ci si aspetta – ma non credo che fossi davvero preparata alla forza di alcune reazioni. Ho ricevuto persino un sacco di minacce! Ma poche settimane dopo l’uscita, è arrivata una lettera da una giovane donna che aveva perso un genitore un anno prima e mi ha ringraziato per aver esplorato il dolore e la perdita in un modo che rifletteva la sua esperienza. In seguito, ho ricevuto un sacco di messaggi come questo: più tranquilli, tristi, riflessivi. Quelli sono i momenti che mi rimangono davvero impressi, dieci anni dopo”.
Il libro
Divergent. La serie completa di Veronica Roth (DeAgostini, traduzione di Roberta Verde, pagine 1104, euro 19,90, età: 14+)