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Georges Simenon. Com’è noir l’America

Elizabeth Park a West Hartford, Connecticut, ricoperto da una fitta coltre di neve 
“La mano” è uno dei romanzi più oscuri e insieme più appassionanti del grande scrittore. Tra violenza troppo a lungo repressa e i cieli blu lavanda del Connecticut
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«Non so perché», dichiara Simenon nelle Memorie, «a fine aprile scrivo un romanzo “americano”». Il perché in realtà non è impossibile da ricostruire, ed è un giallo nel giallo che trasforma La mano in uno dei più appassionanti di Simenon — per i cultori, perlomeno. Lo scrittore — diceva la seconda moglie Denyse, col suo viso insieme chiaro e sigillato, e il sorriso intelligente e viperino — quando non covava i romanzi, era uomo «semplice», «gioviale»: eppure magari nutriva forze oscure ignote a lui stesso, si avventurava, nell’immaginario, a uccidere — ma chi?

È il 1968, Simenon è tornato in Europa da diciotto anni, eppure elabora «certi ricordi che risalgono all’epoca di Shadow Rock Farm, la casa di Lakeville (Connecticut): nome di una leggenda indiana, e costruzione vecchia America, di quelle che chiamano rambling, con ali agg…

«Non so perché», dichiara Simenon nelle Memorie, «a fine aprile scrivo un romanzo “americano”». Il perché in realtà non è impossibile da ricostruire, ed è un giallo nel giallo che trasforma La mano in uno dei più appassionanti di Simenon — per i cultori, perlomeno. Lo scrittore — diceva la seconda moglie Denyse, col suo viso insieme chiaro e sigillato, e il sorriso intelligente e viperino — quando non covava i romanzi, era uomo «semplice», «gioviale»: eppure magari nutriva forze oscure ignote a lui stesso, si avventurava, nell’immaginario, a uccidere — ma chi?

È il 1968, Simenon è tornato in Europa da diciotto anni, eppure elabora «certi ricordi che risalgono all’epoca di Shadow Rock Farm, la casa di Lakeville (Connecticut): nome di una leggenda indiana, e costruzione vecchia America, di quelle che chiamano rambling, con ali aggiunte a caso, senza simmetria e presunzione; 18 stanze, una piscina scavata nella roccia, un camino immenso; isolata». Infatti il titolo, La mano, si deve a una tempesta di neve che obbliga il protagonista e la moglie a trattenere un’amica, sistemando (la caldaia non si accende) tre materassi davanti al camino: l’uomo, nel giaciglio centrale, vede la mano della donna e desidera prenderla — la mano e la donna. Simenon non è affatto soddisfatto del titolo; in mente aveva The Man on the Bench in the Barn, l’uomo seduto su una panca nel fienile, ma in Europa che titolo sarebbe stato? Non evocava nulla.

La mano inizia dunque con Donald Dudd seduto su una panchina nel fienile. C’è la tormenta e l’immensa porta sbatte da schiantarsi; Donald si racconta — è un giallo psicologico: è nervoso e fuma, nel gelo, una sigaretta dietro l’altra. Saranno le due, le tre di notte, e mentre sta lì seduto, sta praticamente uccidendo un uomo, il suo migliore amico. Non si può dire di più; se non che la progressione del ritratto di Donald, e di tutti i personaggi — il quadrilatero delle due coppie di amici, e il cerchio appena più largo, ma vitale, delle conoscenze — procede rilasciando sintomi e moventi che rinviano alla storia narrata, e alla storia taciuta, sottotraccia, di Simenon.

Accanto alla potenza degli eventi naturali, siamo trasportati nei partiy dei ricchi del Connecticut, dove si chiacchiera e magari ci si apparta per rapporti estemporanei; bottiglie e bicchieri sono sparsi ovunque, e il buffet, «sontuoso», scompare dal momento in cui ci si «attacca a vuotare tutti i bicchieri che capitano a tiro». Di fatto, l’inventario di tutti i luoghi e le occasioni di quelle vallate primitive — la posta, gli uffici legali, i ristorantini di New York, gli incontri sentimentali, o con gli operatori degli spazzaneve e i tenenti di polizia — sono ritmati da un’attività reiterata: si beve, si offre da bere, si beve «a canna», si serve uno scotch (leggero? robusto? con ghiaccio?), si propone «un martini dry come aperitivo serale»; i mobili Luigi XV nascondono piccoli bar (ma allora ce n’è uno immenso, evidente, nel salone); ci si mette a bere «senza parlare molto», o «troppo, senza sbronzarsi»; al telefono si sente dalla voce se l’altro ha bevuto; la cameriera è a servizio perché ha sposato «un ubriacone»; gli alcolizzati fanno a cazzotti nei bar e li ritrovi stesi sul marciapiedi. «Ora che ci penso, non ti ho mai visto ubriaco, Donald», gli dice una donna: è un sintomo, il problema di Donald, che è stato un boy scout, e poi quarantacinque anni da uomo per bene, con una moglie che discende dai primi a sbarcare dal Mayflower, e una famiglia modello. Forse è ora di portare alla luce i pensieri oscuri che sono lì da sempre.

Simenon era affascinato dalla psicoanalisi, e ci si dedicava di più da quando Denyse — la segretaria canadese bilingue, 25 anni al suo arrivo nel 1945 a New York, e per lui la scoperta, a 42 anni, dell’amore: dal primo pomeriggio e poi per quindici anni di passione selvaggia — aveva dato segni di depressione e di etilismo, ed era stato necessario ricoverarla. Quell’anno, il 1968, intervistarono Simenon, per una rivista medica, cinque dottori: quattro erano psichiatri, c’era il suo clinico di famiglia. I camici bianchi lo fecero parlare per otto ore, anche durante il pranzo, col registratore in mezzo alla tavola «al posto dell’allegro centrotavola fiorito». Simenon sudò come per un capitolo di romanzo (quando perdeva ogni mattina, si sa, otto etti); evocò La mano, storia «del mal de vivre, il disagio esistenziale di un uomo che rimuove il suo potenziale di violenza». L’epilogo lo aveva «impressionato, non se lo aspettava», e ne era rimasto incupito per molti giorni.

La mano ha in effetti un finale unico, in tutta la produzione di Simenon. Il giallo psichico è trascinante, Donald ha a sensazione di essersi sempre circondato di persone che lo salvaguardassero dal «fare sciocchezze», e lo hanno defraudato dai sacrosanti sensi di colpa; se la prende «col mondo intero, e le sue istituzioni» (il romanzo è di aprile, a maggio scoppia il ’68): è un vigliacco, o un assassino? Certo dopo aver fatto su sé stessi «scoperte dilaceranti, non è più possibile tornare indietro». Ma come sempre nei romanzi “duri”, senza Maigret, sono impagabili gli ambienti, sociali e naturali; e alla fine abbiamo l’impressione di aver visto le albe del Connecticut e i suoi cieli di un blu lavanda; di aver frequentato ricchi e medi americani, e, anche, di aver conosciuto meglio Simenon.

Il libro
La mano di Georges Simenon (Adelphi, traduzione Simona Mambrini, pagg. 172, euro 18)