Pompidou made in Usa
di Anais Ginori , di Anais GinoriPARIGI
Dopo aver realizzato il sogno cinese, Serge Lasvignes è partito alla conquista dell'America. Il presidente del Centre Pompidou, che aveva inaugurato quasi due anni fa una base a Shanghai, questa volta annuncia un nuovo partenariato con Jersey City, nella baia di New York. Il museo parigino ha siglato un'intesa per riadattare il Pathside Building, ex deposito dei tram costruito all'inizio del Novecento davanti alla stazione dei treni usata ogni giorno dai commuters verso Manhattan. L'annuncio è stato fatto dal sindaco di Jersey City, il democratico Steven Fulop, entusiasta all'idea di regalare alla città un nuovo "hub culturale internazionale", oltre 5.400 metri quadrati, dove si potranno vedere capolavori dell'arte moderna e contemporanea provenienti dalla collezione del Pompidou di cui solo una minima parte (5%) è esposto nella capitale francese.
La posizione di Jersey City è strategica, a 15 minuti d…
PARIGI
Dopo aver realizzato il sogno cinese, Serge Lasvignes è partito alla conquista dell'America. Il presidente del Centre Pompidou, che aveva inaugurato quasi due anni fa una base a Shanghai, questa volta annuncia un nuovo partenariato con Jersey City, nella baia di New York. Il museo parigino ha siglato un'intesa per riadattare il Pathside Building, ex deposito dei tram costruito all'inizio del Novecento davanti alla stazione dei treni usata ogni giorno dai commuters verso Manhattan. L'annuncio è stato fatto dal sindaco di Jersey City, il democratico Steven Fulop, entusiasta all'idea di regalare alla città un nuovo "hub culturale internazionale", oltre 5.400 metri quadrati, dove si potranno vedere capolavori dell'arte moderna e contemporanea provenienti dalla collezione del Pompidou di cui solo una minima parte (5%) è esposto nella capitale francese.
La posizione di Jersey City è strategica, a 15 minuti di treno sia da Lower Manhattan che dalla Newark Penn Station. È anche una scommessa su una "comunità dinamica e diversificata" come spiega Lasvignes, citando il successo di altri "esperimenti" di delocalizzazione del museo. Il primo è stato quello Malaga, inaugurato sei anni fa, rimasto quasi sempre aperto durante la pandemia grazie alle minori restrizioni applicate in Spagna. Anche il museo a Shanghai ha chiuso solo due mesi e dal novembre 2019 ha già accolto più di 500 mila visitatori. L'idea di andare in Cina per un'istituzione pubblica impegnata nella difesa di valori democratici e sociali come il Pompidou aveva sollevato qualche critica all'epoca. "Meglio esserci che non esserci" risponde Lasvignes, che ha la flemma dei grand commis dello Stato, è stato segretario generale del governo nel 2006, ma anche un certo gusto per la trasgressione.
"La mia ossessione permanente - continua - è abbattere muri. Il nostro museo è stato inventato per attraversare frontiere. È quella che chiamo l'utopia del Centre Pompidou, e penso che sia utile più che mai". Lasvignes ha in corso un altro partenariato a Bruxelles, oltre ai tanti previsti in Francia. "Non arriviamo per vampirizzare gli altri, ma per nutrirci della diversità, forti della nostra collezione e dei nostri talenti" spiega Lasvignes, ricordando che il Pompidou vanta un organico composto da ben 35 conservatori. "Noi portiamo le opere, le mostre, le idee e le competenze. La regola del gioco è che in ogni luogo dove andiamo si lavori però su un progetto culturale specifico".
Il nuovo "Centre Pompidou × Jersey City", con la supervisione dell'architetto Jason Long dello studio Oma, aprirà le porte all'inizio del 2024, quando il museo parigino sarà invece chiuso. Il complesso immaginato da Renzo Piano e Richard Rogers ha infatti bisogno di una messa a norma dell'impianto anti-incendio e di un adeguamento ai nuovi criteri ecologici, eliminando per esempio l'amianto e migliorando l'efficientamento energetico di una struttura fatta soprattutto di vetrate. Il Pompidou ha già organizzato in passato lavori di manutenzione. Una grande ridefinizione degli spazi interni era stata fatta all'inizio degli anni Duemila e questa primavera è terminato il restauro della chenille, la scala mobile esterna a forma di bruco. Ma quello che comincerà tra poco più di due anni, nel settembre 2023, sarà il più grande cantiere da quando il museo è stato inaugurato nel 1977. "È un'architettura diventata simbolica di Parigi, che non è mai passata di moda" osserva Lasvignes, aggiungendo: "Spesso diciamo tra di noi che l'edificio è il nostro più bel capolavoro, eppure abbiamo dei Matisse, dei Picasso...".
Per il cantiere - la fine è prevista nel 2026 - Lasvignes si è coordinato con Piano, il cui studio è a poche centinaia di metri. "Ha un amore folle per il Pompidou, penso sia il progetto a cui tiene di più. Dobbiamo ritrovare l'idea dell'immenso giocattolo sognato da bambini" osserva il presidente, confidando che in origine c'era anche un meccanismo all'interno del museo che permetteva ai visitatori di premere un pulsante e vedere un'opera scorrere su un pannello. "Non l'ho mai visto funzionare" scherza. Lasvignes vuole che i lavori permettano di riconcepire l'ingresso del museo, il Forum, per "entrare subito in contatto con l'arte, vedendo cose sorprendenti, curiose, anche sconvolgenti".
Lasvignes, 67 anni, andrà in pensione a fine mese, e non è ancora stato nominato il suo successore. La sua presidenza è stata segnata, oltre che dal soft power internazionale, dall'apertura su temi che agitano la società. Nel 2016 ha organizzato un dibattito dal titolo "Il mondo secondo Trump". Qualche tempo fa, ha invitato il filosofo transessuale Paul Preciado per parlare delle questioni di genere. "Non penso che la crisi abbia improvvisamente fatto scoprire cose che non sapevamo - commenta - ma ha intensificato preoccupazioni che c'erano già". Quanto al modello post-Covid dei musei, non vede la fine delle grandi mostre blockbuster - una "necessità economica", dice - e non è spaventato dall'assenza dei turisti nella capitale. Più di metà dei visitatori del Pompidou è francese. "Gli asiatici avevano un circuito che comprendeva Versailles e il Louvre, o forse dovrei dire la Gioconda, e non vedevano il Pompidou. Per fortuna abbiamo 40 mila tesserati che vengono anche sette, otto volte l'anno". Un museo, conclude, deve essere un luogo "dove si fa società". Non ce ne sono più molti.