Botticelli è diventato influencer
di pablo maurette , di Pablo MauretteSe, come dice Ralph Waldo Emerson, il linguaggio è poesia fossilizzata, i cliché sono fossili ornati e coloriti, come quei cefalopodi estinti che dipinge il paleoartista indonesiano Franz Anthony. Nel linguaggio visivo, il cliché è il fossile di un'immagine che introduce un modello di gusto estetico e che ricorre nella storia caricandosi di ulteriori significati. Tra i cliché visivi più ubiqui della cultura occidentale, La Nascita di Venere (1485), di Sandro Botticelli, occupa un posto speciale. Icona profana e araldo della modernità, l'opera è una tripla giunzione dove si incontrano tre placche tettoniche: l'antichità pagana, il Rinascimento cristiano, e la modernità secolare. La mostra al Mart di Rovereto, Botticelli. Il suo tempo. E il nostro tempo (fino al 29 agosto), è un'esplorazione delle origini e delle metamorfosi di questo archetipo fondazionale del gusto contemporaneo. Le opere espo…
Se, come dice Ralph Waldo Emerson, il linguaggio è poesia fossilizzata, i cliché sono fossili ornati e coloriti, come quei cefalopodi estinti che dipinge il paleoartista indonesiano Franz Anthony. Nel linguaggio visivo, il cliché è il fossile di un'immagine che introduce un modello di gusto estetico e che ricorre nella storia caricandosi di ulteriori significati. Tra i cliché visivi più ubiqui della cultura occidentale, La Nascita di Venere (1485), di Sandro Botticelli, occupa un posto speciale. Icona profana e araldo della modernità, l'opera è una tripla giunzione dove si incontrano tre placche tettoniche: l'antichità pagana, il Rinascimento cristiano, e la modernità secolare. La mostra al Mart di Rovereto, Botticelli. Il suo tempo. E il nostro tempo (fino al 29 agosto), è un'esplorazione delle origini e delle metamorfosi di questo archetipo fondazionale del gusto contemporaneo. Le opere esposte illustrano non solo il genio di chi, secondo Bernard Berenson, è "il più grande artista di disegno lineare che l'Europa abbia mai avuto", ma anche lo spettro di possibilità semantiche che ha la sua visione del mondo - una visione plastica, adattabile, e che si rinnova con ogni generazione di artisti.
Curata da Alessandro Cecchi e Denis Isaia da un'idea di Vittorio Sgarbi ed Eike Schmidt, la mostra si divide in due parti. Le prime sale si occupano di Botticelli e di alcuni dei suoi contemporanei, tra cui Filippo e Filippino Lippi, Andrea del Verrocchio e Antonio del Pollaiolo - il suo San Michele Arcangelo che uccide il drago è uno dei punti più alti di tutta l'esposizione. Nella seconda parte, invece, si esplorano le metempsicosi della Venere di Botticelli nelle arti plastiche del Novecento, ma anche nel cinema, la fotografia, la moda e perfino i social.
Nella prima parte, il gioiello della corona è Pallade e il Centauro (1482 circa). Chi l'ha incontrato agli Uffizi non l'ha mai guardato così bene. Da una parte, questo ha a che vedere col lavoro notevole d'illuminazione. Dall'altra, il quadro viene esposto all'altezza degli occhi dietro una lastra di vetro che ci permette di avvicinarci finché non si svegli in noi lo sguardo aptico. Il mirto che avvolge il braccio sinistro di Pallade, oppure gli anelli con diamante ricamati sulla sua veste bianca, si possono apprezzare in tutta la loro evidenza tattile.
Visto da vicino, Il Giudizio di Paride (1485-1488 circa), in prestito dalla Fondazione Cini, rivela due dettagli commoventi. Sull'angolo superiore destro, il paesaggio romano con le Terme di Diocleziano, il Colosseo e il Pantheon - le rovine del mondo antico come sfondo pervasivo della sensibilità Rinascimentale. E, sull'angolo inferiore sinistro, due pecorelle che rammentano quel vecchio, e sicuramente apocrifo, aneddoto del Vasari: il momento in cui Cimabue incontrò per strada un Giotto bambino che disegnava una pecora ed ebbe un'epifania sull'inizio di una nuova era nelle arti plastiche.
Peraltro, una Venus pudica su uno sfondo nero, dipinta tra il 1495 e il 1497 circa, conferma Botticelli come il più grande maestro quattrocentesco del nudo. La dea esibisce più di quanto nasconde. La sua carne brillante e la morbidezza della sua pelle addirittura impediscono ogni tentativo di allegoria neoplatonica poiché il corpo si impadronisce completamente dell'immagine. Qualcosa di simile farà Shakespeare cent'anni dopo quando (secondo alcuni, ispirato da Tiziano) rielabora il mito di Venere ed Adone in un epillio che fa resistenza contro la tradizione dell'Ovide moralisé, compendi di miti ovidiani in cui si "cancellavano" gli elementi più licenziosi della mitologia classica tramite gli strumenti esegetici dell'allegorismo platonico-cristiano.
Astutamente, alla fine della prima parte e prima di esplorare il cliché contemporaneo della Venere, i curatori sviano l'attenzione del pubblico verso un Botticelli meno noto. L'ultimo Botticelli, l'artista che sotto l'influsso di Savonarola cercò di rinnegare il suo passato profano, occupandosi esclusivamente di scene sacre, è l'anti-cliché. Nonostante il Compianto sul Cristo morto (1502 circa) dimostri che l'artista non getta il suo passato nel falò delle vanità. I volti della Vergine e delle tre donne che l'assistono, morbidi e mandorlati, hanno una sensualità davvero sconvolgente. Altresì nell'Adorazione dei magi (1510 circa), le Terme di Caracalla sullo sfondo ci orizzontano ancora verso l'antichità e rivelano semmai una nostalgia nell'artista in fin di vita per il suo soggiorno romano dei primi anni Ottanta del Quattrocento.
Dal Botticelli savonaroliano si passa allora al Novecento, dominato dalle rappresentazioni della figura elastica di Venere. L'unica eccezione è Il giovane con garofano, di Sandra Brunetti (1979), che riproduce il Ritratto di giovane con medaglione di santi, venduto all'asta di recente per 92 milioni di euro. Tra le reinterpretazioni plastiche della dea dell'amore raccolte in questa seconda parte della mostra, la Pellettiere di John Currin (1996) si distingue per la sua efficacia. "Dolce e sfrontata" - nelle parole di Denis Isaia - , l'immagine della ragazza è una presenza davvero perspicua. Di grande interesse è per di più il trittico di Vik Muniz (2008) sulla Nascita di Venere, un assemblaggio di spazzatura che riconsidera la nozione classica di bellezza nel contesto di un mondo inquinato. Da non perdere, inoltre, sono due notevoli traduzioni della Primavera, una su stoffa di Cesare Tacchi (1965) e l'altra neorealistica e postribolare, di Renato Guttuso (1985).
Nondimeno sono il cinema e la fotografia che dimostrano di essere l'habitat naturale della dea nel mondo contemporaneo. Nel salone principale, su due maxi schermi sospesi in aria, si sviluppa un gioco di specchi con scene di film in loop che riscrivono la Venere di Botticelli. Ursula Andress esce dal mare in Dr. No, Tadzio si rivela "perfettamente bello" in Morte a Venezia e la donna miracolosamente incinta in Children of Men si spoglia in una scena che coniuga il sacro e il profano attraverso millenni di cultura: antichità classica e Rinascimento, la storia della Vergine, la figura neolitica della Venere steatopigia e il dramma più urgente dell'Europa contemporanea, l'immigrazione.
La mostra si chiude con una selezione di fotografie che compongono l'elenco dei mille volti della Venere contemporanea, da Anita Ekberg a Chiara Ferragni (la Venere influencer). Sono volti e corpi di donne e bambine, di anoressiche ed obese, di uomini e di ermafroditi; Venere gioiose e Venere disperate. Prima di uscire, incontriamo The Dream of Venus, il padiglione creato da Salvador Dalí per l'Expo 1939 di New York, un grembo mostruoso di madre primordiale. Attraverso la galleria della visione surrealista si ritorna al mondo del nostro tempo che, in confronto con quello di Botticelli, sembra tanto più cupo e tanto più rozzo...
La mostra
“Botticelli. Il suo tempo. E il nostro tempo” è aperta fino al fino al 29 agosto al Mart di Rovereto. Informazioni su: www.mart.trento.it