La mossa proibita di Percival Everett
di Susanna Nirenstein , di Susanna NirensteinInventivo, imprevedibile, Percival Everett con le sue giravolte letterarie si dimostra ancora una volta un funambolo. Il sessantenne autore afro-americano (anche se in tutti i suoi libri l’etnia dei protagonisti, che pur ha un ruolo sensibile nel plot, viene citata solo per caso e non nella presentazione del personaggio), senza abbandonare temi importanti come la morte, il libero arbitrio, il problema del bene e del male, le politiche razziali, la filosofia, ha scritto romanzi postmoderni, western, neomitologici, satirici, crime, mistery dalla fine ellittica con un ritmo matematico di uno all’anno (più di 30), quasi sempre pubblicati da piccole case editrici indipendenti anche se ora il nuovo Telefono esce per La Nave di Teseo.
Non c’è una cosa come un tipico titolo di Percival Everett: stupirci e stupirsi è il suo motto, navigare tra i generi quasi per negarli. Questa volta, ad esempio, invece di scendere in momenti surreali o pulp, come gli &e…
Inventivo, imprevedibile, Percival Everett con le sue giravolte letterarie si dimostra ancora una volta un funambolo. Il sessantenne autore afro-americano (anche se in tutti i suoi libri l’etnia dei protagonisti, che pur ha un ruolo sensibile nel plot, viene citata solo per caso e non nella presentazione del personaggio), senza abbandonare temi importanti come la morte, il libero arbitrio, il problema del bene e del male, le politiche razziali, la filosofia, ha scritto romanzi postmoderni, western, neomitologici, satirici, crime, mistery dalla fine ellittica con un ritmo matematico di uno all’anno (più di 30), quasi sempre pubblicati da piccole case editrici indipendenti anche se ora il nuovo Telefono esce per La Nave di Teseo.
Non c’è una cosa come un tipico titolo di Percival Everett: stupirci e stupirsi è il suo motto, navigare tra i generi quasi per negarli. Questa volta, ad esempio, invece di scendere in momenti surreali o pulp, come gli è successo altre volte di fare, Everett ha scelto una soluzione multipla, tre diversi svolgimenti dello stesso percorso narrativo, tre versioni leggermente difformi che il lettore incontrerà a seconda del volume acquistato, uno differente dall’altro solo in un piccolo, quasi irrilevabile particolare della copertina, come se lo scrittore volesse mettere in discussione il dogma stesso dell’unicità e univocità del romanzo.
«Certa gente è semplicemente incapace di essere felice. E con certa gente intendo me». È così che si presenta dopo poche pagine Zach Wells, l’io narrante di Telefono, eppure, come dice lui stesso, ha quasi tutto quello che si ritiene necessario alla felicità: Meg, una moglie intelligente e attraente che stima sebbene non ne sia pazzamente innamorato, la “meravigliosa” figlia Sarah, 13 anni, che invece ama tantissimo; ha anche un lavoro di tutto rispetto, è un geologo/paleobiologo e insegna «col navigatore automatico» e poca passione all’Università, mentre il suo territorio di conoscenza e ricerca è una particolare cavità chiamata Naught’s Cave (la cava del nulla), nel Grand Canyon, a quarantacinque metri d’altezza dal fiume Colorado, di cui studia fossili, rocce, sedimenti, ossa di creature rimaste lì per molto, molto tempo. Vive a Altadena, California, a nord di Pasadena, in una bella casa, ma in lui c’è un vuoto palpabile, una malinconia che non riesce a scrollarsi di dosso. In fondo, tanti dei personaggi di Percival Everett sono così.
Scorbutico con studenti e colleghi, gli unici momenti di autentica gioia che Zach prova sono quelli passati con Sarah («per lei mi alzavo ogni mattina»), con lei scherza di continuo, gioca a scacchi perdendo ogni volta, parla di arte, musica e letteratura («il pittore più sovrastimato?» si chiedono ridendo, «Georgia O’Keeffe» , «La band?», «I Beatles» suggerisce la giovane Sarah, e «il romanzo più sopravvalutato?» «Infinite Jest», rispondono in coro).
Ma ecco che Sarah perde con lui a scacchi per una banalità: ed è lì che si apre il baratro, il sospetto, ci deve essere qualcosa che non va. E quando i momenti di assenza si fanno più frequenti, la parola tocca ai medici e al loro responso terribile e fatale, la malattia di Batten, una discesa veloce e inarrestabile contro cui non si può far niente.
Il resto, tra mosse scacchistiche o ritrovamenti paleontologici che interrompono il racconto quasi a scandire il tempo che non c’è più, tra un viaggio a Parigi per far felice Sarah e una serie di scazzottate che Zach, ex marine, provoca, il resto acuisce ed elabora il lutto incombente mentre i segnali del disastro si moltiplicano. E’ in questo contesto lancinante, che Zach cerca di attaccarsi a qualcos’altro. Non certo alla studentessa che lo corteggia durante e dopo una gita didattica nel deserto, né alla collega che cerca una spinta per essere confermata nell’incarico e con cui comunque sembra disastrosamente (nel libro capirete il perché) stabilirsi un certo feeling. È uno strano biglietto trovato dietro il colletto di una camicia comprata su ebay a farlo muovere invece: c’è scritto “Ayudame” (Aiutami in spagnolo), e a Zach, dopo aver fatto varie ricerche, capisce che ha a che fare con Ciudad Juarez, Messico, dove negli ultimi decenni sono scomparse decine, centinaia di donne, uccise, rapite, schiavizzate? Non si sa, di fatto per Zach Wells quella diventa una pista di dolore che non può lasciare, soprattutto per riuscire a mettere da parte, almeno un attimo, un attimo solo, l’angoscia per sua figlia che lo perseguita.
Per il lettore è difficile gestire l’incontro tra l’abisso delle centinaia di donne sparite e quello in cui Zach Wells precipita per la sorte di Sarah, ma è chiaro che il romanzo si confronta con uno strazio e un’ingiustizia senza misura: solo l’audace Percival Everett può decidere di affrontarli senza paura.
Il libro
Telefono di Percival Everett (La nave di Teseo, traduzione di Andrea Silvestri, pagg. 288, euro 22)